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Felicità e sicurezza

05/10/20100

Il concetto di “felicità”, che ha un’antica tradizione, continua a svolgere un ruolo determinante nella nostra cultura. A esso ricorriamo per affermare che lo scopo della nostra vita è quello di essere felici. Due o trecento anni fa, nei paesi protestanti, non era così: scopo della vita era essere graditi a Dio e vivere secondo coscienza. Oggi diciamo che vorremmo essere felici, ma che cosa intendiamo con queste parole?

Penso che la maggior parte delle persone, che non sta tanto a lambiccarsi il cervello, risponderà con sincerità: divertirsi. Senza entrare nel merito di ciò che questo significhi, una tale descrizione della felicità ha ben poco a che vedere con quella data da altre culture, che l’uomo moderno non sa neppure immaginare. Ma che cos’è la felicità, una condizione dello spirito? Oppure si è felici solo in rarissimi momenti della vita, quasi che la felicità fosse il frutto prezioso di un albero che fiorisce solo in via del tutto eccezionale, ma che pure deve esistere se produce almeno una volta il suo frutto?

Vorrei dire qualche parola sulla natura della felicità dal punto di vista psicologico. Molti definiscono la felicità come il contrario del dolore e della sofferenza: dolore e sofferenza da un lato, e felicità dall’altro. In quest’ottica la felicità viene immaginata e intesa come qualcosa da cui pena, turbamento e dolore sono esclusi. Ma questa idea di felicità è fondamentalmente errata. Chi non riesce a provare dolore non è vivo, e chi non è vivo non può nemmeno essere felice. Il dolore e la pena sono dunque parte integrante della vita, né più né meno della felicità; pertanto la felicità non può essere l’opposto del dolore. Anzi, sul piano clinico il dolore è in realtà l’esatto contrario della depressione. La depressione non equivale al dolore; il vero depresso ringrazierebbe il cielo se riuscisse a provare dolore.
La depressione è l’incapacità di provare emozioni. La depressione è la sensazione di essere morti mentre il corpo è ancora in vita. Non equivale affatto alla pena e al dolore, con i quali anzi non ha niente in comune. Il depresso è incapace di provare gioia, così come è incapace di provare dolore. La depressione è l’assenza di ogni tipo di emozione, è un senso di morte che per il depresso è assolutamente insostenibile. E’ proprio l’incapacità a provare emozioni che rende la depressione così pesante da sopportare.

La felicità può essere definita come l’espressione di una intensa vitalità. Secondo Spinoza, l’esperienza di una vita vissuta intensamente corrisponde alla gioia, alla felicità. All’opposto c’è la depressione, che equivale all’assenza di emozioni. Chi vive intensamente prova sia gioia che dolore, che vanno di pari passo in quanto conseguenze di una vita vissuta intensamente. All’opposto di gioia e dolore c’è la depressione, l’assenza di emozioni.
Se dicessimo all’uomo della strada che una delle più dolorose malattie psichiche, se non la più dolorosa, è l’assenza di emozioni, non comprenderebbe neppure di che cosa stiamo parlando. Anzi, direbbe: «Ma è magnifico! Sarebbe fantastico non provare nulla. D’altronde, che cosa dovrei mai provare? Io vorrei solo stare tranquillo e non avere nulla di cui preoccuparmi». Costui non conosce l’insopportabile esperienza di una condizione psichica del tutto diversa, nella quale non si riesce più a provare niente.
Se applichiamo questi concetti alla nostra cultura, troveremo che le persone normali sono in gran parte depresse poiché l’intensità delle loro emozioni si è alquanto ridotta. Chi oggi è vittima della depressione, probabilmente non è tanto più alienato o apatico, e privo di contatto con la realtà, di quanto lo siamo noi; solo che noi disponiamo di difese migliori di chi si ammala di depressione. Vi sono molte forme di difesa contro la sensazione che ci viene dalla perdita di vitalità. L’industria dell'”entertainment”, il lavoro, le feste, le conversazioni superficiali, la nostra routine si configurano come forme di difesa contro quel terribile momento in cui potremmo davvero accorgerci di non sentire niente. In questo modo ci proteggiamo dal rischio di essere sopraffatti dalla «melanconia». Alcune persone, probabilmente a causa di una maggiore sensibilità, non dispongono di questi meccanismi difensivi. E’ probabile che costoro siano particolarmente predisposti a una condizione psichica in cui non provano alcuna emozione, e perciò le loro difese non sono altrettanto efficaci.

Nel complesso, cioè a livello della popolazione e senza entrare nel merito dei singoli individui, possiamo riscontrare una condizione psichica caratterizzata da una riduzione dell’intensità emozionale che sfiora la depressione: peraltro mitigata, e di fatto compensata, da molteplici forme di difesa che noi chiamiamo divertimento e lavoro.
Come il concetto di felicità, anche quello di “sicurezza” è oggi sulla bocca di tutti, ed è anzi diventato lo slogan di molti dibattiti politici. Numerosi psicoanalisti, psichiatri, eccetera pensano che lo scopo della vita sia la sicurezza, il sentirsi al sicuro. I genitori si preoccupano tantissimo che i loro figli si sentano davvero al sicuro. Se un bambino vede che un altro bambino possiede qualcosa che lui non ha, bisogna comprarglielo subito: «Perché così si sente rassicurato». La sicurezza si misura in genere in base agli standard del «mercato della personalità» di volta in volta vigenti. Pare che alcuni psichiatri abbiano decretato che ci sentiamo rassicurati se abbiamo successo, disponiamo di una vasta cultura e corrispondiamo agli standard sui quali si misura il successo. Siamo addirittura ossessionati dalla sicurezza come scopo della vita!
Chi critica questa aspirazione alla sicurezza teme soprattutto che l’interesse dell’uomo per la sicurezza minacci la sua intraprendenza. Ma poi questi critici parlano di determinate sicurezze economiche irrinunciabili, come la tutela della vecchiaia, senza neppure chiedersi se una persona che mette da parte un milione di dollari per trascorrere agiatamente la propria vecchiaia, o che stipula una polizza di assicurazione sulla vita, non sia vittima di tale esecrabile aspirazione. Comunque, essi sottolineano che nella nostra vita tutto ruota ormai intorno a un senso di sicurezza psicologica che fa perdere ogni gusto per l’avventura. Per esempio, un uomo come Mussolini, che era un gran vigliacco ma aveva il senso della teatralità, coniò lo slogan del vivere pericolosamente. Egli non vi si attenne, benché, nonostante tutte le misure di sicurezza adottate – in aperta contraddizione, quindi, con il suo stesso slogan -, abbia fatto una brutta fine. In ogni caso aveva capito che la gente è sensibile all’idea della vita come avventura.

A mio parere, lo scopo dello sviluppo psichico è la capacità di sopportare l’insicurezza. Chi dispone anche solo di un briciolo di capacità intuitiva per quello che sta avvenendo sul nostro pianeta, sa che viviamo per molti versi all’insegna dell’insicurezza, e non solo a causa della bomba atomica, ma anche di tutto il nostro stile di vita.
Siamo insicuri in senso fisico, psichico e spirituale. Non sappiamo praticamente nulla di quello che dovremmo sapere. Cerchiamo di vivere in modo ragionevole, eppure non abbiamo la minima idea di come si faccia. Mettiamo continuamente in pericolo non tanto la nostra esistenza fisica quanto quella spirituale. Sappiamo pochissimo della vita, e non appena ce la troviamo di fronte ci sentiamo terribilmente insicuri. Chiunque abbia la consapevolezza, anche per un solo istante, di essere come individuo completamente solo, non può non sentirsi insicuro. In effetti, egli non potrebbe sopportare tale consapevolezza nemmeno per un istante se non fosse in relazione con il mondo, se non avesse il coraggio di mettersi in relazione, o se non avesse, per usare un’espressione di Paul Tillich, il «coraggio di esistere» (Tillich, 1969).
La nostra cultura tende a creare individui che non hanno più coraggio e non osano più vivere in modo eccitante e intenso. Veniamo educati ad aspirare alla sicurezza come unico scopo della vita. Ma possiamo ottenerla solo al prezzo di un completo conformismo, e di una completa apatia. Da questo punto di vista, anche la sicurezza è l’opposto della gioia, poiché la gioia nasce da una vita vissuta intensamente. Chi vuole vivere intensamente deve essere in grado di sopportare una buona dose di insicurezza, perché in tal caso la vita diventa in ogni momento qualcosa di terribilmente rischioso. Possiamo solo sperare di non fallire, e di non andare completamente fuori strada.
Certo gli esseri umani non hanno perso del tutto il loro spirito d’avventura, poiché la sensazione di vivere in una condizione di assoluta sicurezza, senza alcuna possibilità di avventura, provoca una noia così terribile da risultare insopportabile. E’ questa la funzione di vari generi di film e di libri, in particolare i romanzi gialli e d’avventura. Ma anche chi legge di persone che divorziano ogni anno prova qualcosa di simile allo spirito d’avventura, benché in ciò non vi sia proprio nulla di coraggioso.

Questo passo è tratto dal libro “I cosiddetti sani. La patologia della normalità” di E. Fromm, pubblicato nel 1991: raccoglie lezioni e discorsi tenuti da Fromm in un arco di tempo che va dall’inizio degli anni ’50 alla metà degli anni ’70. In particolare, il testo presentato risale al 1953.

D’altronde – e non si scopre nessun segreto – basta riflettere soltanto sulla pubblicità veicolata dai media per scoprire, con raccapriccio, quali sono i suoi messaggi, su quali le maschere si costruisce e si ritma la nostra esistenza. Sull’onda della pubblicità dei vari prodotti di consumo, si delinea la maschera che dovrà indossare il bambino, il padre, la madre, l’amante, il marito, l’innamorato, il ricco, il povero, lo studente, il docente, il professionista, la casalinga, l’agricoltore, il benefattore o il criminale: in un variegato ventaglio che nulla lascia alla fantasia. Dove tutto è virtualità. D’altra parte, nelle maschere della moderna società, la forma è tutt’uno con la sostanza e forma e sostanza concorrono a costruire la maschera della società. È quella che disegna un uomo perfetto, sempre felice, sempre a suo agio, sempre realizzato, sempre contento, eternamente uguale a se stesso, senza autonoma sentimentale, senza sbavature di sorta: che sia neonato, bambino, adulto o anziano: che agisca positivamente o negativamente, che sia felice o infelice non ha alcuna importanza. È una maschera che cela una profonda insoddisfazione, livore, aggressività, dolore. Tuttavia, chi per un qualsiasi motivo non l’indossa è espunto dal novero dalla comunità degli esseri sociali, televisivi, informatici e virtuali: perde la caratteristica di essere la fotocopia, del Grande Fratello, profeticamente descritto da Orwell: in tempi non sospetti.

Inoltre, tale maschera non connota soltanto coloro che stimano di essere vivi.

Connota pure coloro che sono morti: è la “maschera del caro estinto”. Lo rivela al limite dell’orrore la manipolazione nordamericana delle salme che conferma, in morte, la maschera del vivente: in modo da far pensare che la morte mascherata sia la continuazione della vita, il suo calco stereotipico. «Nell’America odierna» scrive Ariés «le tecniche chimiche di conservazione servono a far dimenticare il morto e a creare l’illusione della vita». Insomma in nome di questa illusione, la società impone a tutti vivi o morti che siano una maschera, secondo una pianificazione sociale virtualmente stabilita secondo standard per tutti identici. Insomma, dagli stadi alle discoteche, dai compleanni ai fast food alle feste, grottesche, di San Valentino, della sepolture ai matrimoni, sino alle performance sessuali, tutto avviene in un unico, globale gioco di maschere. Chi non vi partecipa è ostracizzato assumendo la maschera di vittima sacrificale del gioco.

Ma esiste una ulteriore, grave e non meno subdola insidia. È quella per cui mimetizzata da questa incombente maschera sociale si cela una pericolosa temibile tendenza regressiva verso una incontrollabile dimensione inconscia. Essa è rappresentata da quella totalità espunta dalla società e, artatamente, sostituita dalle maschere individuali e collettive, a tutti imposte: senza scampo. Totalità che si delinea come alternativa alla spersonalizzazione del presente. Venirne a contatto, equivale però a cancellare ogni, seppur tenue, presenza del conscio, attivando quella dell’inconscio in cui può manifestarsi – in tutta la sua tremenda potenza omogeneizzante e schiacciante – la forza archetipica. Ne deriva il rischio che l’enorme messa in opera di apparati simbolici utilizzati per la costruzione delle maschere individuali e collettive – faccia riemergere la totalità, rimossa, dell’inconscio. Essa può, lentamente, farsi strada nella psiche individuale e collettiva, causando una vera e propria inflazione archetipica: «una espansione della personalità che oltrepassa i limiti individuali, un rigonfiamento, per dirla in breve». Tale “espansione”, è in grado di provocare, nell’uomo, repentine mutazioni nella personalità: mutazioni che, a loro volta, possono indurre meccanismi disgregativi nella personalità. Se ciò si verificasse, gli uomini diverrebbero prigionieri di incontrollate forze archetipiche che, a loro volta, imporrebbero maschere indipendenti dall’uomo e avulse dalla sua storia, dalla sua cultura e della società in cui vive. Gli archetipi, in questo caso, imporrebbero la loro identità: del tutto estranea alle differenze polari di bene e male, di positivo e negativo, cui gli uomini sono sottomessi. Ne verrebbero del tutto casualmente atteggiamenti razionali o crudeli e passionali oppure razionalmente crudeli o crudelmente razionali: senza alcun discrimine tra loro. Darebbero luogo a personalità in cui si alternerebbero bontà d’animo e generosità verso i simili e gli amici a efferata crudeltà verso i diversi, i nemici e gli estranei. Possibilità questa che sta assumendo inquietanti tratti realistici: come si evince dalla recrudescenza dei conflitti interetnici, razziali e religiosi: ovunque e a tutti i livelli. Se ciò avverrà su larga scala si creerà uno sterminato esercito di uomini mascherati, posseduti da spaventose ed incontrollabili forze archetipiche. In tal caso, la realtà si muterebbe nell’incubo di una realtà: in una maschera di orrore.

Per sfuggire a questo possibile destino, non rimane che auspicare la riscoperta di una rinnovata dimensione di totalità e di equilibrio: in cui conscio e inconscio possano ritrovare la loro “non mascherata” armonia. Una totalità ed una armonia interiore grazie a cui l’uomo sia in grado di indossare se lo ritiene la maschera che più gli aggrada, sapendo anche che può togliersela quando è il momento e quando lo ritiene opportuno.

 

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