Viviamo in un’epoca in cui sembra che i narcisisti siano ovunque.
Sui social, nelle chiacchiere tra amici, nei commenti sotto ai video: l’ex è un narcisista, il partner è un narcisista, il collega è un narcisista, i genitori sono dei narcisisti. A volte basta che una persona sia centrata su di sé, faccia fatica a chiedere scusa o non risponda come vorremmo, per far scattare subito l’etichetta.
Chiamare gli altri “narcisisti” può dare una sensazione di sollievo: se il problema è tutto loro, io sono la vittima innocente della situazione. Eppure, questa scorciatoia rischia di farti perdere qualcosa di fondamentale: lo sguardo su di te, sui tuoi bisogni e sui tuoi copioni relazionali.
Questo articolo non vuole negare che esistano relazioni profondamente disfunzionali, né banalizzare la sofferenza di chi si è sentito manipolato, svalutato, annullato. Vuole però spostare il focus: non solo “Chi ho davanti è un narcisista?”, ma anche su “Che cosa succede dentro di me quando mi relaziono così?”.
Narcisisti ovunque? Quando una parola diventa una moda
Negli ultimi anni la parola “narcisista” è uscita dai manuali di psicologia per entrare nel linguaggio di tutti i giorni. È diventata un’etichetta quasi di tendenza, un modo rapido per spiegare una relazione che fa male o una rottura che non si riesce a comprendere.
Il punto è che, più una parola viene usata in modo generico, più perde precisione. Se ogni persona che ci ferisce diventa automaticamente un narcisista, smettiamo di distinguere:
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chi ha solo dei limiti emotivi o comunicativi;
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chi attraversa un momento di fragilità;
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chi mette in atto davvero pattern rigidi, manipolatori, svalutanti.
Quando tutto è narcisismo, niente lo è davvero. E soprattutto, tu rischi di rimanere fermo nel ruolo di vittima, senza accedere a domande più profonde su di te.
Tra narcisismo e disturbo narcisistico: non è tutto uguale
In psicologia il termine “narcisismo” non coincide automaticamente con “cattiveria” o “malvagità”.
Esiste un narcisismo sano, legato alla capacità di avere una buona immagine di sé, di riconoscere il proprio valore, di proteggere i propri confini. E poi esistono forme di narcisismo più rigide, che possono arrivare a costituire un vero e proprio disturbo di personalità. Quando si parla di Disturbo Narcisistico di Personalità, si fa riferimento a un quadro specifico, che include:
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senso grandioso di importanza;
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bisogno costante di ammirazione;
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mancanza di empatia stabile e pervasiva;
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sfruttamento degli altri per i propri scopi;
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invidia o convinzione che gli altri siano invidiosi di lui/lei;
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difficoltà a tollerare critiche o frustrazioni.
Non basta quindi incontrare una persona ego-riferita, poco empatica o concentrata su sé stessa per poter parlare di “disturbo narcisistico”. Usare con leggerezza l’espressione “tutti narcisisti” rischia di:
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banalizzare la sofferenza di chi vive davvero relazioni abusive e manipolatorie;
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trasformare un costrutto clinico in un insulto generico;
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impedire un’analisi più onesta della propria parte.
“Non è cattivo, non sa amare”: il punto di vista energetico ed emotivo
C’è un modo diverso di guardare ai cosiddetti narcisisti, che non li vede come “cattivi” in senso morale, ma come persone tagliate fuori dalla possibilità di amare in modo autentico.
Dal punto di vista energetico ed emotivo, il narcisista può essere visto come qualcuno che:
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è profondamente identificato con il proprio ego, con l’immagine che dà di sé;
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ha costruito una sorta di armatura per proteggersi dal sentirsi fragile, inadeguato, non amabile;
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fa fatica a entrare in contatto reale con l’altro, perché è troppo impegnato a difendere sé stesso.
In questa prospettiva, l’altro non è un soggetto con cui entrare in relazione, ma uno specchio in cui confermare la propria immagine. Questo non giustifica comportamenti che fanno soffrire, ma ci ricorda una cosa importante: il narcisista non è solo “il cattivo del film”, è anche una persona che non sa amare perché non è in contatto pieno con sé stessa.
Se guardiamo l’essere umano come un sistema aperto, possiamo immaginare emozioni e vissuti come qualcosa che entra, viene elaborato e poi esce di nuovo: attraverso il corpo, il respiro, la voce, i gesti, il contatto con l’altro. In un sistema che funziona, ciò che arriva trova uno sbocco: può essere espresso, condiviso, trasformato. Nel funzionamento narcisistico, invece, questo ciclo si interrompe: ciò che entra non trova davvero una via per uscire verso l’altro. Le emozioni non vengono canalizzate in un incontro autentico, ma restano intrappolate in un circuito chiuso che ruota attorno all’immagine di sé.
Da qualche parte, però, questa energia deve pur andare: e spesso si blocca nel corpo, sotto forma di tensioni croniche, soprattutto a livello della muscolatura. In molte letture psicosomatiche e bioenergetiche, proprio collo e gola sono considerati un tratto chiave: sono una specie di “corridoio” tra il cuore, la pancia e la testa. Nella gola si bloccano le emozioni che salgono dal centro del corpo, mentre nel collo si concentrano le tematiche narcisistiche, legate all’immagine di sé che portiamo nel mondo. Quando il collo si irrigidisce, può diventare una barriera che separa la testa dal resto del corpo: il respiro si blocca, la voce si fa trattenuta, le emozioni restano “inghiottite” e non arrivano alla coscienza.
In questo senso, il narcisista è spesso una persona che non lascia salire le emozioni viscerali fino alla consapevolezza: le tiene giù, nei muscoli, nelle contrazioni, negli automatismi del corpo, invece di permettere che diventino sentimenti riconosciuti e condivisi. È come se il collo si irrigidisse proprio per impedire alle emozioni di emergere.
Anche il mito di Narciso può essere riletto da questa angolazione. Narciso muore affogato mentre si sporge sul lago per contemplare la propria immagine: si protende, allunga il collo verso il riflesso, ma quel movimento non diventa mai un vero incontro con un altro essere umano. È un gesto che resta chiuso su di sé, fino a inghiottirlo. Allo stesso modo, nel narcisismo l’energia non fluisce verso l’altro, resta intrappolata nel circuito dell’io e finisce per rivolgersi contro la persona stessa, nel corpo e nella sua solitudine emotiva.
Quando la “vittima” è più narcisista del narcisista
Qui arriva il punto più scomodo, ma anche più trasformativo.
A volte la persona che si definisce “vittima del narcisista” mette in atto, senza accorgersene, un movimento altrettanto centrato sull’ego. L’ego di chi vuole salvare e cambiare l’altro. La vittima ha difficoltà ad accettare la realtà così com’è, e fa di tutto per piegarla alla propria immagine di sé.
Quante volte, parlando di relazioni difficili, emergono frasi come:
– “Io lo capisco più di chiunque altro.”
– “Sono l’unica/o che può aiutarlo a cambiare.”
– “Con me sarà diverso, io posso guarirlo.”
Dietro queste frasi si nasconde spesso un’idea di onnipotenza narcisistica della vittima stessa: “Io sarò quella persona speciale, quella che ce la farà dove gli altri hanno fallito.” “Se non ama nessuno, amerà me”. “Io sarò in grado di aprire il suo cuore.”
In questo senso, la vittima non accetta un dato di realtà molto semplice e doloroso: questa persona, così com’è adesso, non è in grado di amare proprio lei come lei desidera. È qui che si collega il discorso energetico di prima: l’essere umano, come sistema aperto, ha bisogno che l’energia emotiva fluisca verso l’esterno, entri in contatto, trovi uno sbocco. Nel narcisista questo flusso è bloccato, non c’è quella “porta” aperta verso l’altro. L’onnipotenza narcisistica della vittima consiste proprio nel non accettare questo blocco. Continua a bussare sempre alla stessa porta, convinta che prima o poi si aprirà “perché sono io, perché il mio amore è abbastanza”. Ma non riuscirà mai ad aprire davvero la sua porta energetica verso l’esterno: tutta la sua energia resta fissata su quella persona, su quella relazione, su quell’unica direzione. Da qui nascono spesso due vissuti che si alternano:
● impotenza, perché la realtà non cambia nonostante gli sforzi
● ostinazione, perché più la realtà resiste, più aumenta il bisogno di dimostrare di avere ragione, di essere la persona che ce la farà.
Così, invece di utilizzare la propria energia per cercare relazioni più sane o per prendersi cura di sé, la vittima resta intrappolata in un circuito chiuso molto simile a quello del narcisista: tutto ruota attorno all’idea di sé e al bisogno che l’altro si trasformi.
È una forma parallela di narcisismo: mettere il proprio potere, la propria capacità di cambiare l’altro al centro di tutto. In questo modo, anziché vedere la realtà: una persona che non vuole cambiare, che non si mette in discussione, che ripete gli stessi comportamenti, si resta incastrati nell’immagine di sé come “salvatore” o “salvatrice”.
Il copione che si ripete: perché scelgo sempre lo stesso tipo di partner
Non è solo sfortuna se ti ritrovi, relazione dopo relazione, con persone emotivamente indisponibili, svalutanti o egocentriche. Spesso si tratta di un copione relazionale che si ripete:
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ti attraggono persone che confermano una storia antica su di te (non valgo abbastanza, devo meritarmi l’amore);
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cerchi partner da “aggiustare” perché ti è familiare l’idea dell’amore sacrificato;
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ti senti vivo solo nella tensione, nell’insicurezza, nel bisogno di inseguire.
In questo senso, non sei semplicemente vittima dei narcisisti: partecipi, magari inconsciamente, alla scelta di quel tipo di relazione. Non è colpa, ma è responsabilità. E la responsabilità, a differenza della colpa, ti restituisce potere: quello di interrompere il copione, di spostare l’energia altrove, di scegliere diversamente.
Dal giudicare gli altri narcisisti al guardare sé stessi
Se smetti per un attimo di chiederti “Lui/lei è un narcisista?” e inizi a domandarti “Che cosa succede a me in questa relazione?”, qualcosa si trasforma. Puoi farti alcune domande utili:
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Come mi sento, davvero, quando sono con lui/lei?
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Quanta parte di me devo nascondere per farmi amare?
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Quante volte giustifico comportamenti che, giudicherei inaccettabili?
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Che cosa temo di più: perderlo/a o dovermi confrontare con il vuoto che lascerebbe?
Spostare lo sguardo da “lui/lei è un narcisista” a “io come sto, cosa tollero, cosa ripeto” significa togliere l’energia dall’analisi dell’altro e riportarla su di te. È lì che inizia il vero lavoro interiore.
Quando parlare di narcisisti è utile e quando diventa una gabbia
L’etichetta “narcisista” non è di per sé sbagliata. In alcuni casi è importante riconoscere di trovarsi in una relazione:
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manipolatoria;
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svalutante in modo sistematico;
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caratterizzata da mancanza di empatia, senso di superiorità, sfruttamento.
Dare un nome a questo può aiutare a prendere distanza, proteggersi, chiedere aiuto. Diventa un problema quando:
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usi “narcisista” come categoria per chiunque non si comporti come vorresti;
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ti definisci solo come vittima, senza mai interrogare i tuoi schemi;
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l’etichetta diventa un modo per non sentire la tua parte di responsabilità nelle scelte che fai.
In quel momento la parola, invece di liberarti, ti incolla a una storia: “io attiro sempre narcisisti, non posso farci niente”. La verità è che qualcosa puoi farlo: non sull’altro, ma su di te.
Come può aiutare un percorso psicologico
Un percorso psicologico non serve a “diagnosticare narcisisti” nella tua vita, ma a:
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esplorare i copioni relazionali che ripeti;
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capire perché certi partner o dinamiche interpersonali ti attraggono più di altre;
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riconoscere quando sei davvero in una relazione tossica e quando, invece, stai rivivendo dolori antichi;
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imparare a mettere confini, a dire di no, a scegliere diversamente.
L’obiettivo non è trasformare l’altro, ma renderti sempre più libero di scegliere relazioni che ti somigliano e ti fanno bene.
Se ti accorgi di usare spesso la frase “quello/a è un narcisista”, forse il primo passo non è trovare la definizione psicologica perfetta per chi hai accanto, ma iniziare a chiederti: “Che cosa mi porta, ancora una volta, qui?”
È da quella domanda, scomoda, ma sincera, che può nascere un nuovo modo di stare in relazione, con gli altri e con te stesso.


