Fobie e attacchi di panico: una visione integrata

di admin

La paura è la cosa di cui ho più paura – Michel De Montaigne

Fu la paura a renderlo audace – Ovidio

La fobia è un sintomo, e come ogni sintomo, ha l’obiettivo di mantenere in equilibrio l’organismo. Potremmo dire che è l’ultima spiaggia che lo psicosoma trova per mantenere un equilibrio. Quindi la fobia deve essere trattata come tale, come un sintomo, anche se spesso chi ne è affetto la confonde con la causa, ovvero, crede che l’oggetto della sua fobia sia la causa dei suoi impedimenti e della rovina della sua vita.

Bisogna perciò innanzitutto rovesciare il rapporto causa-effetto, bisogna capire che la fobia ha una funzione, che è, come detto, quella di mantenere l’equilibrio del sistema e, allo stesso tempo, ha anche la funzione di risolvere i conflitti inconsci del soggetto. Tali conflitti inconsci spesso riguardano il tema dell’autonomia e dell’ “andare verso” e, soprattutto quando si manifesta negli aspetti più acuti, lo scopo inconscio è quello di tenere lontana l’attenzione del soggetto dalla propria dimensione interiore, poichè tutta l’attenzione è chiaramente posta alla gestione della fobia.

Quando il soggetto sviluppa un sintomo fobico, vuol dire che per lui è più funzionale la fobia rispetto all’affrontare la dimensione di conflitto interiore. Di conseguenza, è facile comprendere che la risoluzione di un aspetto fobico ha sempre a che fare con la scoperta delle conflittualità inconsce che sono dietro alla fobia. Dobbiamo però tenere presente che il paziente oppone molta resistenza a questo tipo di introspezione, e sviluppa il sintomo fobico proprio perché l’insistenza del sintomo, la sua presenza quasi quotidiana, gli impedisce di prestare attenzione al suo mondo interiore. Per cui l’aspetto più importante del processo terapeutico è proprio quello di distogliere l’attenzione del soggetto dalla fobia portandola verso il mondo interiore, di portare alla luce le conflittualità rimosse che sono la causa della fobia e aiutare il soggetto a risolvere queste conflittualità trovando una strada alternativa che non sia quella dell’ammalarsi. Solo quando il soggetto ha coscienza del conflitto, e poi trova una strada diversa da quella di strutturare un sintomo per risolverlo, il sintomo scompare, perché non ha più senso di esistere.

Considerando che l’uomo è uno, integro, che è psiche e corpo insieme, un limite che spesso la terapia mette in campo nell’affrontare la fobia, è quello di andare a scandagliarla solo dal punto di vista psichico. Siccome il soggetto che struttura una fobia, struttura anche tutta una serie di meccanismi fisiologici che riguardano il sistema vegetativo per entrare in una situazione di ansia che è specifica della fobia, non si può prescindere dal destrutturare questi condizionamenti, perché altrimenti si rischia di indagare solo l’aspetto psichico senza cambiare invece quello vegetativo.

Questo significa valutare quali sono i meccanismi fisiologici che sono alla base dell’ansia, perché l’ansia è l’aspetto fondamentale del soggetto fobico. Il soggetto fobico è sempre in una situazione di simpaticotonia e di allarme, con la conseguenza di avere tutta una serie di strutture muscolari cronicamente tese. Un lavoro sul corpo di bioenergetica, di vegetoterapia, di orgonoterapia, va ad ammorbidire le strutture muscolari tese. Inoltre, importanza fondamentale nell’affrontare l’ansia, va data alla respirazione.

Molto spesso infatti, gli psicologi stessi suggeriscono al soggetto di respirare più profondamente nel momento in cui si trova in difficoltà o addirittura nel corso di un attacco di panico – il panico è l’aspetto acuto della fobia. In realtà, se si osserva la respirazione di un soggetto particolarmente ansioso, si nota che questi ha una respirazione prevalentemente toracica, e così facendo, nell’inspirazione il diaframma viene sollecitato verso l’alto. Invece, in una respirazione sana e naturale, il diaframma deve scendere. Per cui, quando si suggerisce a un soggetto che respira in modo scorretto di “ampliare” la respirazione, non si fa altro che aumentare i presupposti fisiologici per l’ansia, poichè il soggetto respirerà ancora di più col torace. Quindi, invece di ottenere un miglioramento, un rilassamento, un equilibrio, otteniamo ancora di più che la situazione di simpaticotonia si cronicizza, e l’ansia invece di migliorare, peggiora.

Per cui comprendiamo che è necessario, prima di suggerire al soggetto di ampliare il respiro, insegnargli come respirare correttamente. La respirazione naturale e sana è questa: quando si inspira il diaframma scende, quando si espira il diaframma sale – il che non è una cosa meramente meccanica, perché il diaframma è un grande muscolo e nella sua contrazione conserva in sé emozioni importanti quali l’angoscia e il piacere, e il soggetto va accompagnato lentamente al ripristino della giusta respirazione diaframmatica, poichè all’allentamento del diaframma corrisponde una catarsi, un venire fuori delle emozioni ad esso collegate, che il soggetto da solo non è capace di accogliere. È compito del terapeuta aiutare il paziente a elaborare tali emozioni e ad abreagirle.

Il soggetto va accompagnato dal terapeuta nella scoperta delle emozioni legate allo sblocco del diaframma, perché qui ci sono proprio le sensazioni da cui il paziente vorrebbe difendersi. Deve essere possibile per il paziente incontrare queste sensazioni e queste emozioni in modo diverso.

Nel momento in cui il soggetto sblocca il diaframma attraverso la respirazione, e certe emozioni vengono liberate ed ascoltate, può riemergere la conflittualità inconscia che è inscritta in questo tipo di contrazione muscolare. Solo nel momento in cui la muscolatura compromessa si ammorbidisce, quando si allentano le tensioni, solo allora le conflittualità inconsce che sono inscritte in quella muscolatura possono emergere, perché lungi dal pensare che l’inconscio sia un contenuto squisitamente psichico, noi pensiamo che invece le dinamiche inconsce siano inscritte nelle contrazioni croniche delle strutture muscolari.

Agli aspetti personali, individuali, biografici del singolo, si aggiungono anche degli aspetti sociali e culturali. I sintomi si strutturano all’interno di una weltanschauung, una concezione del mondo propria di un certo tempo, e mai come in questo periodo storico le fobie prendono molto piede nei disagi psichici perché la fobia è una “paura della paura”. A differenza della paura, che può essere vissuta solo in relazione ad un pericolo reale nel qui-ed-ora, la “paura della paura” è invece una dimensione mentale proiettata nel futuro, anche se la risposta fisiologica della “paura della paura” è la stessa della paura, con gli stessi livelli di allarme. Nella società di oggi – almeno nella società occidentale moderna – raramente ci si imbatte in situazioni di grande pericolo, e quindi di reale paura, nel qui-ed-ora, ma il più delle volte ci si ritrova in dinamiche di proiezione della paura. Un esempio attualissimo in questo senso è proprio la percezione del pericolo legato al coronavirus: possiamo osservare quante persone, soprattutto sotto la spinta di informazioni mediatiche abbastanza terrorizzanti, sono più che altro prigioniere di un’idea mentale della paura, in quanto incontrerebbero la paura reale solo nel momento in cui venissero a stretto contatto con il virus o lo contraessero esse stesse in prima persona. La dimensione informativa è terroristica non perchè non ci sia il virus, ma perché le soluzioni vengono passate attraverso leggi, divieti, punizioni, multe, e non attraverso la sollecitazione alla responsabilità dei cittadini.

Il virus c’è, esiste, ma molti vivono proteggendosi da questo nemico come se fosse presente nel loro qui-ed-ora – sottolineo, nel loro personale qui-ed-ora – mentre invece tale pericolo soggettivo in quel preciso momento per loro non è reale, ovvero non li riguarda a livello personale in quello specifico momento. Instaurare la paura invece della responsabilità – perché questo in qualche modo è ciò che sta avvenendo – contrapporre la colpa e la punizione alla responsabilità facendo leva sulla paura, tiene le persone in casa in maniera infantile ed irresponsabile. La responsabilità invece ci fa restare in casa comunque, ma in maniera lucida, attraverso una presa di coscienza e una scelta consapevole, e questo cambia la dimensione psichica legata alla situazione.

In società molto più povere delle nostre, o in società arretrate dove i problemi legati alla sopravvivenza erano all’ordine del giorno, è molto probabile che la dimensione fobica non avesse lo spazio per emergere, in quanto, dovendo provvedere alla propria sopravvivenza quotidiana, l’uomo non aveva nemmeno il tempo di potersi curare di altre dimensioni squisitamente idealizzate e mentalizzate. Resta il fatto che la paura è una delle emozioni fondamentali di cui l’uomo ha bisogno, perché gli consente di conoscere il pericolo e quindi di difendersene. Nelle società più agiate la paura per la propria sopravvivenza non ha molto senso di esistere, e possiamo ragionevolmente supporre che l’insorgere così forte delle fobie nella nostra società, appunto, possa essere la conseguenza del bisogno di incontrare proprio queste emozioni di base.

Dal punto di vista energetico, noi siamo un sistema aperto, tutto quello che dal mondo prendiamo, dobbiamo restituire. Quando mangiamo, ad esempio, una parte di cibo serve per nutrirci, una parte la espelliamo, e se questo processo si interrompe stiamo male, ci intossichiamo. Questo succede anche nel mondo delle emozioni: quello che il mondo ci dà, noi glielo dobbiamo restituire. Ma nel soggetto fobico soprattutto, che è avvezzo a intrappolare le sue emozioni, a non restituirle, a ingabbiarle nelle contratture muscolari croniche, a rimuoverle, questo processo di espulsione e di restituzione arriva a bloccarsi in modo talmente forte che il soggetto può espellere il surplus emotivo solo attraverso l’attacco di panico, che è come un attacco di dissenteria per chi ha mangiato troppo. Se ribaltiamo specularmente il punto di vista, possiamo vedere che il soggetto fobico è tale anche a causa del tipo di respirazione che mette in atto. Il fobico deve ingabbiare tutte le emozioni – non solo il piacere, ma tutte le emozioni – ed ha l’abitudine di rimuovere i suoi conflitti inconsci. La maggior parte del suo mondo emotivo l’ha tutto quanto compresso nelle strutture croniche muscolari, soprattutto a livello del torace, del collo, del bacino, dell’ano, del diaframma. Questa sua tendenza a rimuovere le emozioni, a un certo punto diventa per lui insostenibile, per cui in qualche modo le deve scaricare per ritrovare un’omeostasi, e il modo in cui il fobico scarica questo carico energetico è, appunto, l’attacco di panico, che è la forma acuta della fobia. Questa è la ragione per cui, dopo l’attacco di panico, il fobico si sente paradossalmente meglio.

Una persona che cominci a respirare più correttamente, può alleviare gli attacchi di panico con una respirazione diaframmatica, sostituendo gli psicofarmaci che normalmente vengono somministrati nel momento in cui avvengono gli attacchi.

La fobia si struttura sempre in un soggetto che ha una poca autonomia rispetto al mondo, infatti il fine ultimo della fobia è quello di chiudere il soggetto, di impedirgli di aprirsi al mondo e nel mondo. In questo senso, per esempio, la paura di prendere l’aereo significa, nella migliore delle ipotesi, la paura di potersi esprimere verso l’esterno, così come pure la paura di uscire di casa.

Qual è lo scopo finale della fobia? Il tentativo ultimo del fobico sarebbe quello di restare sempre nel suo giardino dorato, di non uscirne, di non uscire fuori, e quindi tutte le “paure delle paure” che il fobico struttura, sono funzionali al fatto che egli deve rimanere in un territorio molto circoscritto, e che non deve espandersi. Possiamo interpretare la fobia come un sintomo specifico che contribuisce a mantenere il soggetto in uno stato di dipendenza, di poca autonomia, di poca espansione, perchè se si espande ha paura, prova angoscia. Soprattutto, la fobia è legata al problema della dipendenza, difatti il fobico crea un mondo in cui le persone lo debbano contenere, strutturare (ad es. in alcuni casi non riesce a muoversi se non accompagnato), quindi ha paura anche della solitudine, dell’autonomia, della responsabilità, perché la responsabilità è collegata al processo di crescita.

 

Dott. Gianfranco Inserra, psicologo psicoterapeuta – Psicoterapia corporea

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