Dal risentimento al perdono

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– di Luciano Marchino –

Nella definizione di Reich, una persona è sana se ha sciolto i propri conflitti interiori, perché ogni conflitto interiore è un conflitto nevrotico. I freudiani e gli junghiani chiamano questo conflitto irrisolto “fissazione” o “rimozione”, i bioenergetici lo chiamano “blocco”, ma tutti si riferiscono alla stessa realtà, una realtà cristallizzata che impedisce tanto di procedere quanto di retrocedere, ovvero i due movimenti naturali della vita. I nostri blocchi hanno un equivalente in ciò che i buddisti chiamano attaccamento. Nel buddismo, attaccamento è tutto ciò che tiene le persone legate alla ruota del karma, una matrice che viene dalla vita passata e determina a ripercorrere l’esistenza con uno schema prefissato. Questa è anche la definizione reichiana di carattere.

Ora, tutto ciò che vive pulsa: ha un momento di contrazione e uno di espansione, un momento di avvicinamento (connesso al sentimento dell’amore) e uno di allontanamento (connesso al sentimento della paura). Tutte le volte che dissolviamo un blocco, ritorniamo fluidi, e quindi aumenta la nostra capacità di amare. Amore, infatti, è assenza di conflitto. E il conflitto è qualcosa che si realizza non soltanto fuori, ma dentro ciascuno di noi, a livello sia psichico sia corporeo.

A livello corporeo, il conflitto si materializza in forma di tensione. La definizione laica di amore è quella di un corpo privo di tensione, all’interno del quale l’energia può scorrere liberamente. Non è qualcosa di mistico che siamo tenuti a imitare, ma qualcosa di organico, di naturale, con il quale siamo tutti venuti al mondo, e che poi è stato in vario modo distorto nel corso del nostro processo di evoluzione. Anche nella cultura cristiana si dice che dobbiamo tornare a essere come fanciulli, il che vuol dire essenzialmente ridiventare innocenti. Innocente significa senza colpa. Se non c’è colpa non c’è nessun gesto da inibire. Se non c’è nessun gesto da inibire non c’è conflitto, quindi nemmeno tensione.

Per sciogliere i blocchi, e i conflitti che li sostengono, la bioenergetica ha messo a punto alcuni semplici esercizi che, svolti quotidianamente, possono cambiare la qualità della vita. Uno, ottimo per tutti, è quello che si fa sdraiati sul letto, colpendo il materasso con le gambe. Non c’è bisogno di essere arrabbiati, soltanto determinati: colpire! Lowen lo faceva, e consigliava di farlo, colpendo almeno duecento volte ogni mattina. Se abbiamo voglia di dare un calcio a qualcuno riusciamo a scaricare questo bisogno – associato all’espressione simbolica del vissuto – colpendo un materasso, senza nuocere né a noi stessi né a nessun altro, sciogliamo una tensione che altrimenti avremmo dovuto tenere. In altre parole, perdoniamo, sciogliendo così il nodo del nostro risentimento. Se per dare il calcio a quella persona dovremmo usare certi muscoli, per non darlo dovremmo impiegarne degli altri (inibitori). Il calcio sarebbe un movimento, l’espressione di un sentimento. Inibirlo invece provocherebbe un patimento (una passione), perché il patimento non è che la dimensione passiva, trattenuta, dell’emozione. Mentre l’emozione è un movimento verso l’esterno, il patimento è un movimento rivolto al proprio interno, contro se stessi, e poiché non possiamo reggere a lungo una tale sofferenza, creiamo un blocco per non sentirla, generando così una condizione di risentimento cronico.

Per invertire questa modalità, possiamo perdonare chi ci ha ferito, e non certo perché siamo buoni e superiori. Il perdono è qui inteso come gesto egoistico, come scioglimento della tensione e del risentimento dentro di noi: quando questo succede (per esempio attraverso l’esercizio di scalciare associato all’espressione simbolica del vissuto), diventiamo più disponibili, e lasciamo che gli altri possano cogliere di noi non le nostre tensioni, ma la nostra disponibilità, non il nostro pugno chiuso, ma la nostra mano aperta. E questo perché il pugno chiuso, a lungo andare, fa più male a noi che agli altri il pugno chiuso dice che siamo arrabbiati, e di solito anche spaventati, quindi che siamo stati feriti. La mano aperta invita l’altro a porgerci la sua mano.

Per rimuovere blocchi e tensioni non c’è niente da imparare. Anzi, si deve piuttosto disimparare, cioè smettere di fare quello che si sta facendo: comportamenti adottati nella prima infanzia e di cui non ci si riesce a liberare. Sciogliere la propria armatura significa quindi, a seconda delle ideologie, religioni o punti di vista da cui lo si vuole considerare, dissolvere tensioni psicosomatiche, dissolvere pregiudizi, dissolvere samkhara (cioè i nodi dell’attaccamento nel buddismo), dissolvere conflitto, perdonare.

Mentre la base del perdono è sciogliere, la base del risentimento è trattenere. In ogni blocco c’è sempre una forma di negatività, un contenuto di risentimento: dalla furia distruttiva alla semplice noia. Inestricabilmente annodata al sentimento negativo inespresso c’è però tutta la positività del movimento originario inibito, il movimento naturale di autoassertività del bambino, il suo diritto alla spontaneità. Perdonare significa dunque, semplicemente, sciogliere questo nodo ed elaborare la negatività, che è un sentimento secondario, conseguente alla frustrazione della spontaneità. Quando la negatività sarà risolta, o meglio dissolta, potrà riaffiorare la grazia originaria del bambino, che ora sarà garantita e protetta dalle nuove potenzialità proprie dell’adulto. La risoluzione è quindi l’opposto del risentimento. Ri-solto significa sciolto di nuovo, mentre il ri-sentimento è un sentimento trattenuto, è un nodo al fazzoletto fatto per non dimenticare, per non perdonare.

Spesso proviamo risentimento sentendoci nel giusto, perché ci rifacciamo a modelli ideali. Ma nessuna forma di ritenzione nell’organismo è naturale. Dal punto di vista tanto della filosofia orientale, quanto della fisiologia occidentale, tutto è flusso. L’uomo però – unico tra gli animali – ha la tendenza a opporre resistenza al fluire della vita. L’opposizione al flusso (e dunque alla crescita) è uno dei modi di definire il lavoro dell’armatura caratteriale: opporsi al libero scambio di informazioni tra l’ambiente interno e l’ambiente esterno, interrompendo i flussi energetici e di significato anche all’interno dello stesso organismo: “Ciò che è vero per il bacino non arrivi mai al livello della coscienza!” 

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