Verso una cultura della legalità

di admin

– della Dott.ssa Anna Tecce- 

“Più che la scienza valgono i suoi risultati, più che l’evoluzione del creato vale l’evoluzione del creatore, più che la procreazione vale il bambino… il nostro incontro rimane la meta della libertà, il luogo indefinito in un tempo indefinito, la parola indefinita per l’uomo indefinito”

J. Moreno

Ognuno di noi ha fatto l’esperienza di un viaggio e la maggior parte di noi quando si incammina alla scoperta di luoghi nuovi e sconosciuti, si attrezza portando con sé una mappa del territorio da percorrere. G.Bateson, ben noto ai colleghi per la scoperta, nell’ambito dello studio olistico della mente del doppio legame, nella sua esperienza s’interessò anche dello studio dell’organizzazione sociale di questo secolo. In una delle sue opere afferma che la mappa non è il territorio, espressione divenuta nel tempo sintesi dell’evoluzione del suo pensiero. Mappa e territorio devono essere congruenti l’una all’altro, ma congruenza non è identità. Troppo spesso la mappa è utilizzata al posto del territorio e quest’ultimo viene completamente ignorato. Il viaggiatore è certamente agevolato dall’uso della mappa, ma questo non vuol dire che possa fare a meno della relazione diretta con il territorio. Questa relazione comporta esperienze che impegnano livelli percettivi, sensoriali ed emozionali che nulla hanno a che vedere con la mappa, comporta scelte che la mappa non può indicare, ma alle quali, se letta come metafora, può solo alludere. (1) Divieti di transito, sensi unici, animali e passanti devono essere rispettati… anche se non sono segnati sulla mappa.
Funzionale all’orientamento, essa è fruibile da qualsiasi viaggiatore, in qualsiasi momento e la visione di insieme che suggerisce, pur restando valido sussidio al viaggio, nulla ha a che fare con la qualità del viaggio. Le distanze chilometriche, le caratteristiche dei percorsi, i confini, le città e persino i monumenti, in quanto elementi quantizzabili possono essere rilevati sulla mappa. La qualità del viaggio, al contrario, può essere esclusivamente sperimentata dal singolo nel qui e ora della specifica esperienza del viaggiare. Come ogni normativa anche i codici deontologici sono delle mappe e si fondano su principi e norme di autodisciplina. Come ogni codificazione, espressione della cultura e dei costumi prevalenti (mores, da cui morale), i codici, e tutto il più ampio contesto normativo che li precede e li accompagna, svolgono una loro fondamentale funzione e soprattutto forniscono indicazioni comportamentali. Indirizzano verso l’assunzione di un comportamento eticamente e deontologicamente corretto che può, quindi, includere la liceità (morale/diritto) e la bontà dei comportamenti (etica)… verso un’etica dell’essere nel suo senso più ampio.
L’incontro tra etica e morale permette alle norme di immergersi nella concreta realtà delle relazioni umane, in quanto flusso in continuo divenire. Se definiamo l’etica come la misura di valore di comportamenti concreti, contestualizzati, essa, come il valore del viaggio, non può che essere esperita “in situazione”. I principi, le regole, la normativa sono necessari per misurare gli aspetti quantitativi della relazione; mentre tutto ciò che è qualitativo non può essere concettualizzato, descritto, codificato in un testo, non può essere valutato attraverso criteri pre-definiti, uguali per tutti e descritti una volta per tutte. La qualità, è una caratteristica che attiene all’insieme, è il risultato di quell’effetto composizione, visibile solo in ottica olistica e dato, non dalla somma delle parti, ma dalla relazione che ogni parte ha con le altre e con il tutto in quanto insieme.(2-4) Il valore del comportamento, dunque, può essere definito esclusivamente dal vissuto che ne hanno gli individui coinvolti nella relazione che si attua in un dato contesto. Solo loro possono sentire il sapore che quel comportamento suscita, possono sentire l’interesse, il piacere a restare nella relazione o ad andare via, in base a valori che, in quanto tali, non possono che essere personali. Si tratta di pensare etica e morale come valori che orientano il comportamento umano al servizio dell’uomo stesso, che recuperano la centralità dell’individuo ed il suo inserimento a pieno diritto nel sociale, sottraendolo alla marginalità derivante da marchi discriminanti (3) Una comunità professionale ha anche la funzione di preservare la fiducia dei clienti ai quali la professione si rivolge ed offrire loro tutela e garanzia della qualità dei servizi prestati. Ma che succede quando tutto questo risulta estremamente confuso, quando non esistono più criteri che fanno riferimento ad un’etica e ad una deontologia, quando i sistemi si inceppano? A fine 2007 è stata conclusa un’inchiesta svolta su un campione di oltre 60.000 cittadini sparsi nei cinque continenti, per il World Economic Forum di Davos. Sul campione intervistato su base mondiale, il 50% prevede un futuro meno sicuro per la prossima generazione (a fronte del 25% “ottimista”); il 36% si attende una condizione di minore prosperità rispetto al 33% di “positivi “.Se il quadro mondiale è quello descritto, il segmento di inchiesta svolto in Italia da Doxa mostra che il 72% degli italiani prevede un futuro meno sicuro e il 64% meno prospero.
E se a livello mondiale si riscontra un forte apprezzamento per intellettuali e insegnanti che sono le categorie più “gettonate” in termini di fiducia e che a parere degli intervistati, dovrebbero avere più potere nell’indirizzare i destini comuni ( circa il 30% per ciascuna categoria, contro il 15% medio di religiosi, militari e politici) in Italia si rileva uno scetticismo estremo che dimezza l’apprezzamento manifestato dagli altri abitanti del pianeta, apprezzamento che si riduce addirittura a 1/3 per i politici. (4) Pessimismo cosmico? … che fare? Forse è il momento di contribuire in modo attivo ed individuare nuovi strumenti e nuove forme di cittadinanza, iniziando dal richiedere una modifica profonda delle modalità di gestione delle cose comuni che passa anche attraverso una valorizzazione del potere che ciascuno di noi ha di cambiare qualcosa. Preoccuparsi del futuro dei bambini di oggi può diventare lo spazio operativo in cui incontrarsi, cui dovrebbero aspirare tutti i circoli intellettuali, per svolgere una funzione di stimolo e supplenza verso una classe politica che, nel suo insieme, sembra incapace di ragionare in termini di interessi generali e non di parte. “Dobbiamo ancora riflettere sulla nostra origine, su ciò che siamo e su dove vogliamo andare”. Lo scrive Ingrid Betancourt in una delle sue ultime lettere dalla prigionia, a cui è stato conferito il Premio Internazionale alla Libertà nel 2005, in quanto esempio di un impegno politico chiaro negli intendimenti e netto nella determinazione. Un abisso se raffrontato alle vicende della politica italiana, dove la competizione tra schieramenti, che non trova origine in chiari intendimenti di programma ma nell’astuta capacità di affermarsi quale portatore di novità, ha fatto sì che noi assistessimo, ormai da tempo, ad una martellante autoproclamazione di “nuovismo” ormai sterile e incongrua (5) E’ vecchio e stantio il continuo processo di delega delle responsabilità all’altro, l’irresponsabilità individuale dei politici e l’utilizzo di formule e slogan che elencano i problemi senza affrontarli, gettando alle spalle ciò che di concreto e reale servirebbe a migliorare la qualità del nostro viaggio. In questo bisogno di cambiamento non si può non includere la necessità di istituzioni che consentano la crescita della conoscenza attraverso una trasparenza della scelta delle classi dirigenti, fuori da ogni influenza politica. Diversamente, la diminuzione vertiginosa del valore della legalità e la frequente immoralità delle istituzioni pubbliche rischia di promuovere una pedagogia negativa, che determina l’accettazione quasi benevola di una serie di disvalori o ancora peggio una silente rassegnazione ad uno stato di cose immodificabile, dove persino la legge rischia di perdere il suo valore. Certo non è facile riparare la mancanza di partecipazione a quel destino comune; se consideriamo eticamente corretto un atteggiamento mentale per il quale ogni uomo dovrebbe propendere a rispondere dei propri atti alla propria coscienza civile, fino a sentire il peso e il valore del giudizio degli altri uomini ancor prima del valore e del peso della propria coscienza religiosa, dobbiamo ammettere di trovarci di fronte ad un compito difficile. Ma esistono istituzioni che debbono essere utilizzate per questo tentativo: la scuola, ad esempio che dovrebbe introdurre i giovani ai problemi della metaetica, alle riflessioni sui fondamenti e le strutturazioni dell’etica, preparandoli a scelte consapevoli ed autonome. (6) Di fatto ci sono bambini in stato d’emergenza e d’ abbandono, ci sono famiglie che stentano a sopravvivere, ci sono sistemi ambientali in corto circuito…allora più che mai responsabilità personale, etica e deontologia potrebbero fondersi. E’ inevitabile sottolineare la centralità dell’uomo in tali processi; un uomo che cresce e che crescendo entra in relazione con se stesso, con gli altri e con l’ambiente che gli sta intorno.
Questo suo entrare in contatto è decisivo per la sua vita. Vale la pena, allora, di impegnarsi per una comunicazione gioiosa e costruttiva come il confronto. Non si tratta di favorire l’una per negare l’altra posizione ma di assumere entrambe le dimensioni in vista del pieno sviluppo della persona, mantenendo sempre una relazione aperta con gli altri e con il mondo chiamato a collegare sempre il vicino con il lontano, il piccolo con il grande, il microcosmo con il macrocosmo. …Investire, per recuperare quegli ideali e quei valori che non sono da ritenersi scontati o come appresi. Sostenere la scuola il cui compito fondamentale è quello di favorire la formazione di una personalità armoniosa degli alunni, consapevole anche dei diritti e dei doveri che la cittadinanza impone, promuovendo una disponibilità ed una collaborazione per il bene comune, ben integrata nella società ma anche capace di accogliere i vantaggi che la diversità, sotto le varie forme in cui oggi si manifesta, offre. Promuovere azioni volte a diffondere la cultura dei valori civili partendo dal riaffermare nella vita quotidiana i valori della libertà e della legalità, intendendo il diritto come espressione del patto sociale e aiutando i giovani a sviluppare la consapevolezza che dignità, solidarietà, sicurezza non sono valori acquisiti per sempre ma vanno protetti come il diritto a sviluppare il proprio potenziale, il diritto alla vita e ad un adeguato livello di vita. .. combattere sin da subito ogni forma di sopruso, per vivere le leggi come un’opportunità e non come limiti. Confrontarsi con i valori della Costituzione ed essere consapevoli che solo impegnandosi a viverli nella quotidianità si rimuovono “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”*. Andrebbero allora potenziati il diritto di resistere ai poteri iniqui, la libera espressione dell’individualità, strettamente legata alla promozione della moralità dei comportamenti e delle scelte politiche. Educare alla convivenza democratica sviluppando la coscienza civile, costituzionale e democratica; assumere consapevolezza che la costruzione di un futuro di pace nasce dalla “conoscenza” delle cause presenti e storiche che provocano le discordie e le guerre. Preoccuparsi di far acquisire agli adulti del domani, il senso della gratuità, (intesa come donare senza aspettarsi una ricompensa), in contrapposizione all’etica utilitaristica dominante, che si radica nella solidarietà umana; comprendere che pace non è solo assenza di guerra, né comodo neutralismo, bensì conquista della conoscenza etica di considerare l’altro sempre come Fine e non come Mezzo… “ Le cose non sono sempre quelle che osserviamo con gli stessi occhi ma possono mutare, a seconda dei punti di vista; il cambiamento del punto di vista segna l’inizio di un mutamento che prosegue a cascata: se io cambio il modo di guardare alle cose le affronterò in modo diverso..ed otterrò cose diverse…il pensiero convergente, centripeto, brucia lo spazio, occupandolo tutto e si approfondisce nel nostro io soffocandolo. Il pensiero divergente può muoversi in tutte le direzioni, a raggiera, come i petali di un fiore, e conquista sempre più nuovi spazi, man mano che si allarga. Qualsiasi problema, elaborato in modo convergente, si stratifica su precedenti pensieri come se fossero strati geologici sedimentati, è un imbuto rovesciato, che prima o poi viene colmato e saturato divenendo un peso insostenibile…il pensiero divergente, non ha un’ideologia, la trova strada facendo, nei suoi percorsi, che possono andare in tutte le direzioni, come un’opportunità che si rinnova, come una vela che non percorre un percorso fisso, ma segue il vento e più si allarga e più aumenta la sua conoscenza..componendo il puzzle della propria esistenza”(7). Tante cose mutano ed evolvono nel tempo, solo che ce ne dimentichiamo. Un tempo eravamo piccoli e potevano dirci di fare questo e di fare quello, d’altra parte la nostra naturale curiosità cozzava con la nostra inesperienza. Ora, da adulti..i limiti che abbiamo sono solo quelli che ci diamo noi, l’inconscio non ha limiti ma solo potenzialità inespresse che possono aprirsi in tutte le direzioni.. l’esperienza immaginata diventa la base dell’esperienza realizzata. Ristrutturare significa cambiare l’atteggiamento o punto di vista concettuale e/o emozionale di guardare o di vivere una situazione per porla entro un’altra cornice (8)…..così il nostro viaggio potrà essere anche qualitativamente significativo.

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