Tradimento e morale

di admin

Qualche settimana fa ha suscitato particolare interesse in me la notizia riportata dai media riguardante la censura di uno spot pubblicitario ritenuto immorale. In effetti il contenuto era del tutto originale e inaspettato: le immagini rappresentavano un uomo e una donna che entravano in una stanza correndo, si spogliavano precipitosamente e facevano l’amore con passione; poi compariva una scritta che più o meno diceva: “Queste due persone sono sposate, ma non tra loro”; seguiva quindi lo slogan “la vita è breve; fatti un amante”.

Lo spot pubblicizzava l’attività di un social network “rivolto agli infelicemente accoppiati della rete” (così è stato definito in internet stesso): una sorta di agenzia matrimoniale che si occupa però – udite udite – non di individuare le affinità di coppia per combinare l’unione destinata a durare per sempre, coronata dai fiori d’arancio, bensì, come s’intende bene, di trovare il partner giusto per un uomo o una donna già sposati che sentano il bisogno o, perché no, il desiderio di avere un’/un amante. L’agenzia non sembra essere mai stata limitata nella sua regolare attività; ma lo spot, secondo chi di dovere, non poteva essere assolutamente tollerato perché avrebbe incoraggiato al tradimento. In un commento rilasciato dal direttore dell’agenzia, in seguito alla censura, egli afferma di aver ricevuto molte lettere di persone che gli rimproverano di svolgere un’attività a dir poco riprovevole; altri però gli sono riconoscenti, perché grazie a lui e alla sua iniziativa sono riusciti a salvare il proprio matrimonio.
Che dire a questo punto di tutti gli elementi “sul tavolo”? Intanto iniziamo dalla censura: è evidente che la nostra società, per quanto trasgressiva, in piena crisi dei valori tradizionali (in primo luogo la famiglia, e quindi, per forza di cose, il matrimonio), si rivela soprattutto distruttrice (talvolta autodistruttrice), ma purtroppo quasi mai creativa o creatrice, anzi pronta ad attaccare e bollare chi e quanti propongono un’alternativa; magari provocatoria, magari “difettosa”, magari bizzarra, ma comunque un’alternativa, che può offrire l’opportunità, se non altro, di mettere sotto gli occhi di tutti semplicemente la realtà; una realtà che non è poi così rara e risicatamente occasionale, bensì diffusa, chiacchierata, pubblicizzata… che in molti casi, da sempre, in qualsiasi tempo e civiltà umana, ha caratterizzato l’unione formale tra uomo e donna istituzionalmente chiamata matrimonio: il tradimento.
Premesso, a questo punto, che non intendo mettere in discussione qui il matrimonio né come sacramento religioso né come istituzione civile, quindi né il valore dei sentimenti né la validità delle molteplici motivazioni che possano essere alla base di qualsiasi unione coniugale, preciso, invece, di voler focalizzare l’attenzione sulla “questione morale” rappresentata dal tradimento in relazione all’istituzione – civile e religiosa – del matrimonio; questione che, sostanzialmente, sorge dall’osservazione della non-disponibilità ad ammettere ciò che è nella natura dell’essere umano, uomo o donna che sia: la difficoltà a rimanere fedeli; non si vuole dire con questo, naturalmente, che tutti siamo portati al tradimento, che non possiamo farne a meno, che insomma tutti dobbiamo per forza tradire; si vuole, invece, far riflettere sul fatto che esso è connaturato all’uomo e diventa riprovevole non perché “lesivo della dignità umana”(ben altri comportamenti lo sono, ma vengono accettati con grande disinvoltura morale), ma solo in relazione all’istituzione, di cui il tradimento rappresenta la messa in discussione dei principi su cui essa si basa.
Tale non-disponibilità, inoltre – osservo ancora – è parziale, non riguarda tutti. Mi spiego. Tra le riviste più vendute e tra le trasmissioni televisive più viste (forse non in assoluto, ma di sicuro molto – rispettivamente – vendute e viste) ci sono quelle di gossip, di cui i protagonisti sono i vip, e quelle generalmente chiamate “soap”, dove i personaggi sono per lo più impegnati, oltre che in faccende di ordine economico-sociale di prestigio, in intrighi di tipo sentimentale, amoroso, passionale, erotico. Ebbene, a comprare tali riviste e a guardare tali programmi televisivi sono soprattutto persone di estrazione socio-economico-culturale media o bassa; persone che sul piano della condotta morale sono generalmente molto rigide rispetto al tema del tradimento, che nella vita reale non tradirebbero mai. Sta di fatto però che non si perdono una puntata di Beautiful o addirittura si abbonano alle riviste di gossip.
Perché gli importa così tanto con chi è stato visto il calciatore Tizio, chi ha baciato sulla spiaggia la modella Caia, con chi c’è stato il ritorno di fiamma della velina Sempronia? Si potrebbe portare, credo, più di un argomento; in primo luogo, penso ci sia il desiderio inconscio di proiettare se stessi in una dimensione impossibile da sperimentare nella vita reale, che magari poco spazio lascia alla soddisfazione piena e vera. L’aspetto più importante da evidenziare però, per tornare alla non-disponibilità parziale dell’accettazione morale del tradimento, sta nel fatto che i vip o i personaggi televisivi che tradiscono non sono sottoposti al giudizio morale a cui la gente comune sottopone se stessa; questo è evidente e inoppugnabile: se i tradimenti diffusi, continui e multiformi dei personaggi delle soap o dei vip fossero visti davvero come qualcosa di immorale, nessuno starebbe a guardare le interminabili serie televisive del primo pomeriggio e probabilmente dal parrucchiere ci si annoierebbe a morte, non essendoci di chi leggere e spettegolare. Perché accade questo? Le interpretazioni possibili per questo aspetto della nostra società sono sicuramente molteplici. Una potrebbe essere in chiave economico-marxista: chi gestisce il capitale può disporre non solo del benessere economico che ne consegue, ma anche della libertà da vincoli morali in ogni aspetto della vita; detiene, insomma, il potere, in qualsiasi forma. C
hi invece non dispone di grandi beni economici, proporzionalmente è limitato nella gestione di molte altre componenti della propria esistenza, rimanendo peraltro in una condizione di subalternità e sottomissione, in un inconsapevole, inammissibile, abortito anelito verso la dimensione più alta, che però non tenta neppure di raggiungere, né con la ragione, né tanto meno con l’azione. E’ come se la “classe subalterna”, i non-very-important-people, potessero solo guardare dal basso verso l’alto a quel paradiso da cui sono esclusi, che permette quella libertà e quella felicità che si può solo fantasticare, ma non ottenere. Strettamente connessa a questa interpretazione, può essercene un’altra, di tipo storico-politico-religioso, sostanzialmente antropologica: in qualsiasi forma di potere gerarchico in cui la politica e la religione si “alleino” tra loro sostenendosi a vicenda, i capi o i detentori del potere diventano automaticamente immuni da qualsiasi colpa. Nella nostra cultura si possono prendere ad esempio Re Luigi XVI, ghigliottinato nella rivoluzione francese, o lo Zar Nicola II, i quali (quest’ultimo addirittura agli inizi del XX secolo) facevano derivare il loro potere assoluto direttamente da Dio e giustificavano come espressione della volontà divina l’ordine sociale che ne conseguiva, imponendone così l’immutabilità. Il nostro modo di pensare e di agire, anche se le condizioni storiche sono cambiate, è comunque rimasto improntato ad una forma mentis che ci ha governato per molti secoli (diciamo pure millenni); e così, il senso della colpa e del peccato, che atavicamente ci portiamo addosso, rimane ancora qualcosa che, tutto sommato, riguarda solo “il gregge”, non “il pastore” o “i pastori”: il dogma dell’infallibilità papale ne è l’esempio più emblematico, per non parlare dell’immunità concessa dal recente lodo Alfano alle più alte cariche dello Stato. Le istituzioni, a questo punto, al di là del valore di cui ognuno soggettivamente le investe, si rivelano gli strumenti di cui i sistemi sociali e politici si servono per garantire la conservazione di se stessi, mentre le regole morali su cui esse si basano sono i lacci che impediscono di accedere al paradiso della libertà e delle libertà (sostanzialmente, al potere) riservate a pochi eletti. Forse a questo punto diventa un po’ più chiaro il perché accade che non si possa ammettere, oltre alla fedeltà, anche l’infedeltà coniugale e che “i sudditi” non vengano lasciati liberi di scegliere, sanzionando come immorale la seconda opzione.

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1 commento

Elisabetta 12/04/2017 - 17:22

Grazie Dott. Inserra. A mio parere non si tratta di uno spot immorale, bensì dannoso in quanto incita a tradire anche quelle persone che hanno deciso di non tradire.

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