Se anche noi diventiamo una password

di admin

Nel “La Colonia Penale” Kafka racconta di un ufficiale che minuziosamente spiega “la macchina per scrivere la legge”. E all’interlocutore che chiede se il condannato conosce la sentenza che lo riguarda, l’ufficiale risponde: Da sempre il corpo è superficie di scrittura atta a ricevere il testo visibile della legge che la società detta ai suoi membri.

Ogni suo tratto è una traccia indelebile, un ostacolo all’oblio, un segno che fa del corpo una “memoria”. Ma dire “memoria” oggi vuol dire consegnare il corpo alla tecnica informatica che, oltre alle impronte digitali, può rilevare quelle retiniche, quelle vocali e persino quelle olfattive. Può misurare la distanza che intercorre tra le nostre dita divaricate, nonché la cadenza della nostra andatura.

Il corpo ci rivela. E la tecnica può rapirci quanto di più intimo, di più nostro, di può segreto custodiamo come riferimento ultimo della nostra identità. Potremo avere passaporti che raccolgono in un microchip tutti questi dati. Finiremo con l’essere, come da sempre siamo, sconosciuti a noi stessi, ma trasparenti a chiunque voglia saper tutto di noi. La nostra identità dovrà piegarsi alle esigenze di identificazione. Ieri il Garante della privacy, nella sua relazione annuale, ha denunciato con parole forti questo pericolo, mettendo in guardia dalla possibilità di ridurre il nostro corpo a una password che rende accessibile a tutti la nostra identità, catturata in quell’unico recesso che non possiamo nascondere: la nostra fisicità. Tra corpo e tecnica c’è sempre stata una tresca segreta. L’uomo si è distinto dall’animale proprio per la capacità di accrescere le possibilità del suo corpo con la strumentazione tecnica, a cui ha conferito prima il potenziamento della vista, dell’udito, della deambulazione, poi la riduzione dell’estensione dello spazio e del tempo, quindi il potenziamento della memoria. Oggi, con le possibilità messe a disposizione dell’informatica, il corpo sta consegnando alla tecnica anche il potere di controllo che riduce la nostra fisicità a superficie di scrittura, dove è possibile leggere la nostra identità ormai indifesa. Non solo gli stili di vita, non solo il nostro modo di lavorare e di vivere è rigorosamente condizionato dalla tecnica, ma anche la nostra identità è ispezionata in quell’ultima frontiera che ci era rimasta: il segreto del nostro corpo oggi visualizzabile fin laggiù dove custodiamo quell’ultima riserva di libertà, garantita dalla barriera tra il dentro e il fuori, tra il pubblico e il privato tra l’intimo e l’esteriorizzato.

In questo radicale capovolgimento del rapporto tra il corpo e tecnica, il pericolo che ieri il Garante della privacy ha giustamente denunciato non è solo nella completa pubblicizzazione della nostra intimità più segreta, ma nell’interrogativo, difficilmente eludibile, che ormai si chiede non più cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi.

tratto da La Repubblica del 29/04/2004

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