Perché i ragazzi si insultano?

di admin

– da “I genitori devono sapere” di Lea Barimbaum – 

I bambini sono allevati da adulti e gli adulti, anche se più cauti e guardinghi quando si esprimono in pubblico, rivelano certi attegiamenti nei riguardi degli altri gruppi etnici, religiosi o razziali. Quando un atteggiamento si è profondamente radicato in una persona sarà assai difficile farglielo cambiare, anche di fronte all’evidenza.

Naturalmente, gli atteggiamenti in quanto tali sono necessari a tutti noi. Per la maggior parte i nostri discorsi quotidiani vertono sulle nostre impressioni intorno alle cose:un certo film o una rappresentazione che ci piace o non ci piace, ecc. Gli atteggiamenti pericolosi sono quelli chiamati pregiudizi: noi cioè pre-giudichiamo un individuo, senza sapere alcunché sulla sua persona, in base al fatto che appartiene a un certo gruppo diverso dal nostro. All’inizio dell’epoca nazista in Germania, quando il governo improvvisamente cominciò a permettere e anche a incoraggiare l’antisemitismo, si udivano spesso frasi del genere: “Lei, signor tal dei tali, è una persona molto ammodo, ma gli Ebrei in generale…”Gli atteggiamenti svolgono molte funzioni nella psiche umana, funzioni che si fondano su bisogni molto fondamentali. Grazie agli atteggiamenti noi organizziamo il mondo caotico che ci circonda. Un bambino che vede un film western alla TV sa subito chi sono i buoni e chi i cattivi, poiché ha già un certo atteggiamento riguardo alla funzione dei fuorilegge. Gli atteggiamenti sono necessari per proteggere il nostro Io dagli effetti dell’insuccesso: è assai preferibile andare a casa e dire alla mamma: “Non c’è da meravigliarsi se ho preso soltanto un 6 con quella maestra che ce l’ha sempre con noi (cioè con un dato gruppo, etnico o d’altro tipo) e non ci dà mai la possibilità di prendere bei voti!” Qui l’atteggiamento è proiettato sull’altra persona, in questo caso l’insegnante, per proteggere lIo da una frustrazione, quella di doversi rendere conto delle proprie incapacità.
Gli atteggiamenti sono anche necessari per adattarsi felicemente all’ambiente: se ad esempio una ragazza vuole diventare infermiera, il suo atteggiamento positivo verso questo lavoro le crea uno stato d’animo che le permette poi di sopportare gli aspetti sgradevoli e nauseanti della sua professione professione, anche se magari non vi era preparata. Attraverso gli atteggiamenti noi esprimiamo quindi inostri valori.Fino a circa dieci anni gli atteggiamenti di un bambino sono la copia precisa di quelli dei genitori: se papà è socialista, il figlio andrà in giro con i distintivi e scandendo gli slogan di quel partito, se papà è liberale tale sarà suo figlio. Molti individui continuano così per tutta la vita, però spesso, dopo i dieci anni, un ragazzo comincia a guardare le cose coi propri occhi e durante l’adolescenza in lui può verificarsi un completo rovesciamento di tutto quello che gli era stato instillato fin dalla prima infanzia.Gli atteggiamenti hanno diverse componenti. Prima di tutto c’è l’elemento cognitivo; perché si possa avere un atteggiamentonei riguardi di una certa cosa si deve per lo meno sapere che quella cosa esiste. In secondo luogo c’è il sentimento: pur con una conoscenza minima di certe persone, certi gruppi, ecc., si può raggiungere un massimo di entusiasmo o di amore o di antagonismo o di odio verso di loro. La terza componente di un atteggiamento è la disponibilità all’azione: come dimostra il seguente esperimento, pe persone con un certo atteggiamento non sempre sono disposte ad agire in base ad esso. Negli USA un gruppo misto di funzionari neri e bianchi visitò undici ristoranti; in tutti e indici il gruppo fu servito come tutti gli altri clienti. In seguito si mandò una lettera agli stessi ristoranti, chiedendoai proprietari se erano disposti a ricevere un gruppo misto per un determinato giorno.
Alcuni dei proprietari tiraroo in ballo delle scuse, come quella che erano tutti prenotati per quel giorno, altri scrissero che personalmente non avevano obiezioni a ricevere dei neri, ma che la cosa avrebbe potuto risultare sgradita ai clienti; un terzo gruppo affermò apertamente che era contrario a ricevere neri. Ciò dimostra che, anche se si nutre un certo atteggiamento,non sempre ci si comporta conformemente ad esso, specialmente in pubblico, dove, facendo una scenata, si potrebbe attrarre l’attenzione degli altri.In un certo senso, ognuno di noi è egocentrico, nella misura in cui è al centro del proprio universo. Il fatto di appartenere ad un gruppo ci rende anche etnocentrici (cioè centrati sul gruppo). I bambini si esprimono sempre nei termini di “noi” contro “gli altri”, sia che parlino dellascuola, della cerchia di amici o della squadra di pallone. Questo “sentimento di noi” dà loro un senso di sicurezza e di appartenenza, ma il “sentimento degli altri”, che gli si accompagna, può provocare ostilità e aggressività. Quindi sul versante positivo troviamo cordialità, solidarietà e sicurezza, mentre l’aspetto negativo del sentimento di gruppo comprende l’arroganza, il senso di superiorità e l’antagonismo. I genitori e gli educatori consapevoli di questi tratti si sforzeranno di sviluppare gli aspetti positivi del sentimento di gruppo e di far prendere coscienza ai ragazzi degli aspetti negativi dell’altro versante, cioè di quanto sia ingiusto rifiutare chi appartiene ad un altro gruppo. L’aspetto migliore di ogni evento sportivo è, in senso educativo, il momento in cui vincitore e vinto si stringono la mano.Il cultore di psicologia sociale Gordon Allport afferma nel suo libro “La natura del pregiudizio” che, quando una persona o un gruppo cominciano a comportarsi in base al pregiudizio, si verifica una catena di reazioni. Il primo passo è l'”antilocuzione”, ossia il parlare male dell’oggetto del pregiudizio: “Lei semplicemente non conosce i tali, o i tal altri, sono tutti così!” Da questo tipo di discorso spregiativo contro un intero gruppo si passa allo stadio successivo, cioè l’evitare l’oggetto del pregiudizio: “Io non voglio sedermi vicino a un…” Sotto questo aspetto i bambini sembrano assai meno categorici dei grandi:pur avendo udito discorsi contro questo o quel gruppo e pur facendo essi stessi tali discorsi, in realtà non sanno di che cosa si tratti. Un bambino a cui si era chiesto se preferiva i bambini grandi ai neri rispose: “Non ne son niente, io gioco sia con i maschi che con le femmine”. Dopo di ciò vengono – è bene ricordare – la discriminazione, l’aggressione e talvolta lo sterminio. Di fronte a questo elenco terrificante, ci si domanderà se non si può far nulla contro il pregiudizio: non è possibile cambiare gli atteggiamenti? Dopo la seconda guerra mondiale si è dedicata molta attenzione a questo problema e si è cercato in molti modi di correggere i pregiudizi.Il successo (o l’insuccesso) dei programmi di rieducazione dipende da molti fattori. In primo luogo, la tenacia degli atteggiamenti, che sembra connessa all’età in cui l’atteggiamento si è costituito: quanto più era giovane l’individuo, al momento dell'”indottrinamento”, tanto più sarà radicato l’atteggiamento. Poi c’è il nesso tra atteggiamento e bisogni inconsci:se si ha bisogno di un poveraccio su cui sfogare la rabbia si troverà sempre il modo di crearsene uno. Infine c’è il modo in cui viene condotta la rieducazione. Vien fatta a base di discorsi? O mediante discussioni? O forse non sarà utile mescolare diversi gruppi nei quartieri di abitazione, nelle scuole, ecc.? Ognuno dei metodi sopre menzionati ha qualche aspetto positivo.Per far cessare l’odio contro un certo gruppo è utile che esso sia conosciuto meglio. In una scuola di Israele in cui si doveva assorbire un gruppo di bambini provenienti dal Marocco, l’insegnante parlò agli alunni della storia degli Ebrei in Nord Africa, dei loro momenti di gloria, quando avevano comunità autonome nelle montagne dell’Atlante, e delle loro sofferenze, quando erano oggetto di un’ondata di fanatismo. Ma non basta dire a un bambino come stanno le cose; si è constatato che è più efficace che una classe o un gruppo di altro tipo discuta una questione e giunga a una certa decisione collettiva. Per quanto riguarda la mescolanza dei gruppi, l’esperienza ha dimostrato che in certi casi essa ha effetti eccellenti, in altri casi non fa che inasprire i precedenti pregiudizi. Quando nella seconda guerra meondiale fu necessario aggiungere alcuni neri a certe unità dell’esercito statunitense composte di soli bianchi, e per di più provenienti da stati del Sud, si diede da compilare ai soldati bianchi un questionario sugli atteggiamenti da cui risultò un’intensa avversione contro i neri. In seguito i neri furono aggregati alle unità, e dopo un certo tempo si fece un’altra indagine sugli atteggiamenti, da cui risultò uno spiccato cambiamento in meglio in tutte le unità, e soprattutto in quelle che avevano partecipato ai combattimenti.In Israele dove la maggior parte dei campeggi sono pubblici e frequentati da membri di tutte le comunità, lo psicologo Yehudah Amir ha constatato che l’integraziuone riesce ma a certe condizioni.
Prima di tutto dev’esserci un contatto stretto fra i bambini di gruppi diversi: essi devono fare le cose insieme, non basta che stiano nello stesso campeggio. In secondo luogo devono godere tutti di uguale prestigio sociale, e questo fatto deve essere sottolineato e sostenuto dagli organizzatori. A volte un’uniforme, un distintivo , o simile, contribuiscono a creare un aspetto di uguaglianza. La terza condizione è che vi siano scopi comuni: un progetto, una rappresentazione, la costruzione di una capanna, la preparazione di un evento sportivo, tutto ciò può fungere come finalità comune.Ci deve essere poi una situazione tale per cui il gruppo che nutre pregiudizi (nella maggior parte dei casi il gruppo che in un certo paese costituisce la maggioranza) riesca veramente a percepire l’aspetto positivo dell’altro gruppo, in modo che l’incontro costituisca una sorpresa: “Non avevo mai saputo che i ragazzi di questa o di quella comunità potessero essere simpatici.”Il successo dei programmi d’integrazione dipende in gran parte dagli adulti […]. Se l’atteggiamento fondamentale di essi verso gli altri esseri umani è la curiosità e lo stupore di fronte a tutte queste differenze, si trasmetteranno tali atteggiamenti ai figli; se invece gli adulti stessi hanno repulsione per ogni cosa estranea e diversa, i figli saranno privati di molti utili contatti umani.

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