Noi siamo donne che sanno

di admin

Noi siamo donne che sanno cos’è il cazzo. Dice una protagonista di un bel romanzo di Pavese. Quella parola piantata lì, nel mezzo di una storia di donne sole, annoiate, borghesi, è una parola che squarcia. Non allude, non sfiora, ma lacera squassa e apre. Apre un livello di senso differente, anche se per un istante, perché immediatamente lo richiude, scientemente, con lo stesso colpo. Non ci saranno infatti altre espressioni simili in tutto il romanzo.

Quel fendente ferisce e ripassa e richiude. Ma intanto abbiamo visto il sangue, le interiora di un corpo che si stava disegnando attraverso le parole del romanzo. Intanto abbiamo visto un personaggio dentro. Non da dentro, immaginandoci ed elaborando significazioni plausibili su come potesse essere il suo lato oscuro. Non con il cervello abbiamo ricreato l’universo interiore di questa donna, quell’universo intimo, magari sporco, feroce. No. Nessuna mediazione, sapientemente, ci ha lasciato l’autore. Siamo entrati in quello squarcio e abbiamo sentito cosa in quel momento volesse realmente dire attraverso l’unico modo che aveva per dirlo. Perché ogni parola è un pezzo insostituibile.

Ora l’inquietudine però sale. Perché per comunicare un lato reietto e volgare ci deve essere un riferimento alla sessualità e al corpo? Anzi. Perché il turpiloquio, nel ventaglio colorito di tutte le sue accezioni (sceglietene pure una a caso) fa riferimento continuo al sesso o alla defecazione?

Chi lavora da tempo, sul corpo, sa quanto esso sia altro. Armonia, anzitutto. Ma anche margine esterno e interno dello spirito, al contempo. E mille altre cose. L’idea, insomma, che vi associamo, e che saremmo disposti a difendere argomentandola con forza, è che questa carne non è solo carne che decompone se stessa e marcisce. Non è solo derma la pelle e arti le braccia e le gambe. Lo pensiamo, o no?

La parola è un pensiero espresso. Anche se lo dimentichiamo. La parola è sempre legata al suo seme originario e primigenio. A ciò che per tutti, nel profondo, significa. Per cui dire merda non è dire escrementi. Come dire io non è dire tu. Alla stessa maniera.

Allora, noi che pensiamo di aver almeno intuito l’idea di un corpo diverso dovremmo chiederci perché consideriamo così impuro questo stesso corpo da portarlo a massimo esempio di offesa ogni giorno. Tutti i giorni. In fondo nei momenti in cui ci lasciamo andare ad espressioni colorite stiamo ricordando a noi stessi e agli altri dell’atavico e feroce disprezzo verso questa nostra carne. Reiteriamo il meccanismo, forse, per non dimenticare quanto schifo ci fa questa macchina infame nella quale ci toccato di vivere. Per cui, se voglio offendere uno, devo paragonarlo al pene. Se non voglio più vederlo, devo augurargli di albergare nelle mie viscere.

Per noi tutti il corpo è armonia. Ricordiamocene, quando diciamo cazzo.

 

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