L’uomo technologicus

di admin

– di Giuseppe O. Longo –

Nasce l’uomo technologicus, facciamo che sia anche umano (Teléma 24)

La straordinaria evoluzione della tecnica comporta una parallela evoluzione della specie: dall’homo sapiens all’homo technologicus, integrato con l’artificiale, con le macchine, con il computer. Ma come ogni profonda trasformazione anche questa provoca fenomeni di rigetto e sofferenza. Soprattutto nei bambini, alcune delle cui capacità cognitive resteranno inutilizzate e inespresse.

Da millenni la comunicazione è uscita dall’uomo con la parola e poi con la scrittura, e questo fenomeno di estroflessione si è accentuato oggi grazie alla tecnologia dell’informazione. Per usare una metafora ardita ma non irrealistica, ciò sta portando alla formazione di un “cervello globale” o almeno di un sistema nervoso esterno (e planetario) che si materia nella rete. Più in generale si assiste al passaggio da un mondo a tecnologia limitata a un mondo a tecnologia intensa e poiché i meccanismi della (co)evoluzione impongono che a una variazione dell’ambiente corrisponda una variazione della specie, in modo che si conservi l’adattamento reciproco, ecco che sta nascendo anche la nuova “specie” homo technologicus, cioè un homo sapiens profondamente integrato con l’artificiale.
In altre parole, nel mondo ad alta tecnologia che ci stiamo costruendo intorno, l’homo sapiens non è più a suo agio e sta per essere sostituito da un’altra creatura, una specie di simbionte di uomo e macchina, più adatta al nuovo ambiente. L’homo technologicus non è soltanto l’essere umano seduto davanti al proprio computer, di cui ormai non può più fare a meno, ma è un vero e proprio ibrido o cyborg in cui la micro e la nanotecnologia stanno operando trasformazioni molecolari inedite e spesso inquietanti: a scopo terapeutico, ma anche ludico, artistico, cognitivo, e talora guidate da pura curiosità sperimentale.

Se dunque, secondo questo scenario, dalle pieghe dell’evoluzione uscirà davvero l’homo technologicus, quali ne saranno le conseguenze? Tra i vari interrogativi aperti da questo sviluppo, mi preme soffermarmi, più che sulla continuità, sulla discontinuità tra evoluzione biologica ed evoluzione biotecnologica e sui disadattamenti tra la componente organica e la componente artificiale del simbionte. Non c’è dubbio infatti che le due evoluzioni siano in certa misura eterogenee e che di conseguenza siano eterogenee le due componenti dell’ibrido uomo-macchina. Questa eterogeneità può causare forme di sofferenza che andrebbero ad aggiungersi a quelle che abbiamo ereditato dalla nostra natura biologica, anche se la tecnologia è riuscita, per converso, ad attenuare alcune delle sofferenze “tradizionali”.

Le valenze e le caratteristiche umane più profonde, quelle emotive, comunicative, espressive, insomma i caratteri atavici, le eredità più legate al corpo, che pescano negli strati evolutivi più lontani nel tempo e che hanno avuto una parte fondamentale nella sopravvivenza e nell’evoluzione della nostra specie, non sparirebbero di colpo solo perché la tecnologia avrebbe innestato sul nostro corpo e cervello le sue protesi e i suoi aggeggi nanometrici. E nella zona di contatto, nell’interfaccia infinitesimale e frastagliata tra “noi” e le “nostre” protesi si potrebbero manifestare cospicui fenomeni di rigetto. Del resto già oggi, che l’homo technologicus è ancora allo stato embrionale, si osservano disagi e disarmonie dovuti al disadattamento e all’incompatibilità tra uomo e macchina. Ne sono una prova le molte ricerche che vengono dedicate alla costruzione di macchine “socievoli”, che dovrebbero estendere la zona di anestesia in cui possono insinuarsi le componenti artificiali. Insomma, le costruzioni antiche del corpo si oppongono in qualche misura all’invasione delle più recenti costruzioni della mente e il nostro finalismo cosciente cerca di attenuare questa resistenza con esiti difficili da prevedere ma in ogni caso gravidi di problemi.
Tutto ciò è tanto più inquietante e merita tanta più attenzione nel caso dei bambini.

Tutte queste considerazioni riguardano in modo tacito, ma peculiare, il corpo: perché il corpo è il grande assente della rivoluzione informazionale. Nonostante sia al centro dell’attenzione, nonostante sia invaso e trasformato dall’elettronica, dalla robotica e dalla spintronica, anzi forse proprio per questo, il corpo diviene un oggetto e perde le residue caratteristiche personali, di unicità e sacralità. Denigrato e disprezzato prima dalla civiltà greca che fin da Platone aveva teorizzato la superiorità dell’anima e della mente sul suo corruttibile supporto, sogguardato con sospetto dal cristianesimo per la sua irresistibile propensione al peccato, considerato con sufficienza da Cartesio e da tutti i suoi figli e nipoti, oggi infine è esposto, squartato e spezzettato, sulle bancarelle del mercato totale dove diviene oggetto di contrattazione commerciale (non si dimentichi la potente spinta economica che fomenta tutte queste trasformazioni).
Allo stesso tempo, intorno al corpo si sviluppa un interesse superficiale quasi morboso, che si manifesta nella moda delle ginnastiche, dei massaggi, della cosmesi, della perforazione, della deformazione e della mutilazione. La cura maniacale e spesso aberrante del corpo, dal trucco alla depilazione, alla chirurgia estetica, è un aspetto molto appariscente dell’artificiale e sostiene un imponente indotto commerciale. Tutto ciò si accompagna a un’irrimediabile svalutazione del “naturale”, o meglio a una sua progressiva confusione con il tecnologico, che porta a integrare e infine a sostituire il corpo con le macchine, le vere depositarie dell’incorruttibilità, dell’olimpica serenità analgesica e, domani, forse, dell’immortalità. Il corpo diviene oggetto di sperimentazioni artistiche, diviene spettacolo e luogo di spettacolo, la sua anatomia, le sue funzioni, i suoi organi vengono disintegrati e osservati analiticamente nella prospettiva di curarli, correggerli e modificarli potenziandoli o sopprimendoli, in vista di un compiuto affrancamento dal retaggio bioevolutivo.
La tele-azione comporta una tele-esistenza e la perdita del mondo spaziotemporale della realtà a vantaggio di un mondo tele-spaziotemporale manipolabile a volontà. La realtà virtuale ci dona tecniche di sostituzione che preludono all’ubiquità, ma attenuano e alienano (o, secondo alcuni, uccidono) la percezione immediata. L’onnipresenza e l’inerzia totale vanno di pari passo. Allo stesso tempo la realtà virtuale ci consente di assumere apparenze stravaganti o chimeriche, presentando agli altri una personalità e un aspetto arbitrari.
Poiché il corpo è il fondamento primo del nostro senso d’identità, la realtà virtuale può modificarlo e sconvolgerlo. Guardandoci allo specchio della realtà virtuale potremmo giungere a non riconoscerci più sotto la maschera sfigurata che abbiamo indossato per presentarci agli altri. Si profila una confusione forse definitiva tra l'”io” e l'”altro”, tra le cose e la loro rappresentazione. Come un sottilissimo stupefacente, lo sciame di bit che ci riconfigura senza posa insieme con l’ambiente, rendendoci virtuali, ci impedisce di distinguere ciò che facciamo da ciò che ci viene fatto. Si può immaginare quali effetti abbiano questa fluidità e questa confusione identificativa sulla psicologia infantile, visto che, per formarsi, il senso d’identità dei bambini ha bisogno di riferimenti solidi e certi.
Questa separazione del corpo dalle sue funzioni primordiali e questa attenuazione o negazione della presenza operata dalla tecnologia comportano ancora una volta sofferenza. E’ ormai riconosciuto che esiste un rapporto strettissimo tra l’interazione sensoriale e motoria diretta tra i corpi e la salute e il benessere: in particolare sembrano essere benefici gli eventi artistici dal vero: concerti, opere, commedie, danze e così via. L’astrazione dal corpo e dalla sua fisicità comunicante operata da gran tempo dalla scienza e oggi soprattutto dalla tecnologia dell’informazione potrebbe dunque non essere salutare per la componente biologica dell’uomo: ciò sembra dovuto a una discontinuità evolutiva che a malapena può essere controbilanciata dalla continuità rappresentata dalla componente biologica.

Ecco perché i bambini, ancor più che gli adulti, dovrebbero godere dell’immersione totale, di corpo-mente, nell’esperienza vivificante e salubre di essere al mondo e nel mondo. Uno sviluppo ipertrofico della mente, come quello indotto e agevolato dalla telematica a scapito dell’esperienza diretta e dell’interazione fisica con gli altri esseri viventi comporta un appiattimento delle capacità umane, anche di quelle più astratte, come quelle verbali. La nostra mente vive e si sviluppa nell’interazione con le menti altrui e questa interazione è tanto più efficace e nutriente quanto più passa per la ricchezza e complessità espressiva del corpo.

La rinuncia al corpo, o la sua repressione, indurrebbero una grave deprivazione delle capacità comunicative nel senso più ampio, che negli uomini sono così raffinate e sono fonte di tanta ricchezza e soddisfazione. Gli esseri umani hanno una predisposizione originaria alla comunicazione, all’interpretazione dei segni, al gioco linguistico, alla menzogna, al teatro, alla recitazione e così via: siamo frammenti di qualcosa di più ampio, siamo in una simbiosi che non è solo di tipo fisiologico ma anche di tipo comunicativo molto profondo.

Alla nascita siamo espulsi dal ventre materno e via via ci rendiamo conto di essere una parte staccata da tutto il resto, eppure manteniamo una forte coesione comunicativa con il mondo che pian piano vediamo allargarsi intorno a noi. E’ questa coesione comunicativa che fa funzionare in modo egregio quegli strumenti imperfettissimi che sono i segni e i linguaggi: noi tutti sappiamo comunicare, e in più abbiamo una forte volontà cooperativa alla comunicazione. La comunicazione non è in primo luogo un’esperienza concettuale, bensì un’attività globale della persona intesa come unità di mente e corpo: noi parliamo, raccontiamo le storie, argomentiamo, recitiamo, e questo comunicare diffuso e continuo è basato sulla nostra natura corpo-mentale originaria o primitiva, costituita dal nostro essere in comunicazione già prima di comunicare esplicitamente. La tecnologia dell’informazione introduce in questa variegata complessità drastiche mediazioni e semplificazioni che portano a una sorta di omologazione verso il basso. Se ciò agevola la comunicazione tra uomo e macchina e quindi è utile per sfruttare gli strumenti, allo stesso tempo impoverisce la comunicazione umana: il lessico si riduce, le strutture grammaticali e sintattiche si uniformano a pochi modelli. E il corpo si eclissa. Impoverendosi il veicolo, anche l’espressione e la comunicazione rischiano di irrigidirsi in formule stereotipate.
Perciò allo slogan oggi in voga “un computer su ogni banco di scuola” io contrappongo uno slogan reazionario: “su ogni banco un compagno di banco” con cui si possa giocare alla comunicazione, fare il teatro, toccarsi e darsi degli spintoni e accarezzarsi, per scoprire quello strumento meraviglioso del nostro essere nel mondo che è il corpo senziente e comunicante.

Riferimenti Bibliografici

Caronia, Il corpo virtuale, Muzzio, Padova, 1996.

Dinelli, La macchina degli affetti, Franco Angeli, Milano, 1999.

G.O. Longo, Il nuovo golem, Laterza, Roma-Bari, 1998.

G.O. Longo, L’uomo potrà mai imitare il computer? in S. Gozzano (a cura di), I volti della mente, Cuen-Sissa, Napoli, 2000, pagg 119-153.

G.O. Longo, Homo technologicus, Meltemi, Roma, 2001.

J. Spencer, Live arts experiences: their impact on health and wellness, Hospital audiences, inc, 2000.

Potrebbero piacerti

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.