L’ospite inquietante

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– di Umberto Galimberti –

“Gli uomini retti sono onore e ornamento della città, del corpo lo è la bellezza, dell’anima la saggezza, dell’azione la virtù, del pensiero la verità. Ma il nulla, cos’è? Se anche fosse non sarebbe conoscibile, se anche fosse conoscibile non sarebbe comunicabile.” GORGIA

I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perchè un ospite inquietante si aggira tra loro,penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perchè questa intensità procuri gioia, ma perchè promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso. Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perchè hanno ormai raggiunto quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto, che nome dare a quel nulla che li pervade e li affoga? Nel deserto della comunicazione tutte le parole che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affondano in quell’articolato all’altezza del quale c’è solo il grido che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della loro depressione come stato d’animo senza tempo governato da quell’ospite inquietante che Nietzsche chiama “nichilismo”. E perciò le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti più o meno sincere, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono lenire la loro segreta sofferenza languono intorno a loro come rumore insensato. Venuta meno la promessa di un futuro genitori e insegnanti non sono più in grado di indicare la strada. La perdita di autorità, il rapporto paritario, hanno lasciato i giovani soli di fronte alle loro pulsioni e alle loro ansie. La famiglia e la scuola non li aiutano più a costruirsi una identità. Gli insegnanti istruiscono, non educano, non rafforzano con riconoscimenti, deprimono piuttosto con critiche e derisioni, quel potente motore di formazione culturale che è l’autostima. L’identità, un bisogno assoluto per ciascuno di noi, si costruisce attraverso il riconoscimento dell’altro. Le conseguenze sono la rimozione del reale per l’incapacità di affrontarlo o la frustrazione che spinge verso il divertimento. I giovani cercano i divertimenti perché non sanno gioire. Ma la gioia è soprattutto gioia di sé, quindi identità riconosciuta, realtà accettata, frustrazione superata, rimozione ridotta al minimo. Và da se che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di legami affettivi, come accade nella nostra cultura, è ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche o psicoterapiche. Nel deserto dell’insensatezza che il nichilismo del nostro tempo diffonde, difatto il disagio non è più psicologico, ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perchè questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master e nel precariato, sono le prime vittime. La vera natura del disagio, i cui rimedi escogitati ancora devono intercettare, non è l’interrogarsi sul senso della sofferenza propria o altui, ma sul significato stesso della propria esistenza, che “non ci appare priva di senso perchè costellata dalla sofferenza, ma al contario, insopporatbile perchè priva di senso.” La negatività che il nichilismo diffonde infatti non investe la sofferenza che, con gradazioni diverse, accompagna ogni esistenza e intorno a cui si affollano le varie pratiche di aiuto, ma più radicalmente la sottile percezione dell’insensatezza del proprio esistere. E se il rimedio fosse altrove? Non nella ricerca esasperata di senso, ma nel riconoscimento di quello che ciascuno di noi propriamente è, quindi della propria virtù, della propria capacità che, quando trova la sua realizzazione, approda alla felicità? In questo caso il nichilismo può segnalare che a giustificare l’esistenza non è tanto il reperimento di un senso vagheggiato più dal desiderio (talvolta illimitato) che dalle nostre effettive capacità, quanto l’arte del vivere che consiste nel riconoscere le proprie capacità e nel vederle fiorire secondo misura. Questo potrebbe indurre nei giovani quella gioiosa curiosità di scoprire se stessi e trovar senso in questa scoperta che, se adeguatamente sostenuta e coltivata, può approdare a quell’espansione della vita a cui per natura tende la giovinezza e la sua potenza creativa. Se i giovani sapessero operare questo spostamento di prospettiva capaci di farli incuriosire di sè, l’ospite inquietante non sarebbe passato invano. Il disincanto del mondo Per l’intero arco della storia l’ospite inquietante ha fatto sentire la sua presenza, ma solo oggi nel nostro tempo questa presenza è divenuta clima della terra, spaesamento di tutto. Ma perchè proprio oggi? Scrive Franco Volpi: “Oggi i riferimenti tradizionali, i miti, gli dei, le trascendenze, i valori sono stati erosi dal disincanto del mondo. La razionalizzazione scientifico-tecnica ha prodotto l’indecidibilità delle scelte ultime sul piano della sola ragione. Il risultato è il politeismo dei valori e l’isostenia delle decisioni, la stessa stupidità delle prescrizioni e la stessa inutilità delle proibizioni. Nel mondo governato dalla scienza e dalla tecnica l’efficacia degli imperativi morali sembra pari a quella dei freni di una bicicletta montati su un jumbo. Sotto la calotta d’acciaio del nichilismo non v’è più virtù o morale possibile”. Anche Nietzsche, buon testimone di questa atmosfera scrive: “La tristezza che invade è la tristezza del tramonto, quando il sole cede il posto a una luna che è malvagia, perchè giunge a concludere un giorno in cui il lavoro è stato vano, perchè la terra si è disseccata, i frutti non hanno risposto alle attese, le fonti si sono prosciugate e nessun abisso si è dischiuso ad inghiottire l’uomo che dunque resta testimone dell’aridità della terra, del niente che ne è nato.” A parere di Heidegger il nichilismo denunciato da Nietzsche non è un evento casuale, ma è “il processo fondamentale della storia dell’Occidente e l’intera logica di questa storia”. Infatti : “L’uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo ora a quel valore, per poi lasciarlo cadere. Si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valore. il movimento è inarrestabile, sebbene si sia tentato in grande stile di rallentarlo. Alla fine l’uomo usa una critica dei valori in generale; ne riconosce l’origine, conosce abbastanza per non credere più in nessun valore. Ecco il pathos, il nuovo brivido. Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli” In uno scenario come questo, la tecnica, con la sua fredda razionalità relativizza e relega sullo sfondo tutte le immagini che l’uomo si era fatto di sè per orientarsi nel mondo e dominarlo. E in verità, nell’assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che riducono lo spazio, velocizzano il tempo, leniscono il dolore, vanificano le norme su cui sono state scalpellate tutte le morali, rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini non sia troppo antico per abitare l’età della tecnica. In questo inserimento rapido ed ineluttabile portiamo ancora in noi i tratti dell’uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi inscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee proprie e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. L’età della tecnica ha abolito questo scenario umanistico e le domande di senso restano inevase. La tecnica, infatti, non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non svela la verità: la tecnica funziona. E così, in un orizzonte desertificato, dove ogni fine ha la consistenza di un ingannevole miraggio, mancano la direzione, il senso, lo scopo e ci sentiamo tutti impreparati e disarmati. In che cosa consiste questa crisi? In un cambiamento di segno del futuro: dal futuro-promessa al futuro-minaccia. E siccome la psiche è sana quando è aperta al futuro (a differenza della psiche depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta incentrata sul presente) quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per offrire incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, come dice Heidegger, “il terribile è già accaduto”, perchè le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l’energia vitale implode. E’ possibile oltrepassare il nichilismo e questa implosione allo slancio vitale? Forse si, se è vero che, come scrive franco Volpi: “Il nichilismo ha corroso la verità, insegnandoci così a mantenere quella ragionevole prudenza del pensiero, che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà, la sola condotta da compiere è operare con le convenzioni senza credervi troppo. Una filosofia la nostra, in cui – Penelope disfa incessantemente la sua tela perchè non sa se Ulisse ritornerà -” Questa filoisofia è chiamata “Etica del viandante” che i giovani hanno già fatto propria quando si abbandonano alla corrente della vita, non più da spettatori ma da naviganti. Nietzsche, che del nomadismo è forse il miglior interprete scrive: “Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel mio piacere è il piacere del navigante, se mai gridai giubilante: la costa scomparve, ecco la mia ultima catena è caduta, il senza fine mugghia intorno a me, laggiù splende lo spazio e il tempo, orsù, coraggio vecchio cuore!” L’andare che salva se stesso, cancellando la meta, inaugura infatti una visione del mondo radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l’andare, per dire si al mondo e non ad una rappresentazione tranquillizante del mondo. Non si legga però l’etica del viandante come anarchica erranza, essa infatti è la capacità di disertare le prospettive per abitare il mondo nella sua casualità e nella sua innocenza, perchè l’apertura che chiede sfiora l’abisso dove non c’è nulla di rassicurante, ma dove è anche scongiurata la monotonia della ripetizione che i giovani aborrono, dissolvendo recinti e certezze. Oltrepassare il nichilismo sostenendo l’attesa, dove non c’è organizzazione del tempo, perchè tutto ciò che succede è attraversato dal timore e dall’angoscia di mancare l’evento. OLtrepassare il nichilismo sostenendo la speranza che dilata l’orizzonte poichè essa è l’apertura del possibile, assunta non come un fatto, ma come un’interminabile e mai conclusa costruzione. Ma ttenzione, quando l’attesa è disabitata dalla speranza subentra la noia, dove il futuro perde slancio e il presente si dilata in uno spessore opaco, dove il tempo oggettivo, quello dell’orologio, cadenza il suo ritmo sul tempo vissuto che si è arenato, infossato, arrestato. E’ allora che l’impossibile come un muro sbarra tutte le vie del possibile che alimentano il futuro. E lo spazio lasciato vuoto dal futuro, disertato sia dall’attesa che dalla speranza, viene occupato dal dilagare del passato sottraendo al tempo la sua dimensione a venire. E’ a questo punto che dalla noia si passa alla depressione. Ed è a questo punto che la tentazione della morte con il suo assoluto silenzio inizia a parlare con il tono tranquillo di chi sa quanto, in certe circostanze, sia seducente il suo invito. Forse il modo per oltrepassare il nichilismo, almeno nelle sue catastrofiche ricadute, è quello di risvegliare e consentire ai giovani di dischiudere il loro segreto, spesso a loro stessi ignoto. Il segreto della giovinezza, forse più noto ai ricercatori di mercato che ai sociologi, agli psicologi, agli educatori ed agli stessi genitori, deve essere riconosciuto e riconsegnato ai giovani, che lo vivono comunque ma un pò alla cieca, perchè è stata loro sottratta la mappa. Nel segreto della giovinezza, la prima figura da rintracciare è l’espansività; espansività che vuol dire pienezza, potenza che si esprime e sfida romanticamente gli elementi, puro tuffo nella vita che osa temerarietà. Espansività vuol dire accelerazione della vita che detesta la ripetizione e giunge a stressare l’esperienza, passione che “non è cieca, ma visionaria” (Stendhal), e perciò “prende il vento dell’eventuale” (Breton), “come il mare che è sempre qualcosa che ricomincia” (Sartre), perchè ogni giovane “è portato per mille modi d’esistenza” (T. Mann). La passione inventa il gioco, come quel muoversi di qua e di la per non farsi risucchiare dalla monotona ripetizione del reale, inventa l’utopia per creare spazioa ad un’idea e, con la luce dell’ideale, illumina lo spessore opaco del reale. L’utopia giovanile non è nessariamente una fuga nel sogno e neppure una densa consistenza ideologica, ma un pensare con il cuore che immette nel pensiero una corrente di calore perchè, ce lo ricorda Dostoevskij “la logica è sempre fusa a un violento sentimento che si impadronisce di tutto l’essere e porta a scardinare la mediocrità della vita di tutti i giorni”. E poi a fianco dell’utopia la sfida. In ogni sfida giovanile c’è sempre un gesto ulteriore in cui traluce il desiderio di annaspare per qualcosa di diverso, qualcosa di meglio rispetto a ciò che si è in procinto di ricevere. E oltre, al segreto della giovinezza appartiene la trasformazione, missione creativa del cambiamento. Dopo l’irruenza espansiva, dopo il vagabondare nell’assenza, dopo la passione che trasforma, i giovani prendono a scrutare nel loro cuore e si svelano a se stessi. La rivelazione di sè a sè. E’ allora che comincia a declinarsi il pronome riflessivo, con la voglia di andare oltre la soglia, fino al proprio centro. L’io cerca casa, ma la trova all’aperto, perchè l’io non è una costruzione, ma una scoperta resa possibile da una danza che danza verso la propria definizione. Il futuro è già ben descritto nell’animo giovanile che, se può apparire aberrante, è solo perchè noi adulti, con la nostra rassegnazione al sano realismo, abbiamo svilito. “No.La vita non mi ha disilluso. Di anno in anno la trovo sempre più ricca, più desiderabile e e più misteriosa(…) La vita come mezzo di conoscenza. Con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma anche gioiosamente vivere e gioiosamente ridere”. Nietzsche ** Cominciare il 2011 con questo articolo forse non è un buon auspicio, ma guarderei il lato positivo di questo libro. Un libro sui giovani che parla agli adulti e che, se nella prima parte appare come una lucida indagine della condizione attuale, scardinardo capitolo dopo capitolo le afflizioni che questo malessere genera, verso la fine prende un tono irruente e affascinante, con grande trasporto da parte mia, e ritorna a delineare i contorni di un futuro ancora in divenire o da riscrivere attraverso la rivelazione e la riscoperta di sè e della propria unicità. Soprattutto, riflettendo su questa tristezza diffusa che sfocia in un sentimento permanente di insicurezza e timore, percependo ogni cosa quasi come minaccia, mi chiedevo se quest’epoca di “passioni tristi” non appartenesse solo ad una fase ultima dell’esistenza, che di norma coincide con il declino e la vecchiaia, quando tutto ha il sapore di essere già stato visto. Si scopre invece che anche in età giovanile/adulta, soprattutto in questo periodo di fiacca depressione sociale, ne facciamo i conti più o meno tutti. L’unica certezza che accende la scintilla del conforto, e che sulla mia pelle ho provato nei momenti di disillusione, è la speranza. La speranza che ci porterà oltre l’ignoto, mettendoci sulla giusta croce per poi ricominciare ad amarci.

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