L’intimo segreto

di admin

– Aldo Carotenuto, La Solitudine –

Il contatto con la solitudine permette di evitare ogni forma di indottrinamento, significa trarre la conoscenza del reale esclusivamente dalla propria interiorità, significa diventare capaci di capire quale sia la verità personale. Essa è sempre muta, non viene mai espressa, nella comunicazione non passa attraverso la parola, ma nel silenzio, perché solo in questo stato si esprime veramente il nostro mondo interno…

“E’ in simili condizioni che l’uomo ha inventato la Poesia; ha così incontrato la bellezza andando col cuore alla conquista del silenzio. “(Bousquet)
Ed è in questi momenti cruciali dell’esistenza che possiamo creare un peculiare modello di comprensione del mondo attraverso l’immaginario. Ecco perché diventa così difficile per il bambino andare a scuola dopo aver compiuto tale esperienza, perché ciò che gli viene proposto si scontra ora con qualcosa di più vitale e peculiare, ossia con quel modo di vedere l’esistenza che è frutto di una sua creazione. Questa possibilità di leggere i fatti nella loro verità è il ponte con il quale, da grandi, cerchiamo di superare il vuoto.

Ma a questo punto giungiamo ad un’altra consapevolezza tragica: scopriamo che il mondo esterno non ci appartiene, non siamo più in grado di parlare di noi, di come ci sentiamo estraniati. Non è difficile comprendere il perché: una persona che vive intensamente se stessa viene sentita come “pericolosa” dal collettivo, perché è proprio in queste dimensioni che si colgono le verità. Con la nostra solitudine, intesa non come un distacco dagli altri, ma come un sentirsi soli tra i propri simili, noi costruiamo un tipo di verità capace di smascherare e denunciare la falsità che circola nel mondo esterno, una verità di massa che serve a tutti, ma non ai singoli.
Naturalmente il prezzo che si paga per giungere a tale verità è molto elevato: la sofferenza che si vive nel momento in cui si intende comunicare e si sente la separazione tra se e gli altri è dovuta alla comprensione che la propria condizione è unica e non trasmissibile, quasi ci vincola ad un intimo segreto. Una scelta di vita – ma in realtà siamo noi ad essere stati scelti – che ci offre l’opportunità di cogliere gli aspetti più profondi delle cose, ma ci priva di quel calore umano che è una parte vitale dell’esistenza.
Una simile esperienza ha una carattere così penoso perché nel momento in cui la viviamo sentiamo acutamente la nostra unicità; è come se in quel momento fossimo consapevoli non solo di quanto sia impossibile qualsiasi relazione, ma anche della particolare situazione che viviamo, e ciò invece di essere propulsivo, diventa paralizzante. Anche quando ci si presenta l’occasione di vivere un autentico rapporto, siamo così disavvezzi e impreparati a esso per il timore di non essere adeguati, perché richiede un atteggiamento di verità che non riusciamo a sostenere.
Nei rapporti di verità, ciò che temiamo di esprimere non è mai un pensiero, perché questo non ci tocca, non ci coinvolge nella dimensione unica dell’incontro, esprimiamo la vera paura, la paura che riguarda i puri sentimenti, perché abbiamo sperimentato nella nostra esistenza che generalmente vengono calpestati. Essi rappresentano l’espressione più vera del nostro essere: siamo autentici solo nei moti dell’anima.
Allorquando viviamo l’esperienza di un rapporto che ci coinvolge profondamente, sperimentiamo immancabilmente la solitudine e intravediamo la salvezza solo in un ulteriore sviluppo psichico, che conduce appunto all’indipendenza psicologica, e questa richiede un prezzo molto alto: essa accresce la nostra condizione perché comporta la perdita di ogni illusione, e dunque, il non aspettarsi più nulla dagli altri.
Ecco che l’indipendenza emotiva si prospetta come il valore supremo: riuscire ad essere indifferenti all’atteggiamento degli altri, ma estremamente sensibili ai propri movimenti interiori. Ecco che il bisogno di approvazione e di apporto affettivo viene a cadere quando subentra la capacità di trarre da se stessi il nutrimento. Mentre in una fase primitiva dell’esistenza è il sorriso dell’altro che ci rende paghi, in uno stadio più maturo quel sorriso può anche renderci felici, ma il nostro stato d’animo e la nostra forza non dipendono da questo.
Ma questa meta non può essere realizzata se non si passa attraverso la comprensione dolorosa che la nostra dimensione più profonda è incomprensibile per i nostri simili e si inserisce in un profondo senso di solitudine: se non abbiamo vissuto tale sofferenza siamo incapaci di strutturare una nuova modalità di vita.
Questo è talmente vero che le società avanzate – che non hanno alcun interesse a favorire una “pericolosa” crescita interiore – si danno un gran da fare per spingere gli individui a socializzare, quasi ad evitargli di restare da solo.
l’aspetto più inquietante di tale stato è la sensazione di “non esserci” che accompagna l’esperienza della solitudine, ed in questi casi il sentimento stesso di essere soli diventa la comunicazione di un’esigenza profonda, e vivere intensamente e drammaticamente questa esperienza significa ricercare qualcosa che manca alla propria vita.
Dunque, nel momento in cui attraversiamo tale dimensione e ne cogliamo il significato, la solitudine diventa a sua volta un’apertura per la conquista di nuovi orizzonti che la situazione precedente non poteva offrirci.
L’esperienza della solitudine rappresenta la condizione ideale – e vitale – per una nuova modalità di essere, attingendo dalla propria interiorità e trova una sintesi originale nell’espressione artistica. Non si può comporre una poesia o dare spazio alla creatività se si è troppo “pieni di vita”: in questa condizione non abbiamo bisogno di dire e di fare nulla. Nell’esistenza di ogni individuo esiste un momento particolare nel quale si “scopre” la propria unicità; è il momento del “risveglio”. Se nei momenti precoci della nostra esistenza abbiamo avuto la fortuna di essere Amati, abbiamo anche la speranza di riuscire a collegare la solitudine con questo risveglio e con questa creatività; creatività che significa dare vita a qualcosa che prima non esisteva, attinta all’interno di se stessi nel tentativo di aprirsi al mondo. Si direbbe quasi che questa reazione creativa legittima quel senso di solitudine che intensifica la nostra differenziazione, mentre siamo gettati in un mondo dove regna l’appiattimento. E’ allora che strutturiamo un segreto che ci rende più ricchi e attenti al mondo dei sentimenti: infatti mentre la relazione verbale è legata al logos, la dimensione del segreto, e quindi del silenzio, è legata ai sentimenti.
La disperazione interiore che coincide con la solitudine più intensamente vissuta, diventa un messaggio, una possibilità di percepire nuovamente la vita, di cogliere quella verità profonda che è sempre contraddittoria, così come un grande amore è sempre colmo di ambivalenze: odi et amo, non ci sono mezzi termini, dove non esiste contrasto non abbiamo neanche amore. E la persona creativa questo lo sa, ha compreso che non esistono assoluti, tutto può essere giusto o sbagliato nello stesso tempo. E questa comprensione rende impossibile la comunicazione con persone per le quali ancora esiste ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra la verità e l’inganno. A questo punto infatti siamo su due livelli completamente diversi; ciò che ci viene detto dagli altri non corrisponde alla nostra percezione interna e così per vivere abbiamo la sola possibilità di cogliere il nutrimento da noi stessi. E’ proprio nell’esperienza della solitudine, dunque, che si innesta il pensiero dell’artista e la dimensione creativa stessa, così come ricordano queste riflessioni di un poeta:

“E se torniamo a parlare della solitudine, si chiarisce sempre più che non è cosa che sia dato scegliere o lasciare. Noi siamo soli. Ma quanto meglio è comprendere che noi lo siamo, soli, e anzi, muovere di lì.
E allora accadrà che saremo presi dalle vertigini, che tutti i punti su cui il nostro occhio usava riposare, ci vengono tolti, non v’è più nulla di vicino, e ogni cosa lontana, è infinitamente lontana. Chi dalla sua stanza, quasi senza preparazione e trapasso, venisse posto sulla cima di una grande montagna, dovrebbe provare un senso simile: un incertezza senza uguali, un abbandono all’ignoto quasi l’annienterebbe. Egli vaneggerebbe di cadere o si crederebbe sbagliato nello spazio o schiacciato in mille frantumi. Quale enorme menzogna dovrebbe inventare il suo cervello per recuperare e chiarire lo stato dei suoi sensi? Così si mutano per colui che si tiene solitario tutte le distanze, tutte le misure; di queste mutazioni molte sorgono d’improvviso e, come in quell’uomo sulla cima della montagna, nascono allora straordinarie immaginazioni e strani sensi che sembrano cresce sopra ogni misura sopportabile.” (R. M. Rilke)

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