Leggere Castaneda al tempo dei social network

di admin

“Devi imparare a nasconderti e a mostrarti deliberatamente. Per come va la tua vita adesso, tu sei sempre inconsapevolmente esposto in ogni momento. […] Nascondersi non significa essere riservati ma inaccessibili”

Carlos Castaneda, da Viaggio a Ixtlan

Quando, dopo anni, ho riletto queste parole che Don Juan rivolge a Carlos, non ho potuto evitare di pensare al modo in cui nascono e si strutturano le relazioni interpersonali nell’epoca digitale in cui siamo immersi scandita dal tempo della comunicazione indistinta, più simile ad un soliloquio che ad un dialogo: il tempo della vetrina in cui tutto è visibile sebbene nulla sia davvero visto. Mi appare sempre più chiaro, osservando i miei stessi comportamenti e quelli degli altri, che anche la fruizione degli strumenti tecnologici (il Web in generale, i social network e le chat, in particolare, ma anche i telefoni cellulari ormai multifunzionali) sia diventata più simile ad un consumo che ad un uso consapevole e costruttivo, quale dovrebbe essere il destino degli oggetti tecnologici che ci circondano: consumiamo l’energia per usare i nostri PC, consumiamo batterie, consumiamo la Rete , consumiamo la comunicazione nei “t.v.b.” o nelle faccine sorridenti che mai però potranno sostituire il tono incrinato di una voce emozionata, né un’espressione accorata del viso.  Consumiamo questo nostro limitato tempo seduti immobili a guardare la vita scorrere davanti agli schermi; consumiamo le relazioni  in distanze dal sapore di un sogno romantico piuttosto che di un amore calato nella dimensione del presente.

Tutto ciò a cui stiamo assistendo è l’antitesi del concetto di inaccessibilità dello sciamano Don Juan, protagonista dei racconti di Carlos Castaneda in un duplice senso. Don Juan diceva:

“Ti devi togliere di mezzo. Devi allontanarti dal centro di una strada trafficata. Tutto il tuo essere è qui, perciò non occorre che tu ti nasconda. […] Stare in mezzo alla strada significa che tutti coloro che passano osservano ciò che fai.”

Essere inaccessibili significa imparare a dosare la propria presenza nel mondo, rinunciare ad esporsi narcisisticamente allo sguardo degli altri, scegliere la via della moderazione, sviluppare la capacità di essere partecipe senza essere invadente e ingombrante.

Al contrario, se analizziamo le nostre esistenze virtuali, ci accorgiamo che in esse scegliamo di porci nel mezzo del cammino, offerti senza pudore agli occhi curiosi e giudicanti degli altri; e noi, come loro, diventiamo voyeur altrettanto indiscreti e impertinenti nello scrutare, riscoprendoci ad osservare le vite senza davvero vederle. Violentiamo e siamo violentati nell’intimità della pudicizia dei sentimenti ed anche nella nobiltà dei pensieri. Tutto è scambiabile, anzi interscambiabile, e la finestra sulla nostra vita è solo una tra tante: l’utente stanco, dopo aver visto il nostro album, passerà a quello di un altro, e poi a quello di un altro ancora, attivando un processo interminabile e fagocitante in cui l’altro è ridotto ad un profilo immaginario, una sorta di fantasma inconsistente.

In questo modo le nostre esistenze individuali risultano mercificate, pubblicizzate, promosse come un prodotto commerciale: fotografie per ogni serata passata fuori con gli amici, commenti su vicende personali, messaggi sull’ultimo corso in palestra, sono solo alcuni esempi di come il nostro tempo quotidiano diventa oggetto di esposizione, come se ci si trovasse in una vetrina con gli ultimi annunci e gli articoli freschi di giornata. Ma a ben guardare la parte più autentica delle nostre vite è assolutamente nascosta perché la nostra stessa anima rimane nascosta. I sentimenti vengono ripuliti da ciò che potrebbe risultare sgradevole o imbarazzante; il report degli stati d’animo viene riformulato per catturare maggiore attenzione, i pensieri vengono proposti in una forma che possa soddisfare le aspettative di chi ci guarda e accattivarne il favore: il nostro mondo personale e profondo, o ciò che crediamo sia tale, viene rielaborato in modo da restituire un’immagine falsata e quasi sempre depauperata della nostra verità personale. Questa modalità di comunicazione non è solo espressione di narcisismo, ma anche di solipsismo poiché, in fondo, non esiste un dialogo, ma soltanto un monologo in cui ognuno lascia che la propria immagine interagisca con l’immagine degli altri in un gioco che rischia di allontanarci irrimediabilmente dal naturale bisogno e desiderio di un incontro reale con l’altro.

Si tratta di una situazione paradossale: siamo totalmente esposti eppure, allo stesso tempo, totalmente nascosti.

Don Juan, invece, parlava della misura delle cose, del darsi senza vomitare se stessi sul mondo e sugli altri, del ricevere senza saccheggiare il mondo e chi incontriamo, parlava di una giusta distanza, di un giusto scambio, che non è abuso o sopruso, ma una carezza reciproca che ci diamo con gli altri, amanti, amici, passanti, nella consapevolezza della preziosità di uno sguardo, di una parola, di un gesto, dati e ricevuti con cura.

“Essere inaccessibile non significa nascondersi o segregarsi. Non significa neppure che tu non debba avere rapporti con gli altri. Un cacciatore attinge al suo mondo con parsimonia  e con tenerezza, senza distinguere se il mondo sia fatto di cose, o piante, o animali, o persone, o potere. Un cacciatore è intimamente collegato al suo mondo eppure è inaccessibile a quello stesso mondo.  Il cacciatore è inaccessibile perché non sta spremendo il suo mondo fino all’ultima goccia, ma lo spilla pian piano, si ferma quanto occorre e poi si allontana agilmente, lasciando appena un segno.”

L’inaccessibilità di Don Juan è la cura di se stessi e degli altri, è la disciplina del Cuore che ha rispetto della Vita e non la consuma deprivandola del suo senso, non la brucia in una ricerca convulsa che cerca lontano ciò che, invece, è tremendamente vicino.

La moderazione di cui egli parla nasce da uno sguardo onesto e amorevole rivolto verso noi stessi, da un abbraccio consapevole di ogni sentimento che ci viene a visitare, dal gesto paziente dell’attesa, che porta ad accettare il ciclo delle stagioni, senza dover fare, cercare, colmare necessariamente qualcosa.

“Essere inaccessibile significa che non sei affamato e disperato come il povero bastardo che pensa che non mangerà mai più.”

L’inaccessibilità di Don Juan è la totale accettazione che ci libera dallo stato di bisogno, anche da quello di una comunicazione di plastica che ci sottragga alla nostra solitudine, rimanendo confinati in noi stessi pur perdendo, comunque, i confini della nostra intimità; l’inaccessibilità è non fuggire su internet in ogni momento possibile ma godere dello stare con se stessi in una mezz’ora di silenzio o in una serata a guardare le stelle dal balcone di casa o anche in un momento di dolore se è ciò che la Vita porta.  Non è fuggendo su battelli telematici che eviteremo sole e tempesta: il sole e la tempesta comunque ci troveranno. Dobbiamo imparare a starci dentro, non cercando fuori qualcosa che possa venirci in aiuto ma cercando una profonda presenza in noi stessi, radicata e silenziosa.

Ho assistito alla rivoluzione informatica e all’inizio di questa profonda trasformazione culturale e sociale credevo che la comunicazione digitale avesse in sé delle grandi potenzialità: avrebbe potuto facilitare il ritrovamento del senso dell’alterità nelle relazioni, restituirci la dimensione della distanza, dello spazio necessario affinché ciascuno esprima la sua vera natura senza invadere o disturbare l’altro, proprio come in una danza nella quale ognuno ha un fazzoletto di aria e di terra dove muoversi liberamente, senza costrizioni o prevaricazioni, una danza in cui l’altro è un compagno di viaggio, non una copia simbiotica di noi stessi necessaria per sentirci meno soli e per tenere insieme un’identità che sarebbe meglio perdere. E inoltre, avrebbe potuto restituire un mezzo autentico di comunicazione come la parola che, per secoli, in particolare nella forma scritta, è stata veicolo di emozioni e sentimenti, strumento di conoscenza di sé, degli altri e del mondo, a volte unico modo per esprimere l’inesprimibile.

Confido che qualcosa cambi al riguardo e che le parole di Don Juan possano aiutarci a ricordare un modo di vivere più consapevole e attento, più rispettoso non solo degli altri ma anche di noi stessi. L’inaccessibilità di Don Juan è ciò che l’antica sapienza Sufi definisce come essere nel mondo ma non del mondo, essere presenti ma non in preda a tutto ciò che l’esterno ci porta: è bene ricordare che siamo tutti reciprocamente attori e spettatori, ma non siamo lo spettacolo. Dentro di noi esiste qualcosa di imperturbabile ed eterno: basterebbe soltanto scostarsi da se stessi e comprendere che il riflesso nello specchio non è solo la nostra immagine riflessa, ma è soprattutto quel luogo che Don Juan ci invita a visitare, la parte più profonda del nostro essere.

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1 commento

Fabrizio 10/10/2017 - 19:16

Bell articolo mi piace molto , ma hai già scritto e pubblicato qualche cosa su questa linea ?

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