L’esperienza Psico-Corporea

di admin

– di Pietro Adorni –

Encuentro en una noche de verano (Incontro di una notte d’estate)

1 – Un po’ di teoria. Qualcuno, leggendo quest’articolo penserà “Pietro s’è bevuto il cervello!” Non importa. Oggi si parla tanto di far moto, di andare in palestra, di tecniche di rilassamento psico-corporee. Ebbene, il ballo racchiude in sé tutto quel che serve per socializzare, per recuperare un rapporto sano e sereno con la propria fisicità e quella altrui, per esprimere la propria creatività, per superare la timidezza, unendo l’utile al dilettevole, cullati dalla magia del ballo e della musica. solitudini Parlo di ballo e non di “Dance-Therapy” o cose simili, perchè ritengo quantomeno assurdo il tentativo di ridurre qualcosa di grande e sconfinato, quali sono la musica e le altre espressioni artistiche, a “terapia”, ad un qualcosa di puramente “tecnico” (lo stesso vale per le religioni o filosofie religiose, dalle quali vengono estrapolate e commercializzate “meditazioni e tecniche antistress” dai nomi esotici ed ammiccanti…). Sembra che, finiti i tempi dei balli “da soli”, si stia riscoperto il piacere del contatto fisico con l’altro. E tornano i balli più sensuali. Ballare in coppia è un modo divertente per imparare a stare insieme: aiuta a riscoprirsi, fa ritrovare il piacere di sfiorarsi in una seduzione esplicita [dal latino seducère, da se e ducère, condurre a sé], ma codificata… Salsa, merengue e tango: sono questi i balli che oggi coinvolgono sempre più persone, senza limiti di età. I loro meriti? Servono a mantenersi in forma, senza palestra, e hanno un’ottima funzione antistress. Più adatti agli spiriti solari ed estroversi la salsa e il merengue, di origine caraibica, conservano nella musica la vitalità del mare, del sole e dei profumi tropicali. Entrambi hanno ritmi facili, passi regolari, ed offrono spazio all’improvvisazione nonché un senso gioioso dell’esistenza e dell’amore.

Avere già un compagno, o una compagna, non è fondamentale, lo/la si può trovare senza fatica nelle sale o nelle scuole di ballo. Il tango argentino in particolare, si addice invece agli animi romantici e introversi: viene definito “una conversazione senza parole assai profonda” o “un ballo che, più che un ballo è un modo di intendere e vivere la vita”. Nel tango servono meno doti atletiche rispetto alle danze caraibiche, ma è necessaria una grande partecipazione emotiva alla musica ed un buon equilibrio, per eseguire senza fatica le diverse figure. Sta poi alla sensibilità degli interpreti variare la successione dei passi e inserire ad arte incroci di gambe: ciò richiede applicazione, disciplina ed una buona conoscenza dei propri compagni o compagne di ballo. Solo così si può esprimerne la passionalità e bellezza estetica. Il cuore pulsa più forte? Viene il fiatone? La testa gira? Potrà succedere le prime volte (ed è del tutto normale, in qualsiasi esercizio fisico), poi passa. Ma ne vale la pena! E, parlando di ballo di coppia, è inutile ignorarne aspetti quali l’institualità, la sensualità, la passionalità, il piacere del contatto fisico. Aspetti associati in genere, nella nostra cultura, ad una concezione egoistica, trasgressiva, talvolta addirittura peccaminosa, della vita, ignorandone o stravolgendone, del tutto o in parte, il significato e la semantica (lo studio teorico e storico del significato). “Un altruismo che non passi per la felicità del corpo-proprio, per la pienezza del suo piacere, è immorale” e ancora “la gioia è il progetto biologico intrinseco all’intera storia dell’umanità: e il corpo, dotato della capacità di godere, ne è la prova più perfetta.” (N.Ghezzani, Volersi male, pag. 136-137). In tanti anni di DAP e di impegno alla Lidap, ho maturato la convinzione che ogni percorso di apprendimento di modalità comunicative intrapersonali ed interpersonali più autentiche e, quindi, sane (mi riferisco anche ai gruppi di auto-mutuo aiuto), per essere veramente efficace non può scindere l’aspetto verbale da quello gestuale-affettivo e nemmeno privilegiare il primo a discapito del secondo, perchè noi esseri umani ci esprimiano ed interagiamo verbalmente, per circa un 30%, e gestualmente, per un 60%. Riscoprire la nostra fisicità significa riscoprire il piacere di un abbraccio, di una carezza, di un bacio, di una coccola, del “sentire l’altro”, insomma.

L’abbracciare e l’essere abbracciati equivale ad “accogliere” e ad “essere accolti”, a “riconoscere, accettare l’altro” e ad “essere riconosciuti, accettati dall’altro” per quello che siamo. Il piacere corporeo è un che di genetico, del tutto naturale, quanto l’istintualità, la sensualità e la passionalità: caratteristiche umane che non è detto debbano prescindere dall’essere coscienti – e perciò responsabili – della nostra vita emotiva e morale. Ciononostante tendiamo, più o meno velatamente, ad evitare il piacere (del corpo-proprio) e la senzazione gradevole e gioiosa che ne deriva. Forse, o senza forse, il solo pensiero di far emergere i nostri sentimenti, emozioni ed aspirazioni/desideri più profondi, di metterci a nudo, di mostrarci per quel che siamo, ci turba e ci spaventa. Imbottiti come siamo di condizionamenti sociali, culturali, di tabù, di valori imprescindibili (o pseudo-valori perbenistici?) che mascherano un nostro bisogno di esercitare controllo e possesso sull’altro, e di un bisogno estremo di sicurezza costi quel che costi, ci sentiamo “protetti” dagli schemi, dagli stereotipi, dall’abitudinarietà e, talora e paradossalmente, anche dal malessere e/o dal disagio e sintomi che inevitabilmente ne scaturiscono. E’ vero che, in alcuni casi, le resistenze ad una comunicazione gestuale più sana e libera possono essere alimentate da vissuti oggettivamente traumatici o dolorosi (es.: una persona vittima di molestie o violenze sessuali), è vero che “il piacere non ha memoria, il dolore invece sì”, è altrettanto vero che non esistono motivi validi per vittimizzarci, soffocando parti/aspetti importanti della nostra natura e del nostro interagire umano che possono reindirizzarci verso una vita più gioiosa e piena. Esiste poi il timore d’essere o di sentirci disapprovati o giudicati “trasgressivi” da chi ci circonda. Trasgressivi, solo perché riscopriamo in noi il piacere di comunicare/interagire con persone dell’altro sesso, ballando, sedendoci al tavolino di un bar a bere un caffè, o girando a braccetto con loro? Beh, se questa è trasgressione, il codice morale sociale attuale andrebbe rivisto e modificato sotto molti aspetti perchè qualunque espressione edonica (correlata al piacere di qualsiasi tipo: il dipingere, il fare footing, ecc.) riappropriata in funzione del nostro Sé, viene avvertita di per se stessa come trasgressiva. Ricordo la proibizione del ballo, in auge 30/40 anni fa, da parte delle autorità religiose, ma non solo da quelle: erano molte le ragazze accompagnate a ballare, e sorvegliate a vista, da genitori, zii e fratelli, indipendentemente dal fatto che le famiglie fossero “credenti e praticanti”); ricordo, altrettanto bene, che la proibizione non valeva, ad esempio, per la danza classica (che non è mai stata priva di contatto fisico). La proibizione poi era più rigida, e lo è ancora, quando il ballo era “al di fuori della coppia, del matrimonio”, in virtù di un’ipervalorizzazione del “legame” (leggi: dell’essere legati). Il leit-motiv erano, e sono, le solite frasi “la carne è debole”, “la paglia vicino al fuoco brucia” ecc., ecc.. 2 –

La gelosia Sempre in tema, a questo punto, riterrei onesto ed obiettivo, onde non scaricare ingiustamente ogni colpa sulla cultura religiosa, aprire una parentesi sulla “gelosia”. “Amor vuol dir gelosia…” è il refrain di una vecchia canzone. In effetti è difficile non esser gelosi di qualcuno e/o di qualcosa, specie se quel qualcuno o qualcosa ci attraggono o costituiscono motivo di vita per noi. Ma la gelosia, in quanto passione, e non emozione, presenta molte sfumature e può trasformarsi in qualcosa di soffocante e distruttivo, dai risvolti imprevedibili, che nulla ha a che vedere con l’amore. 1. la gelosia da possesso individua nell’altro una nostra necessità personale a cui non vogliamo rinunciare, quindi l’altro non deve crescere, perché il crescere realizza la possibilità di diventare “libero”. Rende incapaci di accettare e sopportare la libertà dell’altro, di perderlo, di esserne abbandonati (le canzonette di qualche tempo fa eran farcite di “Io son tuo” e “tu sei mia”). Un’estremizzazione della gelosia da possesso può degenerare, anzi pare degeneri sempre più di frequente, in caso d’abbandono, in quelle forme delittuose che potrebbero esser riassunte in “ti amo, quindi ti distruggo o, peggio ancora, t’uccido t’uccido!”. 2. la gelosia da pregiudizio (o gelosia ideologica). E’ una gelosia che nasce dal presupposto ideologico che la relazione è un valore, l’individualità un disvalore o addirittura una colpa. Quindi chi sin muove da solo (con altri) sbaglia. 3. la gelosia fobica: il geloso proietta sull’altro l’avvento di una libertà di cui ha paura. Quindi la reprime non solo in se stesso ma anche nell’altro (reprime la libertà ipotetica di poter vivere emozioni nuove, del tutto sconosciute).

4 – Trasgressione? Di anni ne son passati, son cambiate tante cose, ma la visione/lettura/percezione del piacere psico-corporeo e della “trasgressione” sono tuttora confusi, distorti, e generano sensi di colpa (nelle persone più sensibili, in genere). I limiti posti da questa nostra società schizofrenica (in parte “moralista/sessuofobica”, in parte “neoliberista”) alla comunicazione ed alla crescita/maturazione/espressione del nostro Sé sono tanti. In parte, legati allo “status” individuale: da bambini dovremmo adattarci ad un determinato clichè, da adolescenti, ad un altro, da adulti, ad altri ancora, a seconda dei casi: se siamo fidanzati, celibi, nubili, coniugati, con alcune variabili, tra le quali, l’età e lo status sociale (economico). Un esempio: due persone anziane che si baciano sulla panchina di un parco potrebbero essere visti come “trasgressivi”, da gran parte dei passanti (qualcuno potrebbe storcere il naso o addirittura apostrofarli malamente… i più sensibili proverebbero un senso di tenerezza); non farebbe certo scalpore ed il termine “trasgressione” acquisirebbe un significato più morbido, se a baciarsi su quella stessa panchina, ci fossero un’industriale o un divo dello spettacolo, pur 60/70enne, e la sua compagna o moglie “di turno”. Ma tant’è… Se desiderate un approfondimento più profondo ed interessante di queste problematiche e ricavarne spunti utili, vi invito a leggere attentamente le pagine di questo sito ed i libri di Nicola Ghezzani (ci terrei a sottolineare che la mia non è una sorta di “P&P”, Pubblicità e Progresso, fine a se stessa: apprezzo e condivido il pensiero di Ghezzani perchè ne ho sperimentato personalmente l’efficacia pratica). 5 – E veniamo alla pratica Ora vorrei riportare un’esperienza personale recente. Un’esperienza “trasgressiva” (10 giorni al mare da solo!). Un’esperienza trasgressiva “soft”, comunque sana, espressione di una mia ribellione personale a certi schemi prefissati di carattere sociale.

Lo scorso luglio, nella consueta passeggiata del dopocena, a Marina di Massa, in compagnia di un amico, eravamo sulla strada che costeggia il Parco Olivetti. Attraverso la recinzione, s’intravedevano, qui e là nei vialetti e nei prati, tra il via vai di persone, molti coniglietti, quelli piccoli, alcuni seduti tranquillamente, altri, invece, si muovevano goffi a brucare erba e foglioline. Dal porticato, al centro del parco, s’udiva musica di fisarmonica. Giunti al cancello d’entrata, c’eravamo fermati a leggere le locandine e manifesti appiccicati ad una grossa bacheca, curiosi di sapere se c’era una festa da ballo o cos’altro. “Ogni lunedì e mercoledì, alle 21,30, lezioni di tango”. Era un mercoledì ed erano circa le 22. “Entriamo a vedere?”, dico. Il mio amico, di qualche anno più anziano di me, pare un po’ restio, e sì che è appassionato di liscio!… Mi riferirà, più tardi, della sua scarsa propensione “a giocare (ballare) fuori casa”: preferisce le nostre feste paesane, dove ci si conosce tutti. Lui è in pantaloni lunghi, camicia e scarpe; io, in pantaloncini corti, maglietta e sandali. Entriamo nel piccolo bar, posto in una sorta di corridoio che immette sotto una tettoia. Ordiniamo un caffè. Ci sono alcune persone lì in piedi, accanto a noi, perlopiù donne, tutte eleganti in abito scuro, alcune carine. Tutte quante hanno, comunque, un portamento gradevole. Non occorre molto intuito: sono allieve o ballerine della “scuola”. Non m’è difficile chieder loro: “Scusate… è qui la lezione di tango?”. “Sì, è qui”, mi rispondono gentilmente. Mi sento un po’ goffo, vuoi per i miei 55 anni, vuoi per il po’ di pancetta che ho messo su. Eppoi non sono proprio in tenuta da ballo… Accenno, tuttavia, un “ma è possibile partecipare alla lezione?”. “Sì, certo! Perché no?”, rispondono sempre gentilmente. Il ghiaccio è rotto. Mi presento a due di loro, Rosalia e Nenè: “Ma… mi fate ballare anche se ho i sandali e i pantaloni corti?”. “Questo proprio no! Puoi andarti a cambiare, ti aspettiamo”, esclamano con un fare sorridente, leggermente ironico. A loro s’aggiunge il mio amico, seduto comodo al tavolino: “Eddai Pietro, e che ti ci vuole? Son due passi. Tutte queste donne son qui per te!…” M’avesse detto una frase del genere, qualche anno prima, timido com’ero, sarei sprofondato nel pavimento della pista da ballo, per l’imbarazzo. “Due passi, un corno!”, gli avrei risposto “Tra andata e ritorno c’è minimo un chilometro… e dimmi: quali sono le donne-qui-per-me?”. E’ caldo, sono sudato, sento la pelle appiccicosa.

Arrivo all’appartamento, ancor più sudato, faccio una bella doccia e mi cambio. Scendo le scale e mi riavvio verso il parco. Non è che ami granché camminare, e penso tra me “Va a finire che arrivo là sudato fradicio più di prima!”. Sono quasi le 23. Allungo il passo ed arrivo che stan già ballando. Mi siedo un po’ a riprender fiato ed osservo. “Caspita, come ballano bene!!!”. E’ un piacere, una delizia, guardarli. Non sembrano per niente “dilettanti”. Le donne, poi, sfoggiano una grazia, una naturalezza, flessuosità e sinuosità, uniche, nei loro movimenti, nell’incrociare le gambe, nell’inclinare il loro corpo, lasciandosi trascinare. Senza falsa modestia, penso “E’ molto meglio che me ne stia qui seduto, bello calmo, o ci rimedio una figuraccia! E poi, quelle lì, belle e brave come sono, non perdono certo il loro tempo a ballare con me!…”. Prima che quel brano finisca, mi s’avvicina Hèctor, il loro insegnante. E’ un ragazzo argentino, scuro di capelli, la pelle olivastra, alto come me ma con un fisico asciutto da ballerino di danza classica. Mi dice “Ei Pietro, m’han detto che sei venuto qui per imparare a ballare. Seguimi!”. La cosa mi stupisce non poco. “Chi gliel’avrà mai detto che mi chiamo Pietro e che sono venuto qui per ballare?”. Mi colpisce la sua cordialità inusuale. Scambiamo due parole, io mi sento titubante, anzi, per dirla tutta, avverto tensione, tremo… “Sei il benvenuto, il nostro è un gruppo di amici, aperto a tutti. Ti vedo un po’ teso, rilassati.”, “Hèctor, sai com’é… io ballo da molto tempo ma non il tango argentino… mi sentirei goffo, ridicolo… non mi va di farvi perdere tempo. Dai, ballate voi!”. Mi ripete: “Rilassati e non farti problemi, OK? Qui siamo tutti amici, un gruppo. Vedi, ci sono donne di tutte le età, e nessuna di loro se la tira. Adesso t’insegniamo i passi fondamentali, “la salida” (la camminata, l’ocho, e la chiusura)”. E fa un cenno a Laura, una bella ragazza mora di 24 anni, alta una spanna più di me. “Oddiooo! Qui sbiello!”. La tensione e l’imbarazzo aumentano. Hèctor segue i miei movimenti, attento e paziente, mi corregge una volta, due, tre… “Sei troppo teso, ansioso. Rilassati!”. E’ una parola, rilassarsi! Ci provo. Il brano finisce e ne inizia un altro. “Non scappare, Pietro! Adesso ti faccio provare con Maria”. Con Maria, mi trovo leggermente meglio, le esprimo il mio imbarazzo, mi risponde sorridente: “Eddai Pietro, non si nasce maestri, vedrai che, col tempo, impari!” .
Continuo a sbagliare qualche passo, sono passi semplici, ma… Hèctor interviene ancora col “Rilassati, Pietro!” ed aggiunge: “Vieni qui, ti insegno io”. Non ho problemi a ballare con lui. Mi spiega che, nel tango, è l’uomo che deve comandare, e guidare la donna. Sto il più attento possibile. Arriva Maddalena, una bella ragazza giovane, bionda. E’ simpatica e cordiale quanto Maria e Laura. Con Maddalena, e grazie a lei, riesco finalmente ad ingranare un po di più con quei primi passi. Arrivo a fine tango, soddisfatto. Sorrido io e sorride Maddalena. E’ solo l’inizio ed è la prima volta che son lì a cimentarmi col tango argentino. Hèctor non mi dà tregua: mi fa ballare con Rosalia, con Marta, con Nenè, con Angela. Sette balli con sette donne diverse. Incredibile! Tra un tango e l’altro, ho modo di scambiare due chiacchiere (si fa per dire) con Romeo, Alberto, Andrea. C’è anche Paolo, abbastanza indaffarato. La lezione finisce all’una di notte. Il mio amico se n’è andato da un bel pezzo. Non ha ballato. M’aveva detto “Ciao Pietro, io ho sonno, vado a casa. Tu stai pure lì.”. Saluto tutti e tutte e m’avvio a casa, fischiettando come un merlo. Giunto a casa, m’accorgo d’esser senza sigarette. Prendo la bici e raggiungo un distributore automatico in via Roma. Pedalo, tranquillo ed euforico. E’ bello assaporare l’aria fresca, sentirsi liberi. Non c’è un anima viva in giro, tutti bar sono chiusi e le insegne dei negozi, spente… Non avverto sintomi né sensi di colpa. Torno “a lezione” il lunedì successivo. Hèctor & Company stanno preparando uno spettacolo. Mi salutano. Mi siedo ed assisto alle loro prove. Non è per nulla noioso, anzi. Hèctor è piuttosto indaffarato ad osservare e sistemare scrupolosamente i dettagli (l’entrata in scena di ogni coppia, la loro collocazione, il saluto finale, gli inchini, ecc.). Si siede non lontano da me, a dare istruzioni alle coppie. D’un tratto, lo vedo alzarsi e venire da me: “Pietro scusami, prima t’ho salutato un po’ di fretta. Non vorrei che ti fossi offeso…”. “Ma figurati Hèctor!”. In pista, c’è una coppia che, mercoledì scorso non c’era: Enzo e Nadia. Bravi e molto affiatati (non ci vuol molto a capire che ballano insieme da tempo). Arriva mezzanotte e mezzo, le prove finiscono. Mi alzo per salutare per poi andarmene a casa. “Il nostro amico Pietro è stato seduto fino adesso, a guardarci…
C’è qualcuna di voi disposta a fargli ripassare la “salida”?”. E’ ancora lui: diavolo d’un Hèctor!… La sorpresa è stata tale che non ricordo nemmeno quale delle ragazze m’era venuta incontro: erano comunque più di due. tango M’occorrerebbero pagine per descrivere lo spettacolo che hanno tenuto il mercoledì sera successivo nella piazza di Ronchi. Gli spettatori erano tanti (200 o più) ed attenti, e lo spettacolo, uno dei più coinvolgenti cui mi sia capitato di assistere (non inferiore, qualitativamente, a quelli trasmessi in TV). Tango argentino, flamenco, fandango. Il coreografo di tutti i balli, nonché interprete, è lui: Hèctor. Finito il tutto, alcuni della compagnia m’invitano a tavola con loro, a festeggiare il compleanno di Alberto. “No, grazie. Vi siete mostrati sin troppo gentili e non voglio abusarne.”. Qualcuno s’offre di accompagnarmi in auto. Rispondo ancora “No, grazie” e m’incammino verso l’auto, verso il posto in cui l’aveva parcheggiata il mio amico. Non la trovo e non trovo nemmeno lui. Giro per almeno mezzora nella piazza. Provo a chiamarlo tre, quattro, cinque volte, sul cellulare. Niente da fare, è sempre spento. Mi dispiace di averlo perso di vista a fine spettacolo, lasciandomi prendere dalla foga del momento: so che mi conosce bene, ma… Dai Ronchi a casa, c’è più d’un chilometro: un’occasione per un’altra passeggiata notturna. La morale della favola non è il “tutti a tavola” dello slogan pubblicitario. Non tutti amano il ballo né sono obbligati a ballare per star bene. Quest’esperienza estiva, unica nel suo genere, che spero abbia un seguito, è stata per me una riconferma in più di alcuni principi, che ho appreso in 10 anni di volontariato alla Lidap Onlus (nella opero tuttora) e di frequenza ai gruppi di auto-mutuo aiuto Lidap, che ho cercato di far miei e di tradurre in pratica quotidiana: la disponibilità ad aprirmi, a comunicare, a chiedere, ad imparare, a non limitarmi ad osservare bensì ad entrare in gioco, nella mischia (quand’è possibile, ovvio).
Senza falsa modestia e, men che meno, autoglorificazione (a chi e a cosa servirebbe?), posso affermare che “qualcosa, anzi molto, è cambiato” nella mia vita. Per concludere, tango, altri balli o meno, non possiamo non interrogarci sul perché, paradossalmente, in questa nostra società moderna “più libera” nei costumi (forse solo in apparenza?) permanga, anzi vada aumentando, proprio la paura/fobia del contatto fisico e della comunicazione affettivo-gestuale tra persone di sesso opposto. L’infoltirsi crescente di persone, di età giovane, alla ricerca di rapporti interpersonali virtuali, a distanza, parebbe sostenere tale ipotesi. Che dire, poi, della crescente carenza di parole e coccole anche in ambito familiare? Ci vergogniamo di manifestare i nostri bisogni originari più autentici, quasi fossero cose obsolete, “da bambini”?

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