Le relazioni di potere

di admin

Inutile farsi illusioni, in ogni relazione umana c’è sempre un aspetto legato ad una dinamica di potere. Non è mia intenzione esprimere qui giudizi di valore sul concetto e sulla pratica del potere poiché il potere è un ingrediente quasi fisso quando si tratta di rapporti umani e con esso ci si deve misurare quando si vuole condurre una qualche riflessione in merito. Noi tutti siamo immersi in una rete di relazioni di potere (come ha mirabilmente osservato lo sguardo acuto del filosofo Michel Foucault) in cui non è affatto facile distinguere il bianco dal nero, ma dove l’atmosfera emotiva acquista tante sfumature di grigio.

Senza volersi addentrare con l’analisi attraverso le maglie viscide del potere esercitato a livello politico ed economico nella nostra società e volendo circoscrivere l’ambito, mi sembra che la contraddizione che nasce all’interno di un rapporto affettivo scandito da una dinamica di potere si esplichi secondo questa modalità: mentre da una parte ci offre nutrimento, dall’altra ce lo sottrae. Pensiamo al primo rapporto significativo in cui ci troviamo ad essere quando veniamo al mondo… Forse nella vita non avremo più un rapporto in cui il potere su di noi sia tanto grande e terribile. La madre è la fonte di sopravvivenza da tutti i punti di vista: ci nutre fisicamente ed emotivamente, dipendiamo completamente da lei; inoltre ha un buon margine di condizionamento rispetto al modo in cui si svilupperà la nostra personalità e la nostra identità e contribuisce alla costruzione dell’immagine di noi stessi che ci accompagnerà almeno fino a quando, guardandoci allo specchio, non inizieremo a chiederci se quello che vediamo al di là del vetro corrisponda veramente a quello che sentiamo di essere al nostro interno. Ma non è solo la madre che esercita un potere sul figlio; anche il bambino tiene la madre legata a sé e, a partire dal corpo stesso, ne modifica quanto meno anche abitudini, ritmi di vita, comportamenti, scelte e condotte. Si potrebbe dire che il rapporto di potere non è unidirezionale, ma si articola secondo una reciprocità simbiotica. Nel corso della vita le relazioni più importanti, in particolare quelle d’amore, saranno declinate a partire dallo schema di questa relazione primaria ricalcandone le dinamiche e ridisegnandone i bisogni profondi. Fortunatamente un amore non è solo questo, ma il gioco delle proiezioni può essere molto sottile e strisciante, seguire regole che non si lasciano indovinare e fondersi, a volte irrimediabilmente, con il sentimento reale, pregiudicandolo o distorcendolo.
Laddove la relazione con la madre non ha risposto in maniera adeguata alle esigenze del bambino, da adulto questo tenderà a riversare nella relazione amorosa il bisogno inappagato, la paura, la frustrazione, la rabbia e qualunque altra emozione o sensazione che sia ancora viva dentro di sé, nel tentativo inconscio di colmare le carenze ancora fonte di intima sofferenza. Accanto a questo meccanismo in cui l’altro tende a perdere la sua specificità, spesso è presente anche il trasporto affettivo ed erotico sulla base del quale è possibile realizzare un’operazione di riconoscimento e discernere le proiezioni dalla realtà, l’immagine dalla persona. Quando Psiche decide di guardare il volto dell’amato mentre dorme, andando contro la promessa fatta, è mossa dal bisogno di conoscere la verità, dalla necessità di portare la luce della coscienza nel buio della passione sfrenata e del trasporto erotico; e dopo questo tradimento, la fanciulla dovrà superare una serie di prove per ricongiungersi con il suo amato. Così la donna e la coscienza razionale hanno un lungo e impervio percorso di individuazione da compiere prima di poter guardare l’amore negli occhi alla luce del sole e realizzare un’unione consapevole ed autentica. Se ciò non accade può succedere che, anche a distanza di tempo, sia difficile riuscire a distinguere l’ideale dal reale e si rimanga ancorati ai contenuti che noi stessi abbiamo travasato nell’oggetto d’amore negando l’essere autentico del rapporto.
Praticare il distacco da ciò che abbiamo costruito insieme all’altro per alimentare il nostro sogno d’amore richiede una certa dose di impegno emotivo e mentale che, in alcuni momenti, si traduce in una vera e propria fatica. Il percorso nel quale, passo dopo passo, spogliamo noi stessi e l’altro di tutti gli abiti che abbiamo cucito può essere doloroso, ma verso la fine può riservare una sensazione di liberazione, proprio come quando ci spogliamo di vestiti che ci impediscono di muoverci liberamente e di mostrarci per quello che siamo, anche nella nostra vulnerabilità. Sentire il vuoto, la mancanza, il bisogno, la disperazione; scindere questi contenuti emotivi dalla situazione concreta e riconoscerli come portato del nostro proprio vissuto; accettare la condizione di solitudine e imparare ad esplorarla; com-prendere che il nostro dolore non ha nulla a che fare con l’assenza dell’altro: pochi passi in cui corpo e mente lavorano insieme affinchè l’altro riacquisti la giusta dimensione, né piccola né grande, ma corrispondente alla realtà. E, insieme all’altro, anche noi ritroviamo gradualmente, secondo i nostri tempi, il luogo e lo spazio che ci appartengono, il senso di quello che siamo: a questo punto, se l’altro fa ancora parte della nostra vita, può diventare oggetto di una scelta, una scelta che può dire sì o no; se, invece, non ne fa più parte, possiamo lasciarlo andare e far cadere come un vecchio lenzuolo quel valore aggiunto che gli avevamo attribuito per colmare il nostro vuoto d’amore.

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