L’’attaccamento al passato

di admin

Perché è così difficile, a volte, lasciar andare il passato e rimanere fermi nella dimensione presente? Mancanza di entusiasmo, assenza di stimoli, incapacità di progettare, abitudine al dolore o, peggio ancora, irresponsabilità di fronte al tempo che scorre, l’illusione che ce ne sia sempre ancora…

Mi viene in mente il mito di Orfeo e Euridice… L’immagine di Orfeo che infrange il divieto e si volta a guardare l’amata quando ancora non ha raggiunto la luce della vita, quando vede davanti a sé la fine dell’antro oscuro dell’Ade, l’uscita luminosa, ma ha paura che la sposa possa sfuggirgli, che possa rimanere indietro, che possa perdersi di nuovo e allora si gira, guarda per essere sicuro e proprio allora la perde, il legame si spezza e la sposa diventa sempre più lontana, risucchiata dal buio della morte. In fondo chi non ha paura di perdere il proprio passato su cui costruiamo in buona parte la nostra identità? Eppure se Orfeo si fosse concentrato sul cammino e sulla prospettiva, se non si fosse voltato indietro, il passato lo avrebbe seguito diventando nutrimento per il presente. Forse il passato dovrebbe rappresentare il continuum su cui si snoda il nostro essere e, così, offrirci la possibilità di comprendere noi stessi e il nostro percorso di vita. Non so quanto questa interpretazione sia valida, ma la ricchezza del racconto mitico sta proprio nella pluralità di piani che si intrecciano, nei molteplici livelli di lettura che li rendono sempre attuali e capaci di produrre senso, oltre che significato.
Ho riflettuto spesso sulle motivazioni che spingono a rimanere aggrappati ad un evento del passato e, soprattutto, all’idea che ci costruiamo di esso (penso soprattutto alle relazioni che finiscono, ma non solo) e credo che il punto centrale sia il bisogno di continuare a sentire le emozioni e, talvolta, le illusioni che hanno definito la nostra esistenza per un periodo di tempo più o meno lungo. La difficoltà è, infatti, quella di lasciar scivolare via le abitudini, le sensazioni, le idee, gli odori, i dolori, il piacere e tutte le emozioni che abbiamo vissuto e che hanno fatto parte di noi, che ci hanno restituito un’identità, ci hanno dato l’opportunità di riconoscerci come uomini e donne, figli, amanti, compagni, amici… L’immagine è quella di qualcuno che rimane incatenato a un palo mentre tutto intorno è deserto e tutto ciò che esiste è soltanto un insieme confuso di proiezioni e ricordi, nostalgie e malinconie. Ma la nostra identità è in continuo mutamento e non è nulla di scontato se siamo capaci di metterci in discussione e confrontarci di volta in volta con il nuovo. Intanto, però, mentre proviamo rammarico, rancore, rimpianto, nostalgia, sofferenza per il tempo andato o perduto, proviamo a chiederci quanto tale atteggiamento sia, al tempo stesso, un rifugio e una fuga rispetto alle occasioni che potremmo cogliere e alle micce che potremmo accendere sul tessuto grigio del nostro quotidiano. Mentre il sapore dolceamaro dei ricordi e di quello che è stato ci culla senza farci sperimentare nulla di diverso, il tempo oggettivo scorre, sempre ammesso che il tempo sia una linea. Ma è così, comunque, che l’uomo occidentale è abituato a pensare il suo tempo: una linea che inizia con la venuta al mondo e finisce con l’orizzonte ultimo della morte, l’evento che dà senso alla vita e con il quale è impensabile non confrontarsi.
Tuttavia, la società occidentale ha accantonato l’idea della morte, laddove essa restituirebbe la giusta misura alle nostre azioni quotidiane e metterebbe in discussione i valori su cui la nostra stessa società ed economia si fondano. Si verificherebbe uno slittamento della prospettiva che metterebbe l’individuo di fronte e se stesso, esattamente il contrario di quello a cui siamo indotti giorno dopo giorno. Oggi viviamo il nostro rapporto col tempo soprattutto in due modi: o attaccati al passato o proiettati nel futuro; comunque protetti, nel primo caso dalle tristezze e dai richiami di un tempo che conosciamo e che ha contribuito a strutturare l’immagine che abbiamo di noi stessi; nel secondo caso dall’illusione del futuro che, in quanto tale, può prendere la forma che desideriamo. In entrambi i casi rinunciamo a qualcosa di essenziale all’esistenza umana: il rischio e la scoperta ad esso legata. Forse la domanda che dovremmo porci investe il senso dell’esistenza, almeno della nostra esistenza di singoli. Cosa dà valore e rende la vita degna di essere vissuta? Cosa ci farà guardare indietro un giorno e ci farà sentire pieni di vita al punto da non aver nulla da temere nel lasciarla andar via? Se dovessimo morire domani, saremmo abbastanza pieni di vita o moriremmo senza aver vissuto? Chi ci ha rubato quel fuoco simbolo della trasformazione e del divenire che è la vita? Da questo punto di vista, l’attuale generazione di trentenni (che è anche la mia) deve fare i conti con un’assenza di senso che mette a dura prova la naturale tendenza umana alla progettualità.

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