L’assenza paterna nella società dei consumi

di admin

La cultura contemporanea, in continua e rapida evoluzione, è spesso caratterizzata da tendenze che sembrano contraddirsi, nella continua ricerca di nuovi equilibri. In questo processo, i valori tradizionali vengono messi in crisi e, con loro, gli individui che in questi si riconoscono.

La nostra società per un verso tende all’omologazione, al livellamento delle differenze, attraverso modelli di comportamenti e stili di vita che esercitano un particolare potere d’attrazione sugli individui. Dall’altro, l’estrema libertà nelle scelte individuali sembra offrire a chiunque la possibilità di realizzare il proprio percorso personale. Questo mito individualista, di un uomo che è in grado di ‘farsi da solo’, libero di decidere autonomamente della propria vita, sconvolge l’intero sistema di valori tradizionali. Anche la paternità, intesa come esercizio di un ruolo (quello di padre), viene messa in discussione dai cambiamenti alimentati dalle ideologie dominanti, spesso fondate su principi falsamente egalitari.Nella concezione tradizionale la paternità ha un carattere di tipo normativo. Nella sua accezione positiva, il padre stabilisce le regole, le insegna al figlio e ne richiede il rispetto, aiuta il giovane a diventare un adulto responsabile e lo indirizza verso la vita sociale. Nella fase secondaria dell’educazione, quando la funzione materna di costruzione e mantenimento di uno spazio affettivo, di soddisfacimento dei bisogni e dei desideri, non è sufficiente a consentire l’ingresso del bambino in società, il padre interviene addestrandolo ad un’economia dei desideri, ponendo dei limiti ed insegnandogli a perseguire gli obiettivi in una visione prospettica dell’esistenza.
Se però ricerchiamo nella società odierna questa immagine di padre tramandataci dalla nostra cultura, – un padre che aiuta il bambino a diventare un adulto responsabile e lo indirizza alla vita di comunità, un padre che si assume il carico delle proprie responsabilità, con fatica -, noteremo che corrisponde sempre meno con le figure di padri reali.
In questa realtà in continuo e rapido cambiamento, cambiano le relazioni fra individui, aumentano i nuclei famigliari composti da un solo genitore (per lo più la madre, cui vengono affidati i figli nell’85,6% dei casi di separazione – dati ISTAT 2001), i media spesso offrono una visione svalutante del maschile e della paternità.

Oggi i padri sembrano essere poco consapevoli dell’importanza del loro ruolo, trascorrono pochissimo tempo con i propri figli, spesso non sono in grado di esercitare su di loro una funzione normativa, espropriati della loro autorità dai messaggi martellanti dei mezzi di comunicazione di massa.
I padri oggi non possono contare sui riferimenti offerti dai valori tradizionali, che diventano rapidamente ‘obsoleti’ in una società in continua trasformazione, e sono sottoposti allo sforzo continuo di capire i bisogni dei figli, di cercare di fornire a loro gli strumenti adatti ai tempi attuali, a volte anche a quelli futuri. Impossibilitato a trasmettere al figlio regole e valori ricevuti in eredità, il padre finisce per diventare il difensore dei diritti del figlio ad esprimere la propria personalità.
Il rischio è di cadere in una forma di sottomissione ai desideri del figlio che, rimanendo sempre più a lungo fedele ad una modalità di relazione fondata sulla dipendenza, continua a richiedere attenzioni e soddisfazioni che ricalcano il modello materno. Questi padri, incapaci di strappare il figlio dallo spazio psichico materno, finiscono per adottare atteggiamenti amicali nei loro confronti, azzerando sempre più spesso le differenze di ruolo.
A far da maestri ai futuri padri oggi non sono più i loro padri, o delle figure maschili che li rappresentano simbolicamente. La scomparsa di figure maschili a cui i giovani possano fare riferimento, e di ritualità che scandiscano le diverse fasi della vita di ciascun individuo, nel rispetto dell’identità di genere di ogni individuo, va di pari passo con la globalizzazione dei costumi, dei mercati, dei prodotti.

Alcuni mesi fa, sfogliando un settimanale femminile, mi imbattei in un servizio fotografico di moda intitolato: “Noi siamo i giovani. Uno stile comodo e pratico. Senza limiti anagrafici. Che unisce tutte le generazioni.” Le foto al suo interno mostravano uomini e donne di ogni razza, cultura ed età, bambini, adolescenti, adulti ed anziani, vestiti con abiti che, se si esclude la diversità della taglia, potevano essere indossati da chiunque, indistintamente.
Ciò mette in evidenza come sempre più spesso ogni differenza (di genere, di culture, di luoghi e di ruoli) venga annullata a favore di uno stile di vita uniforme e omologato. E’ questa la ‘società orizzontale’, di cui parla Robert Bly, contraddistinta da uno stile di vita che sta progressivamente cancellando ogni riferimento spaziale e temporale, senza un sopra e un sotto, senza un prima e un poi. Una società in cui tutti sono eternamente giovani, tutti sono fratelli, senza più padri e figli.
In questo insieme globale di individui eguali immersi nell’eterno presente, i ragazzi fanno tutto il possibile per fermare il tempo cercando di ritardare le scadenze che la vita impone loro. Gli adulti, d’altro canto, si trovano ad adottare modelli e comportamenti che li rendono simili ai giovani
E’ sempre accaduto che i giovani tendessero ad assomigliare agli adulti, nell’abbigliamento (qualcuno avrà presente le foto delle generazioni che ci hanno preceduto), oltre che nei comportamenti. La novità è che ora sempre più spesso gli adulti prendono a modello gli stili giovanili.
Nel nome dell’uguaglianza, la società attuale sembra soccombere davanti alla difficoltà di strutturare un passaggio di consegne fra le generazioni. Lo si nota anche nella circolazione delle informazioni, dove è sparita ogni differenziazione secondo l’età, per cui bambini e adulti accedono alle stesse fonti con identici strumenti (TV, telefonini, computer). Mentre un tempo si comunicava ai bambini attraverso le fiabe, che trasmettono conoscenze di elevato valore simbolico in grado di orientare il bambino nel mondo, oggi siamo tutti bombardati in maniera indistinta da una massa disomogenea e incontrollabile di notizie, che evocano in noi una inarrestabile sensazione di caos.

La pubblicità ci illude che tutto sia a portata di chiunque, nascondendoci il costo reale del nostro sistema di consumi (che l’umanità intera sta pagando), per rendere più appetibile l’acquisto di prodotti. Come una Grande Madre che ipernutre i suoi figli, questa società invita tutti quanti in maniera indiscriminata a prendere immediatamente possesso di ciò che si desidera, senza preoccuparsi di ciò che si deve dare in cambio.
Incoraggiare una visione del mondo di questo tipo, difficilmente potrà servire d’aiuto ai giovani a reggere il peso delle frustrazioni, delle sconfitte, delle rinunce, ma gli consentirà piuttosto di negare le proprie responsabilità di fronte al mondo. Il soddisfacimento istantaneo dei propri desideri, spesso facilitato dalla lunga permanenza in famiglia, diventa più importante delle richieste della collettività.
E’ evidente che non sia facile trovare delle risposte univoche al disagio che la trasformazione del ruolo paterno sta provocando in tutti noi, proprio per la complessità di situazioni che ruotano attorno a questa tematica. Vicino all’assenza paterna convivano numerose problematiche diverse fra loro, che nel loro insieme concorrono ad una trasformazione della figura del padre, a dotarla di un significato diverso, rispetto a quello tramandatoci dalla nostra tradizione culturale.
Quale potrà essere il nuovo posto che occuperà il padre nel futuro della specie umana non lo possiamo sapere. E’ però fondamentale proporre una riflessione su queste trasformazioni, perché ognuno, e non solo gli addetti ai lavori, senta il bisogno di chiedersi quali sono le ragioni dell’assenza paterna, da dove proviene, quali sono le sue implicazioni in famiglia, a scuola, in società, affinché tutti possano contribuire, nel reciproco riconoscimento del proprio ruolo, ad indirizzare un processo di trasformazione culturale.

Maurizio Romanò*

*Antropologo e psicologo di formazione analitica junghiana. Ha realizzato ricerche di carattere antropologico in Messico e Nepal, ed è autore di libri ed articoli sull’arteterapia e sulle pratiche terapeutiche popolari.

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