La danza del corpo

di admin

– U. Galimberti, La danza del corpo, in ‘XÁOS. Giornale di confine’, Marzo-Giugno 2003 –

“Tra santi e prostitute, tra Dio e mondo, la danza”. Cosi parla Nietzsche, dopo aver scosso tutte le figure di stabilita che Platone aveva ordinato in quell’al di là del cielo nominato “iperuranio”. Ma proprio puntando verso il cielo il suo Cannocchialearistotelico Emanuele Tesauro nel 1663 scopre che all’origine del mondo c’è “quell’arte nobilissima che è la danza di cui si dice ella esser nata da principio col mondo istesso”. In verità, prima che il divino fosse irrigidito nel concetto di Dio e il sacro separato dal profano, anche Platone conveniva che “furono proprio quegli dei che ci sono stati offerti come compagni di danza a farci dono del ritmo e dell’armonia come espressioni del piacere” (Leggi, 654 a). Qui l’antica cultura greca consuona con quella biblica dove il salmista loda il Signore “con timpani e danze” (Sal.150,4) e dove Davide “danzava con tutte le sue forze davanti al Signore” (2,Sam. 6,14).

Fu il Cristianesimo a separare il sacro dalla danza e a irrigidire il corpo in uno spazio controllato e chiuso. Cosi Giovanni Crisostomo scrive che “Ubi saltatio, ibi diabolus”, mentre Ambrosio indica nella “saltationem” la via più prossima all’impudicizia. Se poi la danza dovesse essere il modo di celebrare la festa, allora Agostino non ha dubbi: anche nei giorni festivi “Melius est arare quam saltare”. Man mano che il sacro cessa di essere il luogo d’incontro di puro e impuro, per diventare luogo di mortificazione e ascesi, man mano che la parola, la scrittura, la mente diventano i veicoli del sacro, il corpo e i suoi gesti che la danza anima passano dal regno di Dioniso a quello del Diavolo, dalle Baccanti alle Streghe del sabba.

Con il Rinascimento e la nascita della scienza moderna il corpo viene riscattato dall’inferno in cui era stato relegato dalla religione dell’anima e disposto sulla tavola anatomica come corpo disciplinato dalla descrizione del sapere medico. Alle categorie religiose bene/male, anima/corpo, sacro/profano, subentrano quelle mediche di salute malattia che consentono di recuperare la danza come “benefico movimento”, purché eviti gli eccessi e accada secondo disciplina. Atrofizzata nella ritualità delle buone maniere, la danza riappare come gesto acculturato. Ma è ormai la danza di un corpo chiuso, definito dai suoi confini con il mondo, non di un corpo aperto, grottesco, che entra ed è invaso dal mondo.

La laicizzazione del corpo non comporta quindi alcuna apertura al mondo e perciò la danza codificata di corte può essere accolta anche in ambito religioso purché, nell’esprimersi, i corpi evitino i contatti, perchè, come scrive Francesco di Sales: “I corpi umani assomigliano a dei cristalli, che non possono essere trasportati insieme, perchè toccandosi l’un con l’altro corrono il rischio di rompersi, e ai frutti che, sebbene intatti e ben preparati, si guastano, se si leccano gli uni con gli altri”.

I consigli di Francesco di Sales sembrano presi alla lettera dai giovani delle nostre discoteche avvolti in una danza solipsistica, dove anche quando si mimano gli atti del coito non si spezzano le pareti dell’incomunicabilità. L’eccesso d’energia sprigionata dai corpi, il tentativo di compensare con i gesti l’afasia del linguaggio, il ritmo meccanico che affoga l’espressività gestuale in una cadenza senza tempo, le luci stroboscopiche che, spezzando la continuità del movimento, ne inchiodano le forme, sono la parodia della danza, dove ciò che drammaticamente trapela è l’incapacità di riportare il corpo al centro della propria esperienza. Infatti l’atmosfera apocalittica, orgiastica, ipertecnologica delle nostre discoteche in cui è ricoverata la danza, come la malattia all’ospedale e la morte al cimitero, dice di corpi che hanno rinunciato ai propri gesti per regredire a quel gesto autonomo e per tutti identico che è il ritmo, qui inteso come ritmo cardiaco, ritmo respiratorio, in cui sono rintracciabili le prime forme d’esisienza, quelle del ventre buio della madre, e quella del grido lacerante appena se ne esce. L’intenzione è di spostare le gabbie del proprio corpo oltre quelle delle convenzioni, il risultato è di ridurre il proprio corpo alla cadenza anonima del ritmo.

E così si perde il segreto della danza che è poi quello di curare una società che tende a rimuovere ciò che vive come malattia. La malattia di un’emotività che non sarà mai sistematica, la malattia di un’umanità irriducibile alle regole comportamentali che si è data, la malattia di un corpo che sfugge alla dimensione carnale che gli è stata imposta, la malattia di un’anima che non sa resistere nella gabbia dell’intelletto, la malattia di una ragione che ciclicamente abdica al suo ruolo di dominatrice repressiva dell’esperienza.

Si perchè c’è un senso in cui è possibile dire che la ragione ha costruito se stessa come ragione disincarnata, con conseguente riduzione del corpo nei confini dell’opacità della carne. E siccome la danza rifiuta il dualismo conflittuale tra materiale e immateriale, siccome non vive il corpo come antagonista dell’anima, la danza, con la semplicità del suo gesto, dissolve il tratto disgiuntivo con cui la ragione procede opponendo il vero al falso, il bene al male, il positivo al negativo, l’alto al basso, per richiamare quell’ordine simbolico (syn-ballein significa “mettere assieme”) da cui proveniamo e che ancora ci abita come fondo abissale in cui la coscienza cerca di gettare la sua pallida luce.

Nella danza, infatti, il corpo incarna le produzioni del senso simbolico o per confermarle nella ritmicità rituale, o per dissolverle nella frenesia orgiastica. Ciò e’ possibile perchè nella danza il corpo abbandona i gesti abituali che hanno nel mondo il loro campo d’applicazione, per prodursi in sequenze gestuali senza intenzionalità e senza destinazione che, nel loro ritmo e nel loro movimento, producono uno spazio e un tempo assolutamente nuovi, perché senza limiti e senza costrizioni. Perdendo l’aderenza alle cose del mondo, nella danza ogni gesto diventa polisemico, ed è proprio in questa polisemia che il corpo può riciclare simboli, può confonderli o addirittura abolirli. Liberandosi nella pura gestualità non intenzionata, il corpo del danzatore descrive un mondo che è al di là di tutti i codici e di tutte le relative iscrizioni, perchè nella danza l’unico segno invisibile è quello in cui il corpo iscrive se stesso tra la terra e il cielo. In questo senso la danza costituisce un mezzo per sfuggire alla serietà dei codici che ci minacciano.

Scivolando l’uno sull’altro, nella danza i movimenti del corpo non si lasciano individuare, e quindi neppure analizzare, perchè danzati. Per la rapidità dei movimenti, la danza cancella di colpo le figure appena costruite, continua creazione e costruzione del mondo, composizione dei massimamente distanti, e quindi abolizione dei sensi costruiti in questa distanza. Parodia di ogni sistema, la danza dissolve tutti i sensi che vogliono proporsi come sensi definitivi. Leggerezza del corpo che ripristina la leggerezza dei simboli, la loro fluttuazione che gioca con la gravità dei codici e col rigore delle loro iscrizioni.

Se nel linguaggio sistematico dei codici il corpo si lascia esprimere dalla razionalità, nel linguaggio simbolico e nell’eccedenza semantica fluttuante che lo connota il corpo esprime la sua emotività, ciò che lo muove. Non essendo sistematica, l’emotività non potrà mai costituirsi nel linguaggio; debordando dai segni e slittando sui significati, l’emotività non ha altra possibilità di espressione se non nell’eccedenza semantica che scivola ai confini dei codici. per questo le società più diventano razionali, più aboliscono il linguaggio simbolico, togliendo sempre più spazio alle manifestazioni emotive che hanno nel corpo la loro radice.

Eppure non è la razionalità, ma è il fenomeno emotivo a far vivere i codici. Non basta infatti un sistema di segni perchè vi sia senso; il senso è sempre immesso da un referente emotivo, che può essere anche la paura per la decodificazione parziale o totale. Il linguaggio primitivo, che usa metafore organiche per esprimere le emozioni, parla del cuore, dello stomaco, del fegato, dei reni e in generale degli organi corporei come della sede delle reazioni emotive, e poi trasferisce questi organi fuori di sè per nominare le cose del mondo, per cui la casa ha una “faccia”, il vaso una “pancia”, il villaggio una “fronte”. Con ciò il corpo e le sue parti non diventano il referente o il codice di tutti i codici, ma ciò che traduce un codice nell’altro, un sentimento in un organo, un organo in una cosa del mondo. La danza è il simbolo vivente di questa continua e ininterrotta traduzione, e a partire da qui possiamo incominciare a capire quel frammento gnostico che recita: “Chi non danza non sa cosa succede”.

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