Il sogno dell’amore

di admin

Non è vero che si sogna solo quando si dorme. La mente umana è capace di creare mondi paralleli soltanto immaginati ma riprodotti esattamente secondo le leggi della realtà concreta, dove si sentono i sapori, si respirano gli odori, si toccano corpi e si ascoltano voci. E’ quando ci dissociamo dal momento presente e ci spingiamo verso altri luoghi; è quando, mentre siamo immersi in un’occupazione quotidiana e il corpo continua a lavorare, cucinare, camminare, la mente fugge altrove; è quando qualcuno ci parla, ma noi non ascoltiamo; e nel momento in cui il cervello registra il tono della domanda nella voce, avviene come un risveglio e un ritorno all’al di qua da lande sconfinate, dove l’altro che ci chiede vorrebbe anche, al limite, prenderci per un braccio e scuoterci perché non lo stavamo ascoltando.

Come altri oggetti della nostra mente, anche l’amore è un sogno, ha un sogno, finisce per diventare un sogno, in un processo che si autoalimenta e si sovrappone alla realtà: il protagonista di questo gioco, il nostro povero io, non distingue più il confine tra ciò che vive realmente e ciò che produce con la sua energia creativa, mettendo in scena l’autocompiacimento esaltato o il dramma disperato, passando per tutte le sfumature intermedie di un rapporto di coppia.

Ognuno di noi serba dentro di sé un’idea dell’amore, una rappresentazione che si è sviluppata nel corso degli anni, che si è costruita sulla base delle esperienze di amore (e non-amore e falso amore) vissute con le figure primarie di riferimento, coloro che si sono presi cura di noi, che ci hanno allevato, nutrito, accompagnato lungo il corso dell’infanzia. Insieme al latte, ai vestiti e alla prima bicicletta, ci hanno trasmesso delle configurazioni mentali che abbiamo incamerato per interpretare i segnali del mondo interiore e di quello esterno; attraverso il contatto con questi adulti significativi, abbiamo costruito una rappresentazione della realtà del mondo adattandoci ad essa attraverso strumenti che ci consentissero di renderla quanto meno indigesta e dolorosa. In particolare, la capacità di relazionarci all’altro in maniera integra è la dimensione più delicata che viene coinvolta in questo processo di fabbricazione della conoscenza.

Il bambino non è capace di consapevolezza, non è capace di formulare giudizi e operare distinzioni formali intorno alle esperienze che vive: il bambino è una carta assorbente su cui rimangono segni che non possono essere decodificati nel tempo dell’infanzia poiché questo è il tempo del bisogno e della cura, della scoperta e del gioco. Se viene privato dell’affetto, se viene umiliato, se viene disatteso nelle sue speranze, se viene rifiutato, produrrà un’intelaiatura di significati sull’amore e sulle esperienze affettive che rifletteranno vissuti di desiderio inappagato, frustrazione, inadeguatezza, impotenza, disprezzo di sé, solo per fare qualche esempio. Che cosa succede, una volta cresciuti, a queste trame di significati con cui diamo senso alla nostra esperienza della relazione? Vanno persi, emergono alla coscienza, si trasformano con gli eventi, vengono sostituiti con la forza della volontà? O semplicemente vengono subiti inconsapevolmente dando luogo a disagio, malessere, infelicità, ansia?  

Alla maggior parte delle persone succede di innamorarsi, provare desiderio, iniziare una relazione, vivere un idillio, ritrovarsi nella quotidianità; poi ,per un motivo o per un altro, accade che la relazione si interrompa, o diventi tormentata e fonte di sofferenza, o si spenga modestamente, miseramente, diventando muta: dove prima si sentivano uccellini cantare e ruscelli scorrere, in quello stesso luogo, dopo, solo il sibilo del vento sulla pianura arida. In seguito momenti di solitudine, sconforto, dolore, rabbia, nostalgia, apatia, chiusura, disgusto, disillusione. E un giorno, di nuovo, la scoperta di un volto che colpisce tra gli altri, un odore, un dettaglio, un modo di camminare, e si ricominciamo a credere, si riparte con un altro giro, un’altra corsa. Premio finale: il sogno dell’amore.

Noi tutti, ognuno a suo modo, attraversiamo queste terre come assetati, mendicanti, ladri, o padroni; c’è chi costruisce un edificio solido, chi coltiva un giardino, chi condivide i problemi e le difficoltà di tutti i giorni e si aiuta nelle “fatiche” del quotidiano, chi si tradisce e poi si perdona; chi mette al mondo figli per sanare l’unione perduta: ognuno indossa le vesti che meglio si adattano al proprio corpo, percorre sentieri, passeggia su e giù, rimane fermo, aspetta, fugge, ritorna.

Ogni personaggio di questo palcoscenico insegue lo stesso  sogno, il sogno di scivolare nel corpo dell’altro e diventare una cosa sola, il sogno di perdere coscienza e annullarsi nel fuoco senza tempo dell’amore: riscoprire l’unità originaria con il tutto attraverso l’unione con l’altro. Ma questo è un desiderio inconscio e ancestrale che accomuna ogni essere umano e, in quanto tale, ingenuo e naturale; a trasfigurarlo e falsificarlo contribuiscono le rappresentazioni mentali che ci portiamo dentro: esse nutrono un’ideale che abbiamo costruito e che utilizziamo per vagliare e analizzare gli incontri e i rapporti affettivi di cui siamo protagonisti. Questa è l’immagine mentale dell’amore che guida la nostra ricerca e le nostre scelte. Attuato questo processo, cosa rimane di me e dell’altro sulla scena? Gli amanti sovrappongono l’immagine alla realtà, sfruttando ad arte situazioni ed elementi oggettivi, proiettando desideri e  paure, trasferendo all’altro parti di sé e rifiutando ciò che dell’altro non collima con l’ideale interiorizzato. Ancora una volta siamo di fronte ai bisogni dell’ego e alle sue spinte narcisistiche che, mentre alterano la realtà dell’individuo che ci è di fronte, tradiscono anche la tensione naturale del corpo e dell’anima a vivere nella gioia del momento presente e nell’immediatezza della comunicazione energetica spontanea.

Fermiamoci a ricordare: quante volte abbiamo ceduto alla rabbia e alla disperazione per un amore finito? Quante altre ancora ci siamo ritrovati a provare nostalgia, delusione, frustrazione, senso di impotenza? Chi ha distrutto il nostro sogno d’amore? A chi appartiene adesso tutto questo? A noi, all’altro o alla dinamica della relazione? Forse è espressione di tutti  e tre questi personaggi del nostro tragicomico spettacolo. C’è il nostro ego che scalcia per farsi sentire e grida vendetta per l’oltraggio subìto o soffre in silenzio nell’angolo del palcoscenico; c’è l’altro, l’amato-amante, che ha recitato con noi, ha colluso col nostro sogno d’amore e ha costruito insieme a noi la scenografia e i testi; c’è la storia, il terreno su cui si è camminato e si è combattuto, in cui si è vissuto il quotidiano avvicendarsi degli eventi, delle trame, degli incastri.

Ma quanta fatica portare avanti tale teatro e che liberazione poter gettare via la maschera! Il sogno dell’amore ci accompagna da tanto tempo, eppure, senza farsi scoprire, ci ha fatto pagare uno scotto che brucia dentro, che consuma l’energia vitale; abbiamo offerto, in cambio di un sogno, l’unica possibilità di cogliere il senso dell’esistenza: donare la nostra autenticità a noi stessi e a chi, come noi, sceglie di far cadere il velo del falso amore. Quanto perdiamo della nostra essenza profonda pur di rimanere fedeli all’identità che abbiamo edificato in lunghi e dolorosi anni? La vita è un evento semplice nella sua sostanza originaria: ogni essere vivente risponde alle leggi della natura e l’energia che rinnova le nostre cellule e fa scorrere il nostro sangue, è la stessa che nutre di linfa vitale gli alberi e produce il movimento delle onde del mare. Sentirsi uno con l’ordine del cosmo è l’insegnamento comune a tutte le più antiche culture e tradizioni; l’uomo moderno ha smarrito tale indicazione e la sua anima non sa più riconoscere l’armonia e la musica dell’universo.

L’esistenza degli uomini e delle donne riposa sulla fragilità della condizione spaziale e temporale in cui siamo stati scagliati per essere. Il mistero della nascita e della morte rimane una domanda muta che attraversa i secoli e, in quest’età disorientata e vacua, le porte della conoscenza appaiono ancora più serrate. Se c’è una possibilità per l’uomo di elevarsi per un attimo sulla nebbia che lo avvolge e farsi scaldare dalla luce di una nuova alba, allora quell’opportunità risiede nell’incontro d’amore, un amore libero dalle catene dell’ego, un amore capace di far vibrare delle stesse note le corde del corpo e quelle dell’anima.

Ma come riuscire a creare le condizioni interiori favorevoli affinché germogli il seme dell’amore? Come liberarsi dai condizionamenti fallaci divenuti ormai cronici e incollati al nostro stesso corpo come una seconda pelle? Quando siamo immersi nel dramma, nella paura o nella disperazione, uscirne sembra impossibile, sembra non esserci soluzione e l’identificazione con lo stato di dolore diffuso è pressoché totale: siamo in trappola. Eppure, la chiave di questa gabbia è nelle nostre mani, ma siamo troppo occupati a stare male, psicologicamente e fisicamente (i due aspetti sono correlati), al punto che non siamo capaci di vedere altro.

Basterebbe fermarsi un attimo, interrompere il flusso impazzito dei pensieri e delle emozioni che ci tiranneggiano e prendersi una pausa. Sì, proprio così: fare ricreazione, come quando a scuola da piccoli la maestra ci faceva interrompere le attività e aprivamo il cestino della merenda. Per un momento sperimentavamo la gioia del presente godendoci il nostro meritato riposo dopo tanto lavorìo intellettuale. Quale può essere, nella vita della mente e del corpo, l’equivalente della ricreazione? Si potrebbe rispondere: l’ascolto e l’osservazione di ciò che proviene dall’interno e il distanziamento dalla spirale incessante del circuito pensieri-emozioni-pensieri.

Accade qualcosa di curioso e di insolito: si crea uno spazio vuoto in cui ci si vede dall’esterno come in un film. Ci sono tanti attori, ogni personaggio è una parte di noi e, spesso, entra in conflitto con gli altri, in una specie di riunione di condominio in cui tutti alzano la voce e nessuno riesce ad ascoltare gli altri. Così funziona il nostro ego, in questo modo innesca i suoi meccanismi insani e deleteri: è come una macchina che agisce in modo automatico secondo gli schemi di comportamento che le sono stati forniti. Non vive, funziona.

Però c’è qualcosa che dorme al di sotto di questa macchina; c’è una forza che vibra e che pulsa e che, debolmente, tenuamente, invia timidi segnali: è il nostro essere più profondo, la nostra energia vitale, la nostra anima (che per gli antichi era soffio portatore di vita) intimamente connessa ad ogni fibra del corpo che siamo. Bene, è questa voce che dobbiamo sforzarci di ascoltare, anche se è la più flebile di tutte, anche quando non riusciamo a distinguerla, soprattutto nei momenti in cui sembra non essere mai esistita. Forse sono proprio questi i momenti in cui abbiamo più speranze di sentirla nuovamente e di seguirla. Un po’ alla volta, lentamente, i suoni sconnessi e striduli dei personaggi sul palcoscenico ci appariranno via via più attutiti; ogni tanto ancora alzeranno i toni e i volumi, probabilmente ci saranno delle recrudescenze violente, delle ricadute anche terribili, ma il processo di autoguarigione è ormai avviato e la strada verso la consapevolezza sempre più illuminata. Cosa possiamo fare concretamente per intraprendere questo percorso? Quali gesti, quali atti, quali operazioni?

Ci sembra di poter dire che la chiave è nel corpo che sente e nella mente che osserva. Impariamo a respirare, usiamo l’ossigeno presente nell’aria per purificare le cellule del nostro corpo e restituire loro vitalità ed energia rinnovata; ascoltiamo le sensazioni che agitano le nostre membra, i battiti del cuore, le palpitazioni, l’ansia, la paura, sospendendo il giudizio su di esse;  osserviamo i pensieri che la nostra mente produce, sentiamo il rumore che fanno, guardiamoli come proiettati su uno schermo bianco, produciamo il suono delle parole che li compongono, scriviamoli su un pezzo di carta. E rimaniamo fermi, aspettiamo.

All’inizio non sarà facile, non dobbiamo scoraggiarci, chiediamo a noi stessi pazienza e fiducia. Proviamoci di nuovo e ancora, se non ci riesce. Arriverà un momento, anche brevissimo, non ha importanza, in cui sperimenteremo uno stato di quiete, un’assenza di dolore e sofferenza; un momento in cui la nostra mente diventerà pulita come un cielo azzurro spazzato dalle nuvole. Basterà questo a farci comprendere che è possibile spezzare il dominio assoluto dell’ego e che esiste un luogo interiore in cui è possibile l’assenza di turbamento; da questo luogo, lentamente, può emergere una sensazione di piacere derivante dalla presenza dell’energia corporea e dal dissolversi di pensieri ossessivi ed emozioni logoranti.

Essere presenti nella consapevolezza di ciò che la mente produce a discapito della naturale tendenza a ricercare il piacere e a cogliere la gioia, è l’unica possibilità che abbiamo per innalzarci al di sopra delle miserie quotidiane nutrite di deliri narcisistici e fantasie di onnipotenza in cui la realtà si trascolora e si deforma, opprimendo i desideri autentici del cuore. Lasciamo, dunque, che questo cuore possa tornare ad irrorare di vitalità ogni fibra del nostro essere; lasciamo entrare aria nei nostri polmoni; lasciamo che si crei uno spazio vuoto in cui riscoprire l’autenticità. Lasciamoci andare alla natura di ciò che siamo.

 

 

 

 

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