Il corpo, luogo dell’identità

di admin

Oltre ad intrattenere i lettori italiani con pagine filosofiche su Repubblica ed Il Sole 24 ore, è intervenuto al recente Festivalfilosofia di Sassuolo. Per la sua conferenza, visto il folto numero di persone, erano stati predisposti altoparlanti all’esterno del cortile del Palazzo Ducale, dove chi non è riuscito ad entrare in sala conferenze ha potuto ugualmente ascoltare il professore.

Per quanto suoni scontato, durante il suo intervento Galimberti ha riscosso applausi a scena aperta e ha poi accettato di intrattenersi, fuori programma, per altre due ore col suo pubblico. Al di là della sua notorietà, è incredibile notarne l’atteggiamento umile e disponibile: Galimberti è internazionalmente riconosciuto come una delle menti italiane più fervide del nostro tempo e avvicinarlo è stata un’esperienza particolarmente emozionante. Professore, lei ha introdotto la serata dicendo che il tema della “bellezza” non le piace e, per questo motivo, ha anche pensato di non partecipare alla manifestazione. Poi ha deciso di trattare solo il tema del “corpo”. Perché? “Per me la “bellezza” è un elemento negativo. Di solito, serve per eliminare tutte le altre stratificazioni. Se definiamo un film o un’opera “bella”, non stiamo dicendo nulla. Inoltre, il “bello” abbaglia: ma allora che fine fanno le ombre”? Il suo pensiero è contro corrente rispetto all’odierna devastazione culturale.. “Dedicando il Festivalfilosofia al tema della bellezza, la si vede come forma culturale. Invece, è solo importante dal punto di vista della devastazione culturale. I corpi belli hanno maggiori chances di quelli brutti, ora che viviamo all’interno di una velocizzazione del tempo. Ma la bellezza abbaglia e nasconde la mancanza di etica sottesa: ciò è massimamente negativo. Oggi c’è poca etica e allora ecco che importante è l’apparire. Quindi, parliamo di “corpo”. “Questo significa, però, oggettivarlo. Il corpo non è una cosa, siamo noi. Noi diciamo “io sono stanco”, non “il mio corpo è stanco”. E’ vero che la nostra cultura cristiana di “anima” ha fatto dei danni. Platone parlò per primo di corpo e, prima, Omero parlò di anima, che significa “vento”. Parlò anche del corpo nei termini di membra, braccia, gambe e della sua dinamicità: il corpo, da sé, non significa nulla ma agisce e reagisce nel mondo. Però noi, questa nozione, l’abbiamo persa. E’ solo grazie alla fenomenologia che, nell’ultimo secolo, la stiamo recuperando. Il concetto platonico di corpo occidentale è ciò che ha vita, diviene, si ammala.

Dunque, il corpo non attesta verità. Se in una stanza chiedessimo a tutti se c’è caldo o freddo, ognuno darebbe una risposta differente. Platone dice che il corpo è corruttore di verità e inizia ad intendere l’anima come luogo dell’immutabile, come a un organo matematico che si intende con le idee eterne, mentre le passioni e le malattie del corpo mutano. In un certo senso, la filosofia nasce dal sapere che prescinde dal corpo. Lei ha ricordato che l’Ebraismo non possiede il concetto di “anima”. “Nella Bibbia, “anima” traduce “psiche” che traduce “nefesh”. La psiche s’è portata dietro il bagaglio culturale di Platone. Nefesh vuol dire vita. Anche gli animali, dunque, hanno un’anima. Il concetto di “anima” è lontano dal Cristianesimo. Perfino San Paolo pensava che la resurrezione riguardasse solo il corpo. Poi, riflettendo, sono iniziati i primi dubbi e ci credo! Come si fa a pensare che il corpo risorga? Dunque, il Cristianesimo fa un’operazione astuta: cattura il concetto di Paltone sottraendogli la verità e promette la salvezza della vita eterna, creando illusioni e facendo danni”. Anche la cultura medievale è fortemente corporea.. “Certamente, si pensi ai premi e alle punizioni corporali. Nel Cinquecento-Seicento il corpo si trasforma radicalmente: nasce l’anatomia. Il corpo lo si seziona. Nel Settecento nasce la biologia, poi la genetica. Ma non si risolve affatto il problema. Quando un medico ci mostra una lastra, la sentiamo come “nostra”? Appartiene al nostro vissuto? Se non ci dicessero che è nostra, la scambieremmo con quella di qualcun altro perché il corpo, il dolore è soggettivo e non oggettivo, anche se oggi tendiamo ad essere tutti troppo cartesiani. Ed è male. La psichiatria, a un certo punto, nasce perché i calcoli matematici e l’anatomia non danno più risposte: come la mettiamo coi pazzi, quelli che riescono a stare sulla punta di un piede per 24 ore, posizione alla quale l’anatomia non sa dare risposte?

Dunque, la psichiatria nasce come repertorio di ciò che l’anatomia non registra. Qui vi è nuovamente il richiamo alla psiche”. Si può dire che la psichiatria ha oggettivato la nostra psiche? “L’oggettivazione della psiche nasce in senso psicologico, come “inesplicabile” attorno al quale, poi, si costruisce un sapere. Freud disse che l’inconscio non è che il corpo con le sue pulsioni, che gli antichi chiamavano passioni. Nega gli istinti: l’uomo è ragionevole ed è, sotto questo aspetto, molto lontano dagli animali. L’istinto sessuale non è un istinto; perfino le perversioni nascono da componenti psichiche tutt’altro che istintive. Non bisogna dare risposte rigide a una storia. L’aggressività va di pari passo con la sessualità, per questo diciamo che i vecchi sono saggi. L’inconscio, secondo tutta la filosofia romantica, va a vantaggio della specie, lo scrisse anche Goethe. La psicanalisi è una costruzione dell’uomo a partire dalla costruzione romantica, ne coglie il dissidio e lo traduce in forma clinica. Più tardi, Freud dice che là dove c’era l’inconscio deve subentrare l’Io, operazione necessaria per la civiltà. In questo caso, l’Io diventa erede del platonismo: la psicanalisi è una reiterazione di Platone”. Se il corpo siamo noi, dovremmo rivalutarlo. Da dove cominciare? “Se ne sta occupando la fenomenologia e trovo gravissimo che, in Italia, non esista una cattedra di fenomenologia in nessuna facoltà. Dobbiamo rivalutare il corpo e ribaltare i concetti errati: il pudore, ad esempio, non è un fatto psichico. E’ il nostro corpo a dircelo. Così come la nostra percezione di vicinanza o lontananza da qualcun altro. Non è il corpo scisso dall’anima, come vorrebbero farci credere le astute tesi religiose, e neppure il corpo anatomico dei medici. Ma noi andiamo in palestra, anche se è contro natura. Non è come andare in montagna e camminare. Sottoponendo il nostro corpo a movimenti innaturali, io agisco su di lui mentre deve essere il corpo ad agire sul mondo. Pensiamo alle attuali patologie legate al corpo: l’anoressia, la bulimia, il gioco delle diete.

E’ un vissuto corporeo spaventoso, è già una forma di schizofrenia! La malattia è una scissione del corpo: il nostro io si separa e lo guarda. Purtroppo, in Italia, non c’è nessuna cultura e la farmacologia ci guadagna perché i pazienti vogliono solo star bene, non vogliono “capire” il perché del male, ragionare sull’anima. Ma così noi creiamo la cultura per cui non siamo più al mondo e il corpo è inteso come quello della medicina, non è più il “mio” vissuto. Noi europei, che da sempre siamo abituati a ragionare, stiamo prendendo ispirazione dal problem solving degli americani, atteggiamento estremamente negativo. Bisogna recuperare la nostra cultura e non prendere ispirazione da quella non pensante: in America, c’è solo cognitivismo e comportamentismo, non psicanalisi. E la loro è una mentalità pericolosa”. Lei confessa di non riuscire a pensare se non “da greco”. Cosa intende esattamente? “Guardo alla vita secondo una prospettiva mortale e concepisco la “bellezza” come il tutto: in greco, si dice “cosmesi”. Le uniche lingue serie sono il greco e il tedesco, forse anche quelle slave. L’inglese, a mio avviso, non è una lingua e l’italiano ha troppi aggettivi perché ci sono pochi sostantivi. Le lingue non nascono a caso ma perché si ha qualcosa da dire! Riflettiamoci.. Perché è bella una musica? Perché mette insieme tutti i suoni. Bello è il buon ordinamento del tutto. E’ l’armonia. Prima o poi, ci ammaliamo perché dobbiamo morire. Anche la morte fa parte del tutto. Dobbiamo tutti morire, poi ognuno ha un proprio percorso per farlo. Occorre introiettare questo concetto del limite! Non perché la sua percezione ci disperi ma, al contrario, è ciò che dà forza alla nostra progettualità, permettendoci di costruire biografie e non disperderci. Oggi tendiamo a illuderci, procrastinare, viviamo biografie fragili. E’ il senso del limite che può illuminare le nostre scelte”. Desidero conoscere il suo parere sulla situazione politica attuale. Posso chiederlo, anche se esula dal tema del corpo? “Io soffro davvero per la situazione attuale. Prima di tutto, soffro all’idea di trascorrere altri quattro anni dell’esistenza sotto un governo con idee di destra: non solo Berlusconi, ma Bush e Blair. Modelli così lascian spazio al tempo dell’arroganza. Dunque, il terrorismo finirà per essere il nostro futuro poiché non si può subire per tanto tempo e non reagire. Questo è male, molto male”.

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