Elogio dell’opacità

di admin

– di Claudio Magris, scrittore e saggista –

C’ è un testo di Calvino – Dall’ opaco – in cui si invita a “tener conto delle macchie d’ ombra cioè dei luoghi non raggiunti dai raggi, di come l’ ombra acquista nettezza proporzionalmente al prender forza del sole…”. Diversamente da quelle pagine, in cui diventa la prospettiva da cui guardare il mondo e la struttura più vera di quest’ ultimo, l’ opaco non gode di buona stampa nella cultura occidentale, al pari di tutto ciò che è oscuro, nascosto, incerto.

Il bene, il bello e il vero si identificano con la luce, la chiarezza, la trasparenza. il buio mette paura, il nero evoca lutto e sciagure. «Oggi è stata una giornata nera», mi disse una volta un venditore ambulante senegalese dalla pelle color ebano, insoddisfatto del magro guadagno. La vista – che da Aristotele in poi è il senso più nobile, legato ai valori più alti – ha bisogno di luminosità, a differenza dei sensi considerati più bassi e più umili, quali l’ odorato o il tatto, che Hegel addirittura associa alle culture da lui giudicate inferiori quale l’ africana, mentre la luce e la forma armoniosa dell’ Occidente si offrono allo sguardo. La trasparenza è una proprietà affascinante di un mare o di un diamante, ma è anche il simbolo di valori morali, di onestà, di correttezza. Vedere tutto ed essere visti e radiografati in ogni piega della propria esistenza è sempre e soltanto un valore?

La luce che crea una trasparenza totale può diventare il riflettore accecante puntato sul prigioniero che si vuol costringere a confessare tutto, sino a spremere da lui l’ ultima goccia della sua vita e darla in pasto agli altri. Anche la Ragione che vuole tutto comprendere – ossia ridurre alle proprie misure – può essere violenza. Ogni integrazione deve lasciare un margine a ciò che è irriducibilmente altro, a una striscia di oscurità in cui sparire come il granchio nella sabbia. Mi è capitato di incontrare nelle carceri, su loro richiesta, alcuni detenuti, autori di reati anche assai gravi. «Anche qui dentro – mi disse uno di loro – c’ è gente che scrive, come Lei e altri là fuori. Ma mentre voi scrivete per pubblicare, per farvi leggere, per comunicare agli altri le vostre passioni e ossessioni, noi qui dentro scriviamo invece per avere qualcosa che sia unicamente nostro, uno spazio solo per noi, impenetrabile agli altri. Tutto il resto, in carcere, viene perlustrato, indagato, controllato, conosciuto: indumenti, pacchi dei parenti, lettere. Quello che invece scrivo per conto mio è solo mio, nessuna luce indagatrice lo penetra e viola, una macchia opaca e scura, solo mia, la sola cosa mia». La luce e la stessa universalità possono essere la violenza e la tirannide di una schedatura totale, di un controllo totalitario. Ma è sempre e solo l’ Illuminismo che ci può insegnare a rispettare pure l’ universale diritto di ognuno di abbassare la saracinesca. Altrimenti la conoscenza – che per definizione fa luce e chiarezza – può assomigliare alla spiata, a quella fregola di sbirciare nel destino altrui, di frugare indagare spettegolare profanare. Glissant rivendica il diritto all’ opacità anche nei rapporti affettivi e amicali più intensi ed autentici, nella passione per una persona amata. «Non mi è necessario comprendere l’ altro per sentirmi solidale con lui, per costruire con lui, per amare quello che fa». Nell’ amore ciò può sembrare più difficile, perché l’ amore ha un’ esigenza di totalità e induce ad avvertire ogni distanza come dolorosa, una fitta di estraneità e solitudine. Ma proprio l’ amore sa forse rinunciare a quella presa totalizzante che è la pretesa di com-prendere, di assimilare a sé; piuttosto scrive Glissant, con-dividere l’ imperfezione inevitabile, i margini di oscurità non penetrata e forse non penetrabile; accettare anche gli angoli bui dell’ altro, convivere con i suoi e con i propri. Nella notte d’ amore – in cui il nero è il colore dell’ eros e della bellezza – Tristano è anche Isotta e Isotta è anche Tristano, due che almeno per un attimo si sentono o vogliono sentirsi uno, ma anche l’ uno, l’ individuo ha le sue opacità, oscure pure a lui. Fino a che punto è non solo possibile, ma anche giusto illuminarle?
Conosci te stesso, è stato detto, anche se non è sempre ben chiaro chi conosce chi. C’ è un limite pure alla conoscenza di sé, oltre il quale essa può diventare una lente d’ ingrandimento che altera le proporzioni. Nel buio del nostro profondo c’ è tutto, anche un pulviscolo di pulsioni torbide e malvagie che smentiscono le nostre tavole della Legge. Non è certo bene ignorare la loro esistenza molecolare, reprimerle, rimuoverle. La verità vi farà liberi, dice un passo del Vangelo che era molto caro a Freud. Ma indagarle troppo col microscopio può anche ingigantirle e dunque falsarle, dar loro una consistenza e un potere che le accresce, come gli arabeschi della farfalla che, visti troppo da vicino, possono diventare i lineamenti di un mostro angoscioso. È bene sapere che in ognuno di noi può essere latente un Edipo desideroso di uccidere il padre, ma se ci si sofferma troppo quest’ esile larva omicida può diventare un fantasma ingombrante e incalzante, che inceppa la vita. Dire la verità – o almeno dirla troppo – è anche distruttivo; è come fare un salasso al cuore, diceva il gesuita barocco Gracián. Né reprimere né sublimare le tenebre; piuttosto comporle, come insegnava la civiltà asburgica, tenerle insieme con vigile noncuranza; senza pretendere di risolvere le contraddizioni, ma tenendole a bada affinché non facciano troppo danno. L’ Io non è compatto come il busto di un eroe in un sacrario; assomiglia piuttosto a un condominio del quale è pure il provvisorio presidente. È utile accertare che fra i condomini non vi siano serial killer , ma è anche opportuno non andare a spiare tutto ciò che essi fanno nella loro stanza da letto e, se per caso si scopre qualcosa di imbarazzante, far finta di non averla vista. Il vecchio, protagonista degli ultimi racconti di Svevo, scopre che niente è a posto, ma continua a vivere amabilmente come se lo fosse. La menzogna è sempre un male, specie quella che si racconta a sé stessi, ma esiste pure una dissimulazione onesta, scriveva il grande autore barocco Torquato Accetto, che aiuta a vivere o almeno sopravvivere, come la rosa – egli diceva – che col suo profumo e il suo splendore dissimula la sua – e nostra – mortalità. 

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