Danza, respiro dell’universo

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– di Simonetta Coja –

La danza è il respiro dell’universo. Che cos’è la danza se non il ritmico pulsare delle stelle e degli atomi, dell’infinito che si espande e si contrae senza fine e senza tempo, creando con ciò stesso il tempo? Vibrano le particelle e si muovono le galassie, tutto fluttua e danza in un movimento che è energia e vita. Danzano gli elettroni nelle loro orbite, si muovono le onde, magnetiche ed elettromagnetiche, le onde sonore e quelle del mare, la luce. Se è vero che danza è ogni movimento armonico e ritmato, allora è vero che, come credono gli Indù, la divinità, da loro chiamata Shiva, crea e mantiene l’armonia cosmica grazie alla danza. Se cesserà la danza vi sarà l’entropia, e quindi la morte dell’universo.
Quando l’uomo è in armonia con se stesso e con il mondo, egli danza. Il suo corpo esprime la sua tensione interiore, il ritmo della sua biologia, che vibra degli stessi ritmi di cui è fatta la materia dell’universo. Ma non solo la corporeità dell’uomo si esprime attraverso il movimento: la sua anima allora si tende verso ciò che lo contiene, ed egli sente di essere parte di un’armonia divina.
La danza partecipa della musica e delle arti figurative, ma è la più immediata delle manifestazioni spirituali dell’uomo perché, senza strumenti, gli permette di creare figure e sculture in movimento e non solo di scandire, ma anche di creare la musica. Per danzare, è sufficiente anche solo ascoltare la musica del proprio corpo, o contribuire a produrla col suono delle mani e dei piedi (come nel flamenco, o come presso alcuni popoli africani, dove la danza è accompagnata da molti strumenti a percussione che suonano tutti seguendo ritmi diversi e che solo a tratti coincidono, mentre il beat, cioè il ritmo base che lega il suono di tutti gli strumenti e ne fa una melodia, è dato dal ritmo dei piedi, dal passo dei ballerini, indipendente da tutti gli altri ritmi).
La danza è la più spontanea manifestazione artistica dell’uomo: danzano i bambini e i popoli più vicini alla natura. Questi ultimi conservano la capacità di abbandonarsi al ritmo anche da adulti, perché la danza è parte della loro vita di ogni giorno, mentre i popoli “civilizzati”, o meglio, industrializzati, la perdono e devono di nuovo “imparare” a muoversi, perché il loro corpo è irrigidito dalle convenzioni della compostezza.

La danza ci permette di liberare la nostra energia fisica e spirituale, mettendoci in sintonia con i ritmi e con l’armonia del nostro corpo e dell’universo di cui esso è parte, e di attingere quindi ad una fonte infinita di energia e di armonia. La danza può essere preghiera, contemplazione, meditazione, estasi, passione, amore, catarsi. E se la malattia è l’espressione di una disarmonia fra anima e corpo, la danza certamente può contribuire a guarirla.
E’ noto il significato rituale e sacrale che la danza ha sempre avuto sin dalla preistoria e dalle più antiche civiltà e che essa conserva ancora in molte religioni, specie orientali ma non solo. Poiché la vita dell’universo è intesa come un’armoniosa danza cosmica, tramite la danza è possibile mettersi in contatto con la divinità e con le forze superiori della natura.
La danza ha sempre avuto anche un ruolo nell’armonia della società umana, con una funzione di coesione e di catarsi. Per limitarci alla tradizione occidentale, basti pensare al significato che il termine “orchesastai”, danzare, aveva presso gli antichi Greci, “comprendendo molti diversi tipi di attività basate su movimenti ritmicamente ordinati: l’addestramento militare, la lotta, la ginnastica, il gioco ritmico con la palla, i giochi infantili, le processioni e le parate, la recitazione gestuale dell’attore, i movimenti e i gesti compiuti nei riti, ecc.” (O.Di Tondo, Il linguaggio del corpo, Storia della danza, Loescher 1990, pag.7). I Greci avevano danze per i banchetti (encomio, scolio), di guerra (pirrica), per le processioni (peana). Le danze dionisiache, di satiri e baccanti, ponevano i partecipanti in uno stato di “entusiasmo” divino ed estatiche erano le danze dei culti misterici. La danza e il canto del coro avevano un ruolo fondamentale nella tragedia.

Danzavano nell’antica Roma i sacerdoti Salii e gli Arvali e danzavano in modo raffinato gli etruschi, come risulta dalla ricca iconografia. Danzavano i primi fedeli Cristiani nelle cerimonie religiose, tanto da suscitare le ire della Chiesa, che vi vedeva una pericolosa contaminazione pagana ed un uso eccessivo del corpo, a discapito della supremazie dell’anima.
Nel basso Medioevo la danza fu quindi progressivamente limitata ad una funzione di intrattenimento, soprattutto ad opera dei giullari, gli animatori dell’epoca, che erano insieme cantanti, poeti, musicisti, attori, comici, giocolieri, acrobati e ballerini. Essi contribuivano a diffondere e a guidare le danze: la carola, eseguita in cerchio e cantata dai ballerini stessi, il rondò, la ballata, la danse.
Dal XV sec. Si impose fra le classi dominanti uno stile di ballo più composto e più consono all’ideale cortese. I signori facevano sfoggio di magnificenza e di grandiosità ieratica, contrapposte alla rozza vivacità del popolo. La bassadanza, lenta e bassa, cioè non saltata, era la più in voga. Nacque allora la figura del Maestro di ballo, che teorizzava in trattati su di un’arte ritenuta non più volgare e di poco conto, ma degna di far parte delle arti liberali.
Nel XVI e XVII sec. La danza assunse nelle corti un ruolo addirittura politico, divenendo una delle abilità necessarie alla carriera del cortigiano. Luigi XIV tenne i nobili impegnati in complessi spettacoli che necessitavano di una tecnica virtuosistica, pena la disgrazia e il declassamento sociale. Egli stesso assunse il titolo di Re Sole quando, quindicenne, si esibì in tale ruolo nel Ballet de la Nuit. Fu allora che nacque la cosiddetta “danza classica”, eseguita con l’apertura frontale dei piedi e delle anche, l'”en dehors”, necessaria per spostarsi lateralmente sulla scena dando sempre la fronte al Re. La danza a questo punto non era più “bassa” ma “alta”, cioè con elevazioni, salti e passi veloci.

Nel XVII sec. Si affermò la danza professionistica del balletto teatrale e nel XIX sec. il ballo di società. E’ sempre presente la figura del Maestro di ballo, che compone, codifica e insegna danze complesse, che solo i ricchi hanno il tempo di imparare. Contemporaneamente continua la tradizione dei balli popolari, con scambi nei due sensi con la danza colta. Spesso infatti forme popolari venivano riprese e adattate nella danza teatrale e di società (v., fin dal Medioevo, il saltarello, la gagliarda, la giga e più tardi la mazurka o il valzer) oppure venivano dal popolo imitate in forma semplificata (es. la quadriglia). Il balletto romantico accentuò il carattere etereo ed idealizzato della danza, con l’elevazione della ballerina sulla punta dei piedi, e allo stesso tempo rivalutò e rivisitò alcune danze popolari nazionali o esotiche, dette “di carattere”, come ad esempio alcune danze spagnole e alcune tarantelle.
La rottura venne nel XX sec. dagli Stati Uniti, in cui esplosero le danze afro-americane e latino-americane e quelle di Isadora Duncan e più tardi di Martha Graham, che rifiutavano tutte le convenzioni precedenti e liberavano il corpo ad una espressività più immediata e “naturale”.

Nota Bibliografica:
D. Carpitella, Lezioni di Storia della danza all’Accademia Nazionale di Danza, Roma, 1960
O. Di Tondo, Il linguaggio del corpo. Storia della Danza, Loescher, Torino, 1990
R. Garaudy, Danzare la vita, Cittadella, Assisi 1973
G. Sachs, Storia della Danza, Il Saggiatore, Milano 1966
M. Wood, Historical Dances, dance Books, London 1982

 

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