Amore e guerra

di admin

Amore e guerra, desiderio sessuale e voglia di uccidere, considerate a lungo forze sotterranee capaci di sconvolgere con i loro “effetti devastanti” sia l’identità dell’individuo che l’ordine sociale, oggi sembrano avviati, al contrario, a una “normalizzazione” indolore.

Finché sono state coperte da divieti, si è potuto immaginare che entrambe queste passioni potessero essere indifferentemente portatrici di morte e rinascita, dannazione e salvezza. Il venir meno del “pudore”, per quanto riguarda l’eros, e lo smascheramento delle ideologie con cui si è sempre data una legittimità alla guerra, anziché far riflettere sull’aspetto illusorio di ogni “mistica” costruita su opposizioni e ricongiungimenti immaginari, si ha l’impressione che abbiano stemprato “movimenti viscerali” nel grigiore di un ordine “diurno” razionale e prevedibile. “La sessualità -ha scritto U.Galimberti- è estinta in ciò che ha di potenzialmente sovversivo e creativo”, e ciò avviene proprio quando la sovrabbondanza di visioni sessuali, giocate su registri diversi, dalla pubblicità al cinema, alla pornografia, ha saturato e spento ogni desiderio. La nudità, ostentata e accarezzata dai manierismi della moda, avrebbe finito per rendere il corpo femminile ancora più inaccessibile, “sprangato, come potrebbe fare una porta trasparente e blindata di una gioielleria, dove la donna è esposta come una pietra preziosa” (La Repubblica, 28.8.2002). Ma considerazioni analoghe si possono fare per la guerra. Più si fa evidente il suo carattere brutale, la sua natura di pura violenza, il suo legame mai cancellato con “l’assassinio e la caccia”, più appare vicina a integrarsi in un sistema economico, sociale, etico e politico, che, militarizzandosi, dà un’ulteriore stabilità al suo dominio. La “vertigine del potere”, che qualcuno ha letto nella “dottrina” del Presidente americano Bush sul ricorso alla “guerra preventiva” contro ogni potenziale nemico o concorrente degli Stati Uniti, può essere interpretata, su un versante opposto, anche come addomesticamento di aspetti della violenza considerati da tempo impraticabili dalle democrazie occidentali e dagli accordi internazionali. Il calcolo probabilistico sui milioni di morti conseguenti all’uso di armi nucleari rende in qualche modo “accettabile” un’eventualità finora scongiurata, così come la frequenza con cui annegano masse disperate di migranti sta abituando lentamente alla visione mostruosa di un mare dove si pescano cadaveri.
La comparsa, nella società industriale contemporanea, di una “patologia della normalità” imparentata in senso lato con la necrofilia era già stata descritta lucidamente da E.Fromm in un saggio dei primi anni ’80 (E.Fromm, Anatomia della distruttività umana, Mondadori 1983). Il “carattere mercantile”, tecnologico e prevalentemente cerebrale della nostra civiltà sarebbe il principale responsabile della perdita di confini tra il vivente e l’inanimato. La tendenza a trasformare ogni cosa in merce non poteva risparmiare quella riserva di potenzialità che è il corpo stesso dell’individuo, i suoi sentimenti, i suoi sogni, le sue energie. “L’uomo cibernetico -scrive Fromm- è talmente alienato che sperimenta il proprio corpo soltanto come strumento per conseguire il successo; perciò si preoccupa di conservarlo giovane e sano; lo sente narcisisticamente come un bene estremamente prezioso sul mercato delle personalità.” Nel momento in cui è il proprio corpo a essere investito del valore di una merce preziosa, diventano secondari l’uso e il tipo di vantaggio che uno ne trae. Rivestito di esplosivi per un’azione di morte, o spogliato seduttivamente per un concorso di bellezza, il corpo diviso e sciolto dalla persona di cui è parte integrante, perde in ogni caso il suo legame con la vita per assumere l’algida e respingente consistenza delle cose. Il ripiegamento narcisistico, l’arroccamento in un sé -individuo, nazione o gruppo sociale- isolato, autosufficiente e incapace di rapporti con gli altri che non siano quelli della competizione e della forza, sembra oggi la chiave di lettura più illuminante per capire le strane somiglianze tra lo spegnimento dell’eros e la normalizzazione della guerra come soluzione dei conflitti.
Forse era difficile riformulare il “patto sociale” alla luce della coscienza nuova che si ha oggi della singolarità, delle differenze di sesso e di cultura, della mondializzazione dei rapporti umani, senza riaprire la ferita di una perdita originaria, reale o solo fantasticata: la “beatitudine” di un Io ancora indiviso, che gli uomini hanno creduto di ritrovare nei bambini, in alcuni animali, e nelle donne più belle, prese unicamente dall’amore di sé. Che senso attribuire allora alla ripresa dei temi dell’amore-passione, della sessualità come teatro sadomasochistico della colpa e della espiazione su cui, dopo la rassegna dell’ultima Mostra del cinema a Venezia, si sono soffermati quasi tutti i giornali da agosto in avanti? Le “Magdalene”, pentite o ribelli, del regista Peter Mullan, chiuse in conventi-lager per lavare colpe legate al solo fatto di avere corpi e attrattive femminili, la drammatizzazione tutta sesso e violenza dell’amore tra Dino Campana e Sibilla Aleramo, nel film di Michele Placido, rimandano soltanto l’eco deformata e parodistica di passioni evocate oggi, non si sa se per noia, provocazione o nostalgia. L’amore spinto fino al limite del martirio o della morte risulta evidentemente meno inquietante della verità che una coscienza anticipatrice come l’Aleramo ha voluto “calare nella mischia” e mostrare al mondo: l’illusorietà del sogno d’amore, inteso come fusione di due esseri in uno, e il volto “mesto e lucido” della libertà che si annuncia come “obbligo di vivere per sé”. Gli stereotipi del femminile e dell’amore-follia possono impressionare solo chi ama farsi distrarre o consolare rispetto a una morte più grigia, impalpabile, che ha il “rigore” delle pratiche consolidate della scienza e del produttivismo, la serialità delle merci e dei consumi. La ricerca dell’anima gemella e il mistero del colpo di fulmine sono diventati il terreno più fertile per l’industria del divertimento, oltre che il banco di prova di una sinistra anatomia applicata alle relazioni umane. A Rimini, il 14 agosto 2002, è stata organizzato, su un’idea della rivista “Focus” e in collaborazione con l’Università di Parma, un singolare incontro tra due gruppi di giovani, maschi e femmine, con l’intento dichiarato di “scoprire le dinamiche” che portano alla “scelta del partner”. L’ “appuntamento al buio” tra sconosciuti, considerati alla stregua di cavie e seguìti per 24 ore da psicologi-guardoni, è stato definito dagli stessi promotori come “il più grande esperimento sul comportamento umano mai realizzato nella storia”. L’individualismo, le difficoltà crescenti nel rapporto tra i sessi, l’aspetto sempre più meccanico della comunicazione e la voglia di impadronirsi della parte “notturna” della vita umana senza troppi sforzi di conoscenza, sembra che stiano producendo una forma inedita di necrofilia: ibrido di gioco, business, tecnologia, rischi e antiche illusioni.

L’articolo è stato pubblicato dalla rivista Carnet nel novembre 2002

Potrebbero piacerti

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.