Amore, bisogno e precarietà

di admin

Tante volte mi sono chiesta dove finisse il bisogno e iniziasse l’amore, ammesso che vi fosse spazio. Quando il bisogno di amare, che è l’altra faccia del bisogno di essere amati, priva della libertà di poter scegliere l’oggetto d’amore, la relazione diventa un intreccio di corpi e di cuori in cui l’obiettivo principale è quello di rimanere attaccati e di non mollare la presa.

Ma perché? Cosa succede se si molla la presa e si decide di sciogliere la catena? Cosa c’è di tanto terribile da non poter essere affrontato? A volte ciò che ci terrorizza ha una consistenza che alla luce della realtà si rivela effimera… Ma nel buio della caverna in cui siamo immobilizzati, ci sembra che il mondo fuori addirittura non esista. Ciò che ci spaventa di più è la dimensione solitaria a cui non siamo più abituati, quella dimensione in cui, senza l’altro, sentiamo la singolarità che ci appartiene dalla nascita e che, forse, lungo la strada ha incontrato il dolore di un amore mancato, quell’amore che cerchiamo disperatamente di riprenderci attraverso l’altro.

E’ così che l’altro, e noi stessi, diventiamo strumenti del bisogno di amore, rinunciando alla libertà del desiderio e della scelta. Infatti il bisogno, per sua stessa natura, rende ogni scelta impossibile perché implica uno stato di necessità. E credo che nulla sia più lontano dall’amore, sebbene sia così difficile trovarne l’esatta definizione e, forse, esso è qualcosa di inclassificabile.

Per fortuna, spesso, insieme al bisogno del riconoscimento da parte dell’altro, è presente anche il desiderio, che contiene in sé una componente attiva, il trasporto verso l’oggetto desiderato. In questo caso, allora, la relazione ha una chance in più, perché sul desiderio si può costruire, mentre il bisogno tende alla soddisfazione immediata e può innescare un meccanismo di dipendenza.

Se osserviamo la condizione socio-economica in cui vivono oggi i giovani compresi tra i 25 e i 35 anni circa, salta agli occhi una dimensione di precarietà come denominatore comune.

L’origine del termine precario è singolare… Esso deriva da prex, che significa preghiera e, letteralmente, si può tradurre come ottenuto con preghiera e, cioè, soggetto ad essere sottratto laddove il concedente lo decidesse. Da qui l’accezione oggi in uso per la sfera lavorativa.

Vi chiederete: cosa c’entra la precarietà con le relazioni d’amore?

Il nesso è presto chiarito: in uno stato di precarietà le certezze sono merce rara, la sicurezza materiale un sogno da realizzare chissà quando… In questa cornice sgangherata, le relazioni amorose corrono un rischio in più: diventare il surrogato di certezze che non ci sono, sopperire a bisogni esistenziali che altrove non possono essere soddisfatti.

Come se ci si trovasse in una landa desolata dove bisogna camminare a lungo e con fatica prima di scorgere una fonte e un luogo in cui riposarsi e costruire, è molto più frequente rimanere attaccati a rapporti non più appaganti pur di non assumersi la responsabilità della propria esistenza, oppure altrettanto comodo scegliere di autoescludersi da ogni tipo di gioco amoroso. Entrambi gli atteggiamenti pagano un prezzo molto alto: la perdita della possibilità di un incontro autentico.

L’Amore ha sempre un duro lavoro da compiere che è quello di restituire se stessi attraverso l’altro. Ma oggi questo compito è reso ancora più arduo dalla difficoltà di costruire quella stessa identità che l’amore continuamente fa perdere e riconquistare.

 

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