Sviluppare la creatività

di admin

– di Austin Kleon, scrittore e artista –

Il motto di Linda Barry, la mia fumettista preferita, recita: “Nell’era digitale, mai dimenticare di usare le dita”. Visto che le mani sono gli strumenti digitali originari, servitevene!

Benchè adori il mio pc, penso che i computer ci abbiano tolto la sensazione di realizzare concretamente delle cose, quasi come se stessimo semplicemente digitando tasti e cliccando pulsanti del mouse. È per questo che il cosiddetto “lavoro cognitivo” appare così astratto. Secondo l’artista Stanley Donwood (che cura la grafica dei dischi del gruppo musicale Radiohead) i computer risultano alienanti perché frappongono una parete di vetro tra noi e quello che si sta sviluppando: “Non si arriva mai davvero a toccare quella cosa che si sta realizzando finché non la si stampa”. Basta guardare una persona al computer: è così ferma e immobile che non servono ricerche scientifiche (di cui peraltro non mancano esempi) per sapere che stando al computer tutto il giorno si va morendo, insieme al processo creativo. Bisogna muoversi, sentire che si sta realizzando qualcosa con il corpo, non solo con la testa, perché le opere che vengono solo dalla testa non sono un granché.

Per capire cosa intendo basta guardare lo spettacolo di un grande musicista o assistere al discorso di un noto leader.

Bisogna trovare il modo di coinvolgere il corpo nel lavoro. I nervi non sono una via a senso unico: il corpo può parlare al cervello tanto quanto il cervello parla al corpo. È il lato positivo di quel che si intende quando si dice “agire come un automa”. È proprio questo a essere davvero incredibile nell’impresa creativa: non appena ci si lascia andare a certi movimenti – non importa che si tratti di strimpellare una chitarra, ammassare post-it durante una riunione o impastare argilla –  quel movimento stimola il cervello a pensare.

La poetessa Kay Ryan afferma: “Una volta, quando non esistevano ancora programmi di scrittura creativa, un laboratorio era un posto, spesso in un seminterrato, dove si lavorava di sega, martello, trapano o pialla”. Lo scrittore Brian Kiteley sostiene di avere intenzione di riportare i laboratori al senso originario del termine: “Una luminosa stanza aperta, zeppa di attrezzi e materiali grezzi, dove la maggior parte delle attività è da fare a mano”.

Fu solo quando cominciai a riportare gli strumenti analogici nel mio processo produttivo che il realizzare cose tornò a divertirmi e il mio lavoro cominciò a fare progressi. Per il mio primo libro cercai di rendere il processo il più manuale possibile: ogni poesia fu realizzata con un articolo di giornale e un pennarello indelebile. Il processo coinvolgeva la maggior parte dei sensi: sentire il giornale tra le mani, vedere le parole scomparire sotto le righe che tracciavo, il flebile cigolio della punta del pennarello e l’odore delle sue esalazioni: era come se stesso accadendo qualcosa di magico. Mentre stavo scrivendo le poesie non avevo l’impressione di lavorare: mi sembrava di giocare.

Il computer va benissimo per rivedere le idee ed è davvero eccezionale per metterle in una forma pubblicabile, ma non vale granché quando si tratta di generarle. Ci sono troppe opportunità di digitare il tasto sbagliato. Il computer tira fuori in tutti la pignoleria del perfezionista: si cominciano a correggere le idee ancor prima di averle.

Il fumettista Tom Gold racconta di stare lontano dal computer fino a quando non ha fatto la maggior parte delle riflessioni necessarie a immaginare le sue strisce, perché una volta tirato in ballo il computer “le cose si instradano inevitabilmente verso la finalizzazione. Mentre nell’album degli schizzi le possibilità sono infinite”.

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