a cura del dott. Gianfranco Inserra

L’apertura del desiderio

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– Intervento di Massimo Recalcati presso il Monastero di Bose il 17 marzo 2013 –

Il desiderio umano è sempre desiderio d’altro. È sempre desiderio d’altro, di altri oggetti, inquietudine: quello che ho non è mai sufficiente, non è mai abbastanza. Il desiderio è come ipnotizzato dal nuovo. Il capitalismo sfrutta potentemente l’ipnosi del nuovo. La cultura in cui noi tutti siamo iscritti oggi enfatizza il potere seduttivo del nuovo: la nuova sensazione, la nuova esperienza, il nuovo oggetto tecnologico, il cambio di partner… La seirena del nuovo tocca un punto della struttura del desiderio, cioè che il desiderio umano non si accontenta mai, tende sempre all’al di là di ciò che ha.

Lacan dava di questo desiderio una bella immagine, rifacendosi al quadro di Bruegel, La parabola dei ciechi: c’è una colonna di ciechi, in testa c’è un cieco bendato, dietro di lui altri ciechi e la guida bendata, cieca, con il bastone cerca di orientare la colonna che va a dirigersi verso un precipizio. Noi siamo questa colonna di ciechi, il desiderio umano ha questa caratteristica anche nichilistica di portarci da un oggetto all’altro senza che nessun oggetto sia in grado di soddisfare la nostra vita, perché nel mito ipermoderno del nuovo noi verifichiamo che l’insoddisfazione è sempre la stessa. Il nuovo oggetto ci illude di darci la soddisfazione e noi verifichiamo che cambiando gli oggetti permanentemente, perennemente, abbiamo sempre la stessa insoddisfazione. Questo è un punto che dobbiamo tenere presente: la sirena del nuovo, la dimensione nichilistica del desiderio, la colonna dei ciechi.

A questo proposito è vero che nella vita ci possono essere più desideri, perché la nostra vita cambia, si modifica, non è più quella che era: gli eventi ci hanno trasformati. Allora dovremmo distinguere una vocazione fondamentale – che Freud chiama “indistruttibile” – che si forma nella prima infanzia e si organizza fino all’adolescenza, che dà un certo orientamento al desiderio, e poi il fatto che effettivamente ci sono esperienze che ci trasformano, ci modificano. Ma dobbiamo stare attenti a distinguere il rapporto del desiderio con il suo oggetto dal desiderio in sé. Ci sono in effetti rapporti che a volte finiscono, che non hanno più linfa vitale. Non parlo solo dei rapporti sentimentali, mi riferisco anche al rapporto con un lavoro. Qui dobbiamo però fare attenzione: è l’oggetto che è decaduto, ma perchè il desiderio chiede una meta più coerente con la sua spinta. Il problema quindi non è tanto lavorare sugli oggetti. la grande illusione del nostro tempo è che sono gli oggetti che danno la felicità. Hai un partner con cui non va? Cambia partner! C’è una scuola che non va? Cambia scuola! siamo in un tempo in cui sembra che la felicità dipenda dall’oggetto e che cambiando l’oggetto si possa essere felici. La nostra clinica insegna il contrario, cioè che in questi cambiamenti di oggetto c’è la stessa infelicità. Piuttosto si tratta di cambiare il rapporto del soggetto con il suo desiderio.

Lacan suggerisce di andare al fondo di questo desiderio come desiderio d’altro. Possiamo infatti leggerlo anche in un altro modo. Possiamo dire che il desiderio d’altro è inconcludente, attratto com’è dall’illusione del nuovo, ma in questo desiderio d’altro si trova anche la dimensione di apertura del desiderio. Il desiderio esige sempre che le finestre siano aperte, esige apertura dei mondi; non è solo insoddisfazione inconcludente, perché in questo desiderio d’altro c’è, si respira la trascendenza del desiderio.

Finché c’è desiderio, c’è la vita. Il desiderio allunga la vita. Nella misura in cui il desiderio ci attraversa, dilata l’orizzonte della nostra vita. l problema è che nel nostro tempo il desiderio è sostituito da altre cose, fosse anche l’ordinarietà ripetitiva della nostra vita. Allora, è molto difficile trovare il nuovo nello stesso, ma è quella la direzione. Non è opporre il nuovo allo stesso. “Amare quello che si ha”, diceva sant’Agostino: è in fondo la dimensione più radicale della felicità. Significa trovare nella ripetizione, ogni volta, il dettaglio divino, l’esperienza del nuovo.

Lacan dice che ci sono alcune esperienze che noi tutti abbiamo fatto e che mettono in luce questo desiderio come desiderio d’altro, non nel senso nichilistico – la colonna dei ciechi – ma in un nuovo senso. Egli mette insieme delle esperienze molto strane, che sembrerebbero non assimilabili: parla della preghiera, della veglia, dell’attesa, della noia, del panico, della rivolta, della clausura (la clausura). Qual è il denominatore comune di queste esperienze? Il panico e la preghiera: perché Lacan le mette insieme? La preghiera e la rivolta? L’attesa e la claustrazione?

Pensiamo per esempio all’esperienza del panico: la crisi di panico, diciamo noi clinici, è fame d’aria; il soggetto che vive il panico a un certo punto sente che gli manca il respiro, esige aria. nella claustrazione è uguale: il soggetto si rinchiude, ma per aprirsi. Così nella noia: abbiamo esperienza del tempo che si chiude, sempre uguale a se stesso, ma proprio nella noia più radicale tocchiamo il punto in cui la nostra esistenza esige un cambiamento, una trasformazione; solo nella noia più radicale, nel tempo che ritorna uguale a se stesso, possiamo trovare la necessità del cambiamento. Ma forse il modo più chiaro, almeno per me, di intendere questa problematica è mettere insieme la rivolta e la preghiera. Cosa avrebbero in comune la rivolta e la preghiera? Hanno in comune l’apertura del mondo. La rivolta è dire: “Basta! Non può continuare così! Non può andare avanti così! È necessario un nuovo mondo”. Anche la preghiera è in fondo invocazione di un nuovo mondo. Il desiderio d’altro non è solo il desiderio che consuma se stesso, ma è desiderio come apertura.

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1 commento

  1. Valentina Valentina
    02/12/2016    

    Complimenti davvero.

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