a cura del dott. Gianfranco Inserra

La forza del desiderio

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– Intervento di Massimo Recalcati presso il Monastero di Bose il 17 marzo 2013 –

L’etimologia della parola desiderio viene da Giulio Cesare, il quale nel De Bello gallico dice che “desiderio” viene da desiderantes. Chi sono i desiderantes? Sono soldati sopravvissuti al campo di battaglia: sotto un cielo stellato attendono i propri compagni ancora impegnati nella battaglia, a rischio di morte. Questa è l’immagine che Giulio Cesare ci dà dell’origine del desiderio. Una strana e potente immagine: una notte, un cielo stellato, soldati che depongono le armi e che attendono i propri compagni ancora impegnati nella battaglia, a rischio di morte. Perchè questa immagine è potente? Perchè già mette in rilievo alcune dimensioni fondamentali dell’esperienza del desiderio: quella dell’attesa – desiderare è qualcosa che coinvolge la dimensione dell’attesa (l’attesa che i propri compagni ritornino) – e quella della veglia. Ma c’è di più. Consideriamo l’etimologia de-sidera: il de privativo indica che manca nel cielo una stella che ci rassicuri sul ritorno dei nostri amici ancora impegnati nella battaglia. Il desiderio non ha una stella che funzioni come bussola sicura che ci garantisca di non smarrirci, di non perderci, di trovare l’orientamento certo. L’esperienza del desiderio da questo punto di vista è sempre un’esperienza che strutturalmente costeggia il rischio dello smarrimento, della perdita, di non ritrovarsi più.

Desiderantes: questa è l’immagine con cui voglio aprire alcune considerazioni sul desiderio e sulle sue contraddizioni interne.
La prima contraddizione su cui vorrei puntare il riflettore è che il desiderio innanzitutto è un’esperienza singolare, un’esperienza assolutamente singolare: il desiderio è l’esperienza mia propria, è l’incontro con la mia intimità più radicale – il desiderio infatti, ogni volta che appare, dice qualcosa del mio essere più profondo-. Ma ecco arrivare la contraddizione: questa esperienza del desiderio è al tempo stesso esperienza di una forza, di una spinta che mi sovrasta, che mi supera. Il desiderio è qualcosa di mio, di mio proprio, ma al tempo stesso è una forza che io non governo, che mi oltrepassa, è una trascendenza; abita me, ma è oltre me; abita me, il mio io, ma il mio io non è in grado di governare questa esperienza. Anzi, potremmo perfino dire più radicalmente che dove c’è l’io non c’è il desiderio, e dove c’è il desiderio non c’è l’io (…) Noi non siamo proprietari del desiderio, non siamo i cavalieri del desiderio, siamo portati dal desiderio; non abbiamo la proprietà di del desiderio, siamo posseduti dal desiderio, e dico “posseduti” non nel senso negativo del termine. Il desiderio è una forza che ci attraversa.
Dunque, la prima contraddizione è questa: il desiderio è mio proprio, definisce ciò che io sono nel più intimo, ma al tempo stesso io non posso governare fino in fondo l’esperienza del desiderio perchè è l’esperienza di una forza che mi supera. Tra i tanti esempi possiamo pensare al più semplice, che è l’esperienza dell’innamoramento: nessuno decide di chi innamorarsi, verso quale oggetto rivolgersi; è l’oggetto dell’amore che causa il desiderio. Non è mai una decisione presa a tavolino. L’esperienza del rapimento amoroso – rispetto a qualunque oggetto, non solo nel rapporto uomo-donna – è l’esperienza di sentirsi trasportati via, trascinati via, “rapiti” appunto.
Dove c’è l’io, dove c’è la supponenza dell’io di governare il desiderio, non c’è desiderio. Viceversa, esso appare quando l’io si indebolisce, quando l’io riconosce la sua insufficienza. È per questo che Jaques Lacan diceva che l’io è in fondo la malattia mentale dell’uomo: credersi un io è veramente la “follia più grande”, come egli la chiamava. Un pazzo che crede di essere Napoleone è chiaramente un pazzo – dice Lacan -; eppure è ancora più pazzo un re che crede di essere un re. Credersi un io è una follia, e questa follia adombra l’esperienza del desiderio. Questo è il primo paradosso: l’esperienza del desiderio è mia e al tempo stesso non è mia; è una proprietà e al tempo stesso un’improprietà, è un’immanenza e al tempo stesso una trascendenza.

(continua)

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