a cura del dott. Gianfranco Inserra

La forza del desiderio – terza parte

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– Intervento di Massimo Recalcati presso il Monastero di Bose il 17 marzo 2013 –

Se è vero che la vita umana si soddisfa attraverso l’essere riconosciuta dal desiderio dell’altro, l’essere amata, l’essere voluta, noi vediamo che il desiderio esige al tempo stesso di realizzarsi in proprio. Per un verso il desiderio dipende dal desiderio dell’altro, la mia vita dipende dall’accoglienza dell’altro, ma per l’altro verso la mia vita è abitata da una spinta a realizzarsi come singolarità. allora il desiderio è desiderio dell’altro, ma ciascun desiderio è desiderio di realizzarsi in proprio. Ciascuno desidera avere un proprio desiderio. Il desiderio si nutre del desiderio dell’altro, ma il desiderio esige anche di avere un proprio oggetto, una propria via, un proprio percorso. E in questo si manifesta come fuoco, come forza.

C’è però un problema: questa forza, questo fuoco – almeno nella prospettiva del lavoro analitico – si manifesta in una lingua straniera, cioè in una lingua che noi dobbiamo tradurre. il desiderio non parla la lingua dell’io: è per questo che è difficile coglierlo e avere un rapporto diretto con il proprio desiderio. Il desiderio parla una lingua difficile da tradurre perchè non esiste dizionario. A volte i pazienti mi raccontano i sogni e dicono: “Dunque, che cosa significa?”, come se l’analista fosse il dizionario. Per certi versi è vero: l’analista è una specie di dizionario che permette di tradurre la lingua straniera, metaforica, cifrata in cui parla l’inconscio. Il mio lavoro è una possibilità di traduzione dell’inconscio, ma rimane il fatto che il desiderio fa fatica ad essere accolto, perchè straniero a noi stessi, parla appunto un’altra lingua. Il primo problema è dunque rendere la sua lingua comprensibile: “Mi sta dicendo questo…”. Il secondo è che, una volta che ho tradotto la lingua del mio desiderio, devo anche decidere di andare nella direzione in cui il mio desiderio spinge: questo è molto difficile. Uno può dire: “Si, ho tradotto la lingua, ho capito dove andare, ma non ho voglia di andarci”. Freud diceva che la psicanalisi si ferma lì: mette il soggetto di fronte alla traduzione della lingua, di più non può fare; una volta che traduce il messaggio dell’inconscio, poi spetta alla vita decidere cosa fare. Tant’è che Freud diceva che siamo responsabili anche dei nostri sogni, perchè il desiderio si manifesta attraverso la lingua simbolica del sogno. E se noi prendiamo sul serio i nostri sogni dovremmo vivere seguendoli, ma non è facile vivere seguendo la legge del desiderio.

Questo è un punto molto importante che spiega per esempio tutta la turbolenza della giovinezza. Che cos’è la giovinezza? Perchè la giovinezza è necessariamente inquieta? Perchè la giovinezza implica crisi, fallimento, esperienza del perdersi, dello sbandamento? Perchè la giovinezza implica questo, diversamente dalla vita del bambino? I bambini si soddisfano nel soddisfare le attese dei loro genitori e dei loro maestri in classe. In generale i bambini sono docili, e la presenza del genitore nella notte risparmia loro l’angoscia. Dove c’è l’altro, il bambino è soddisfatto, è felice. Nell’adolescenza la vita si dà invece come esigenza di separazione, di uscita dalla famiglia, di rottura con il familiare, di erranza. La vita si umanizza attraverso l’accoglienza, l’appartenenza, il desiderio dell’altro, ma non si soddisfa di questo: la vita cerca fuori dalla famiglia, nell’erranza, la propria via, la propria realizzazione. L’inquietudine dell’adolescente è proprio questo: mentre prima la presenza del genitore salvava dall’angoscia, nella giovinezza la presenza del genitore angoscia, diventa fonte di angoscia. Qui tocchiamo due poli fondamentali della vita umana: esigenza dell’appartenenza, dell’accoglienza; esigenza dell’erranza. E l’erranza –  il desiderio è un nome dell’erranza – comporta strappo, rottura dal familiare.

Ci vuole rottura del familiare perchè ci sia vita nuova. Vita nuova non è solo ripetizione del familiare, ci vuole erranza. Ora l’erranza comporta conflitto, contrasto. E qui si apre quella che in psicanalisi io chiamerei una “nuova economia libidica dell’egoismo”. Che cosa intendo? se qualcuno segue la propria via con determinazione, con ostinazione, con inflessibilità – erranza: la mia vita non può essere soddisfatta dal familiare, non può essere soddisfatta nel soddisfare il desiderio dell’altro, il mio desiderio esige una nuova soddisfazione, rottura del familiare -; se qualcuno segue questa spinta che lo può rendere non amabile e spietato nei confronti dell’altro, ecco questo dal mio punto di vista – vi parlo da psicanalista – è una buona cosa. Essere ostinati con il proprio desiderio è una buona cosa: rende la vita felice, soddisfatta, e dunque la rende poi anche generosa, perchè vita generosa è la vita soddisfatta. Viceversa, se per essere amabile, per non entrare nel conflitto, per continuare a soddisfare il desiderio dell’altro, io rinuncio al mio desiderio, la vita si ammala, la vita soffre, la vita appassisce. Al contrario la vita soddisfatta è la vita che si incammina con decisione lungo la via del proprio desiderio e il desiderio esige rottura, conflitto.

Certo, perseguire con determinazione il proprio desiderio significa anche far soffrire: una madre che si aspettava che il proprio figlio diventasse ingegnere e se lo ritrova squattrinato a cantare l’opera, si sente profondamente turbata e maltrattata dal proprio figlio che accusa di ingratitudine. L’ingratitudine è spesso la forma mascherata che assume il carattere giusto del desiderio. Ma la vera gratitudine non è mai rimprovero d quello che non si è ricevuto. Fa parte del gioco del desiderio che chi è attorno a noi possa soffrire, però non penso che la sofferenza di chi ci è attorno giustifichi il tradimento del nostro desiderio.

Il desiderio è questione di vita e di morte: se mi allontano troppo dal mio desiderio, se mi forzo a fare cose che non riguardano la mia vocazione, mi trovo inevitabilmente prigioniero del sogno di un altro e questo fa ammalare la vita, perchè essa si ammala quanto più diverge dalla mia vocazione fondamentale, che riguarda il mio proprio desiderio. Tuttavia in questa vocazione, se la guardo bene, mettendola in controluce come fosse un foglio appena disegnato, vedo apparire sempre qualcosa che è appartenuto al desiderio dell’altro. In realtà, cioè, nel mio proprio desiderio io ritrovo sempre l’ombra, le marche, le tracce del desiderio che è stato il desiderio dell’altro.

Un piccolo esempio biografico. Io vengo da una famiglia umile. Mio padre era contadino poi diventato floricoltore e voleva che io come primogenito lo diventassi a mia volta, mentre io volevo fare il filosofo: giustamente, in una tipica opposizione tra terra e cielo, lui voleva che io mettessi le mie mani nella terra e io, da buon figlio edipico, faccio il contrario… Sono cose che fanno parte della dialettica fondamentale tra le generazioni, ma resta che io ho inferto un dolore a mio padre che non sapeva neanche cosa fosse la filosofia, nè tantomeno la psicanalisi. Adesso è contento, perchè ho un po’ di celebrità, però non riesce nemmeno a pronunciare la parola “psicanalisi”, si ingarbuglia. Alla fine della mia lunga analisi soggettiva mi sono ricordato – punto fondamentale per me – che la domenica mattina c’era un rituale che segnava il rapporto con mio padre che vedevo molto raramente perchè lavorava dalla mattina alla sera: lui mi accompagnava nelle serre, nei bancali in cui venivano messe le piante malate, che in dialetto milanese si chiamavano lazaret. Io seguivo, piccolo, questo omone che prendeva le foglie delle piante, le guardava in controluce e sciorinava in un latino straordinario, lui che parlava il dialetto, il nome della malattia, il nome della pianta e poi andava a preparare le pozioni magiche per guarire le piante. In fondo vedevo mio padre leggere la malattia sulle foglie, leggere il dolore delle foglie, diagnosticare il dolore delle foglie e io, in effetti, non ho fatto altro nella mia vita di clinico che trattare gli esseri umani come foglie e leggere il loro dolore, diagnosticare gli insetti invisibili che morsicano nella notte la foglia o le muffe bianche che impediscono alla foglia di respirare. Questo è un punto paradigmatico dell’eredità: io sono diventato tutt’altro, ma in realtà sono sempre ancora figlio di mio padre.

(continua)

 

 

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