a cura del dott. Gianfranco Inserra

La forza del desiderio – seconda parte

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– Intervento di Massimo Recalcati presso il Monastero di Bose il 17 marzo 2013 –

Il desiderio umano, il desiderio come ciò che umanizza la vita e la separa dalla vita animale è, come direbbe Lacan, “il desiderio del desiderio dell’altro”. Di che cosa si soddisfa il desiderio umano? Si soddisfa nel fatto di essere desiderato da un altro desiderio. Il desiderio non si soddisfa così come si soddisfa l’istinto animale. L’istinto animale è inscritto biologicamente: così la fame, la sete, la necessità di respirare. Ma la vita umana non si realizza attraverso l’istinto animale. C’è la necessità di un supplemento. Un gattino e un bambino attaccati alla mammella all’inizio della vita, hanno un qualcosa di simile: il gattino si attacca alla mammella con la stessa forza con cui il bambino si aggrappa al seno, non c’è differenza, è la vita che vuole la vita. La vita vuole vivere, la vita vuole la vita, la vita è sete di vita. Ma c’è un punto in cui la vita animale e la vita umana si differenziano, ed è quando la vita umana prende la forma dell’appello all’altro, dell’invocazione dell’altro: la vita umana è vita che si rivolge all’altro. Tutti noi siamo stati “grida nella notte”, tutti noi abbiamo avuto esperienza di essere un grido nella notte. Un bambino che urla nel buio: tutti noi siamo stati questo bambino che grida nella notte, tutti noi abbiamo fatto esperienza del grido. Allora, quando si umanizza la vita? Quando questo grido che noi siamo viene ascoltato dall’altro, tradotto in domanda d’amore, tradotto in domanda di presenza. Il bambino che urla nella notte con il corpo febbricitante trova la traduzione del grido in domanda d’amore se c’è un altro che risponde. È la risposta dell’altro – “Ci sono, sono con te, sono presente” -, dunque la responsabilità dell’altro che traduce il grido in domanda d’amore.

Questo è il punto in cui la vita si umanizza: nel momento in cui il grido è tradotto come domanda d’amore. Sigmund Freud parla di una nipotina che ha paura di dormire al buioe che chiede alla sua mamma, ogni volta che deve andare a dormire nel suo lettino, di essere con lei. La mamma dice:”Adesso è l’ora in cui ti devi addormentare, devo spegnere le luci”. La bambina si angoscia e risponde: “Si, spegni pure le luci, ma resta qui con me, perchè la tua parola è luce; se tu parli è la luce”. Questo è il punto che discrimina la vita umana dalla vita animale: è l’appello alla risposta, è l’appello alla presenza, è il fatto che il mio desiderio esiste se è riconosciuto dal desiderio dell’altro. Quindi il desiderio umano non si soddisfa di un pezzo del corpo dell’altro, non di un oggetto, ma attraverso il desiderio dell’altro, attraverso la sua presenza.

Il desiderio si soddisfa attraverso il desiderio dell’altro, cioè la tua vita ha un senso per me, la tua vita non è priva di senso, non è nell’insignificanza. È in questa prospettiva che penso la paternità, ritengo che sia sempre adottiva. Non c’è paternità biologica nella vita umana: il padre non è lo spermatozoo; la paternità è dire: “Si, tu sei mio figlio”, al di là del sangue, al di là della stirpe, al di là della biologia. Dove c’è questa assunzione di responsabilità: “Si, tu sei mio figlio”, c’è adozione della vita, dunque c’è paternità. La vita umana per umanizzarsi ha bisogno di questo sì, ha bisogno di essere adottata, ha bisogno che qualcuno risponda nel buio della notte, e dunque che qualcuno dia senso alla nostra vita.

(continua)

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