Psicoterapia Corporea

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Venerdì, 18 Mag 2012

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Il sogno dell'amore

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Il sogno dell'amore
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altNon è vero che si sogna solo quando si dorme. La mente umana è capace di creare mondi paralleli soltanto immaginati ma riprodotti esattamente secondo le leggi della realtà concreta, dove si sentono i sapori, si respirano gli odori, si toccano corpi e si ascoltano voci. E’ quando ci dissociamo dal momento presente e ci spingiamo verso altri luoghi; è quando, mentre siamo immersi in un’occupazione quotidiana e il corpo continua a lavorare, cucinare, camminare, la mente fugge altrove; è quando qualcuno ci parla, ma noi non ascoltiamo; e nel momento in cui il cervello registra il tono della domanda nella voce, avviene come un risveglio e un ritorno all’al di qua da lande sconfinate, dove l’altro che ci chiede vorrebbe anche, al limite, prenderci per un braccio e scuoterci perché non lo stavamo ascoltando.

Come altri oggetti della nostra mente, anche l’amore è un sogno, ha un sogno, finisce per diventare un sogno, in un processo che si autoalimenta e si sovrappone alla realtà: il protagonista di questo gioco, il nostro povero io, non distingue più il confine tra ciò che vive realmente e ciò che produce con la sua energia creativa, mettendo in scena l’autocompiacimento esaltato o il dramma disperato, passando per tutte le sfumature intermedie di un rapporto di coppia.

Ognuno di noi serba dentro di sé un’idea dell’amore, una rappresentazione che si è sviluppata nel corso degli anni, che si è costruita sulla base delle esperienze di amore (e non-amore e falso amore) vissute con le figure primarie di riferimento, coloro che si sono presi cura di noi, che ci hanno allevato, nutrito, accompagnato lungo il corso dell’infanzia. Insieme al latte, ai vestiti e alla prima bicicletta, ci hanno trasmesso delle configurazioni mentali che abbiamo incamerato per interpretare i segnali del mondo interiore e di quello esterno; attraverso il contatto con questi adulti significativi, abbiamo costruito una rappresentazione della realtà del mondo adattandoci ad essa attraverso strumenti che ci consentissero di renderla quanto meno indigesta e dolorosa. In particolare, la capacità di relazionarci all’altro in maniera integra è la dimensione più delicata che viene coinvolta in questo processo di fabbricazione della conoscenza.

Il bambino non è capace di consapevolezza, non è capace di formulare giudizi e operare distinzioni formali intorno alle esperienze che vive: il bambino è una carta assorbente su cui rimangono segni che non possono essere decodificati nel tempo dell’infanzia poiché questo è il tempo del bisogno e della cura, della scoperta e del gioco. Se viene privato dell’affetto, se viene umiliato, se viene disatteso nelle sue speranze, se viene rifiutato, produrrà un’intelaiatura di significati sull’amore e sulle esperienze affettive che rifletteranno vissuti di desiderio inappagato, frustrazione, inadeguatezza, impotenza, disprezzo di sé, solo per fare qualche esempio. Che cosa succede, una volta cresciuti, a queste trame di significati con cui diamo senso alla nostra esperienza della relazione? Vanno persi, emergono alla coscienza, si trasformano con gli eventi, vengono sostituiti con la forza della volontà? O semplicemente vengono subiti inconsapevolmente dando luogo a disagio, malessere, infelicità, ansia?