Psicoterapia Corporea

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Lunedì, 20 Mag 2013

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IL DIALOGO INUTILE

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IL DIALOGO INUTILE
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In questa notte d'autunno sono pieno delle tue parole parole eterne come il tempo, come la materia, parole pesanti come la mano scintillanti come le stelle. Dalla tua testa dalla tua carne dal tuo cuore mi sono giunte le tue parole le tue parole cariche di te le tue parole, madre le tue parole, amore le tue parole, amica. Erano tristi, amare erano allegre, piene di speranza erano coraggiose, eroiche le tue parole erano uomini.

N. Hikmet

Ogni giorno, sebbene sia specializzato nel lavoro reichiano, per ore uso la parola, il dialogo, il logos, per conoscere l’animo umano, scandagliarne le profondità e scoprire ciò che ha da dire. Ed ogni giorno, a chi come me ha scelto di lavorare con le parole e con i sentimenti, si presenta uno scenario per alcuni versi antico ma per alcuni versi nuovo. La stanza della psicoterapia, forse, è rimasto uno dei pochi luoghi in cui si continua a parlare di “Anima” e non solo, uno dei pochi luoghi in cui è all’Anima che si vuole parlare ed è all’Anima che si vuole dare voce, alla maniera maieutica socratica tesa a “tirare fuori”, a portare alla luce ciò che è nascosto. L’arte della levatrice insomma che ci ricorda, peraltro, le figure di accudimento a cui il terapeuta, inevitabilmente ci riconduce, talvolta riuscendo ad incarnare un’esperienza riparatrice rispetto a quella originaria. Ma la psicologia, con la tradizionale distanza del terapeuta da questo dialogo mediante la restituzione verbale al paziente solo al termine della seduta, come avviene nell’approccio analitico, o con l’interpretazione della parola e dei suoi valori simbolici come rappresentativi di mappe mentali e di schemi comportamentali, tipica dei più recenti orientamenti cognitivi, forse ha fallito il suo compito e cioè quello di parlare all’Anima e di ascoltare l’Anima, un ruolo un tempo assegnato al saggio del villaggio, al vecchio, allo sciamano, al medico, al maestro, al padre spirituale. Ha fallito probabilmente perché è rimasta sempre più intrappolata nella parola intesa come forma, come simbolo, e forse perché l’uomo di questo nuovo millennio, è un uomo nuovo, ricco e sapiente di parole e simboli, che però non sa più usare nè riconoscere. Il dialogo, infatti, è un’arte. La maggior parte di noi crede di saper dialogare ma in realtà non è così, sappiamo parlare ma non è detto che ciò significhi comunicare. Il dialogo richiede la capacità di esprimersi, di raccontarsi e al contempo quella di ascoltare profondamente ed empaticamente l’altro, compenetrandone i vissuti, le emozioni, i pensieri, e cosa non poco rara, richiede queste medesime qualità nell’interlocutore. Invece, nella realtà delle cose, siamo molto più bravi nei soliloqui, in quanto meno rischiosi e molto più appaganti narcisisticamente, ma non solo. Accettare, accogliere le parole dell’altro significa aprirsi alla sua esperienza, al suo mondo interno, infrangendo dunque i propri confini e facendosi attraversare da qualcosa che non ci appartiene, eppure esiste.