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Nel mio lavoro, oramai sempre più frequente è l’incontro con donne che, giovani o mature, indipendenti o dipendenti, sposate o nubili, arrivano da me insoddisfatte, inappagate della loro vita, in preda più che ad una vera e propria patologia ad una piena crisi esistenziale.
In particolare, sempre di più sono oggi quelle donne belle, giovani, affermate, indipendenti, con un buon lavoro ed una buona testa, che si siedono di fronte a me in preda ad un dolore indicibile, ad un impoverimento della propria vita emotiva, all’incapacità di avere una vita affettiva appagante. Io ho vissuto gli anni post sessantottini, quanto c’era una certa aria di libertà sessuale, i tempi in cui si cominciava a parlare di pillola anticoncezionale, gli anni della rivoluzione femminista, in cui una certa apertura del corpo rappresentava, per le donne, anche una certa apertura della mente, donne capaci di amare, di godere, di pensare, di agire, di essere. Mi rendo conto, però, che sebbene i tempi siano cambiati e sebbene la forma delle cose e delle situazioni sia molto diversa, molto nella sostanza è rimasto uguale. E’ trascorso qualche decennio e certi diritti e certe libertà, oggi, giustamente, sono dati per acquisiti. Trovo, però, nelle donne di oggi la stessa poca libertà delle madri alle quali quelle femministe di sono ribellate. Forse molte nostre nonne non si sono sposate e date per amore, e non hanno vissuto il proprio corpo e la propria sessualità, in modo pieno e consapevole, come frutto di un desiderio anziché di un obbligo, ma oggi le donne che arrivano nel mio studio non sono più libere di chi le ha precedute.











