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| IL CORPO CHE SIAMO VIVERE COME MORIRE |
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Solo in questa perversione dell’idea di Uomo, si può considerare Vita un Corpo che può solo ricevere il nutrimento essenziale per la sua sopravvivenza e che è destinato esclusivamente al degrado che il tempo farà subire alle sue carni, la cui cura è totalmente assegnata a terzi, nella più completa privazione anche di quella dignità che ognuno vorrebbe conservare sia nel proprio vivere che nel proprio morire. In questo atteggiamento, in questa considerazione del Corpo come un pezzo di carne e non come il sacro strumento di cui ci serviamo per vivere, come fa sapientemente un musicista con il suo pianoforte, con il suo violino, per suonare la sua musica, la sua melodia, ho rivisto, purtroppo, le parole di Reich ancora pienamente attuali. Mi chiedo se chi ha così strenuamente opposto la sua voce a quanto poi si è realizzato, continua nelle proprie case ad annaffiare quelle piante che ormai sono morte solo perché c’è ancora un vaso con della terra secca all’interno o se invece considera vive solo quelle che germogliano, che fioriscono, che liberano profumi nell’aria e che continuano a mutare con le stagioni. Chi come me, da anni lavora con il Corpo ed ha fatto esperienza, grazie ai propri pazienti, di come nel Corpo sia scritta la propria storia, la storia di un padre assente, di una madre distante, di una separazione, di un marito alcolizzato, di una violenza subita, non può che augurarsi che in futuro, lontano dalla demagogia dei politicanti e dalla morale dei religiosi, di esso si possa avere una nuova e più dignitosa considerazione e che la Vita, quella che interi ci abita e ci abbraccia, possa davvero essere difesa, nella sua forma più nobile, più alta, più vera, a cominciare da quella che fiorisce naturalmente nei nostri figli.



