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Giovedì, 23 Mag 2013

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Nasce l'uomo technologicus - Pagina 2

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Nasce l'uomo technologicus
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Insomma, dopo essere esplosa nel mondo, creando dispositivi-satellite di percezione, cognizione e azione, la tecnologia oggi implode nell'uomo, trasformandolo in simbionte. E' vero, si tratta di uno scenario: ma oggi le ipotesi sul futuro si costruiscono spesso con questo metodo semiartigianale, visto che le armi della previsione razionale e rigorosa si stanno spuntando contro la complessità del mondo e la velocità dei mutamenti. Sempre più il nostro futuro è oggetto di una narrazione congetturale, in cui la fantasia si salda alla scienza per dare alla fantascienza una capacità diagnostica e predittiva senza precedenti.
Se dunque, secondo questo scenario, dalle pieghe dell'evoluzione uscirà davvero l'homo technologicus, quali ne saranno le conseguenze? Tra i vari interrogativi aperti da questo sviluppo, mi preme soffermarmi, più che sulla continuità, sulla discontinuità tra evoluzione biologica ed evoluzione biotecnologica e sui disadattamenti tra la componente organica e la componente artificiale del simbionte. Non c'è dubbio infatti che le due evoluzioni siano in certa misura eterogenee e che di conseguenza siano eterogenee le due componenti dell'ibrido uomo-macchina. Questa eterogeneità può causare forme di sofferenza che andrebbero ad aggiungersi a quelle che abbiamo ereditato dalla nostra natura biologica, anche se la tecnologia è riuscita, per converso, ad attenuare alcune delle sofferenze "tradizionali".

Le valenze e le caratteristiche umane più profonde, quelle emotive, comunicative, espressive, insomma i caratteri atavici, le eredità più legate al corpo, che pescano negli strati evolutivi più lontani nel tempo e che hanno avuto una parte fondamentale nella sopravvivenza e nell'evoluzione della nostra specie, non sparirebbero di colpo solo perché la tecnologia avrebbe innestato sul nostro corpo e cervello le sue protesi e i suoi aggeggi nanometrici. E nella zona di contatto, nell'interfaccia infinitesimale e frastagliata tra "noi" e le "nostre" protesi si potrebbero manifestare cospicui fenomeni di rigetto. Del resto già oggi, che l'homo technologicus è ancora allo stato embrionale, si osservano disagi e disarmonie dovuti al disadattamento e all'incompatibilità tra uomo e macchina. Ne sono una prova le molte ricerche che vengono dedicate alla costruzione di macchine "socievoli", che dovrebbero estendere la zona di anestesia in cui possono insinuarsi le componenti artificiali. Insomma, le costruzioni antiche del corpo si oppongono in qualche misura all'invasione delle più recenti costruzioni della mente e il nostro finalismo cosciente cerca di attenuare questa resistenza con esiti difficili da prevedere ma in ogni caso gravidi di problemi.
Tutto ciò è tanto più inquietante e merita tanta più attenzione nel caso dei bambini.