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| Vivere e separarsi |
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Vorrei cominciare situando l’essere umano davanti alla prima e più spaventosa separazione della sua carriera : quella della nascita. Prima di tutto c’è la morte dell’embrione, che è l’inizio della persona. La nascita equivale a una specie di espulsione dal paradiso. Il bambino è cacciato dall’ambiente a cui era abituato da sempre; deve obbligatoriamente uscire da un ambiente comodo, ovattato, protetto dal chiasso, dai rumori e dagli urti, uno spazio sicuro in cui non ci sono sorprese, un ambiente confortato dal tepore (una specie di riscaldamento centrale mantiene una temperatura ideale per lo sviluppo fisico e psichico dell’embrione). Nell’utero l’individuo è lusingato dalla carezza del fluido in cui si trova; gli sono risparmiate le incertezze, perché è automaticamente nutrito a spese dell’organismo della madre, in cui è contenuto. Nell’ambiente in cui si trova c’è la presenza stabile di un ritmo rasserenante – il battito del cuore – e un buio in cui il bambino può leggere la presenza, muta ma costante, di un compagno che lo accetta. Poi il colpo: l’individuo è separato da quest’ambiente protettivo, privato dalla compagnia di questa placenta, buttato nel mondo.
Questa è la prima e la più sofferta delle separazioni che affrontiamo nella nostra esistenza. L’unica separazione da affrontare che abbia uno spessore di pari importanza sarà l’ultima: la morte. Notate bene che non sto parlando di una determinata nascita, che si svolga in particolari circostanze, o di una situazione che accidentalmente venga a costituire un trauma permanente: sto parlando della nascita in sé, dovunque, comunque, per tutti. Essa equivale all’uscita da una situazione di apparente protezione; vuol dire essere buttato violentemente in un mondo disturbante, irregolare, esposto e pericoloso. Non è strano che in tutte le culture di tutti i tempi esista un mito del paradiso perduto – dal concetto biblico del giardino dell’Eden alle teorie di Engels e Marx sul comunismo primitivo: a livello individuale ognuno di noi ha vissuto il paradiso e lo ha perso. Questa prima separazione diventa allora il modello di una situazione incontrata in seguito ripetutamente. Si stabilisce un equilibrio quando un individuo riesce a costruirsi una zona protetta, una situazione di difesa. E’ la propria crescita stessa che lo spinge a uscire, a rischiare. Spinto da dietro o risucchiato davanti, vittima di un collasso, di un apparente terremoto – come devono sembrare le contrazioni dell’utero per il bambino – uno si trova obbligato a uscire nella realtà volgare, sporca, accecante, chiassosa, sgradevole. Certo questa situazione è, come quella originaria, illusoria: il grembo sembra protetto, ma è soltanto una membrana di carne, di epidermide, che ci separa molto precariamente da un calcio, da una botta, dal fuoco, da una caduta. L’embrione è protetto in senso molto provvisorio e parziale. Allo stesso modo, le successive protezioni che costruiamo in questa vita, che non è altro che una successione di nascite, essendo la crescita nient’altro che una successione di separazioni, sono ugualmente illusorie. In realtà se rimani nel bozzolo del grembo, marcisci; se rimani nella situazione difesa, sicuramente muori. Se esci nella realtà corri il rischio di morire, ma anche di vivere.



