Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero.
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era.
Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.
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Alexander Lowen collegò la formazione dei 5 principali tratti caratteriali riconosciuti dalla scuola Bioenergetica, alla negazione di uno (o più di uno) dei 5 diritti fondamentali del bambino:
1) il diritto di esistere
2) il diritto di avere bisogno
3) il diritto di essere se stesso
4) il diritto di essere indipendente
5) il diritto di essere amato
Possiamo riconoscere che i diritti a cui Lowen fa riferimento sono in buona misura, com’è ovvio, molto simili a quelli enunciati nella Dichiarazione Universali dei Diritti Umani (diritto alla vita, alla libertà individuale, all’autodeterminazione) e nella Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo (come il diritto di svilupparsi normalmente, materialmente e spiritualmente, il diritto di essere nutrito, curato e protetto).
Probabilmente il diritto necessario e fondamentale, la “condicio sine qua non”, quello da cui prendono vita e forma tutti gli altri diritti dell’uomo, è il diritto di esistere.
Innanzitutto, cosa vuol dire il termine “esistere”? Il vocabolario ci dice: essere, esserci, essere in vita, vivere; ma anche: essere presenti, avere realtà effettiva, essere conosciuto, essere stabile. L’etimologia del termine è Ex-Sistere, ovvero emergere, venir fuori.
A questo proposito, Heidegger ci dice che mentre gli altri sistemi ed organismi semplicemente sono, l’uomo esiste, laddove esistere significa appunto ex-sistere, cioè star fuori, non avere un posto assegnato da una natura immutabile, oltrepassare la realtà data, nella direzione della possibilità.
Esistere vuol dire anche, per un uomo, essere riconosciuto per ciò che è, ovvero essere “noto” per tutte le qualità che sono proprie del suo essere ed a lui peculiari, oltre a quelle che lo accomunano al resto dell’umanità.
Spesso però, tale riconoscimento non accade. Mentre da un lato non avviene il disvelarsi di tale natura peculiare soggettiva, dall’altro si guarda agli altri con occhi già compromessi.
Da cosa? Dai pregiudizi, dai preconcetti, dalle difese nevrotiche.
Senza fare riferimento a condizioni veramente gravi e tragiche in cui versano molti esseri umani, possiamo notare come, anche nella nostra vita quotidiana, il diritto di esistere sia costantemente messo a repentaglio.
Negare l’esistenza dell’altro, dei suoi tratti particolari e unici, del suo aspetto totale ed integro che va oltre l’apparenza, la negazione dell’essenza, dell’anima e dell’esperienza di un altro essere, uomo o donna, può equivalere ad una violenza, anche se spesso portata avanti con le migliori intenzioni.
Heidegger ha argomentato e scritto molto sulle dinamiche dell’esistere. Ha parlato dell’esistere come essere nel mondo, cioè stare, sentirsi, trovarsi bene o male, a disagio o a proprio agio nel mondo, ognuno con la propria irriducibile differenza.
Ha anche argomentato su due modi fondamentali di esistere, di essere nel mondo: l’inautenticità e l’autenticità, e ne ha parlato senza alcun disegno morale, ma come scelta di vita dell’una piuttosto che dell’altra.
L’inautenticità si esprime con la chiacchiera, la curiosità e l’equivoco e la modalità di vita propria dell’essere inautentico è il fare, e dare importanza a ciò che potremmo ricavare dal nostro fare, si riferisce al successo o all’insuccesso, dialoga con l’essere utilizzabile, col servire a qualcosa.
La chiacchiera è il dominio del “si dice”, in cui ciò che si afferma non si fonda su una effettiva esperienza di ciò di cui si parla, ma su discorsi già prodotti da altri; ci si convince che le cose stanno in un certo modo perché così si dice.
La curiosità è l’interessarsi di tutto e niente, il cercare sempre un nuovo centro d’interesse per l’incapacità di soffermarsi presso le cose e di lasciare che queste mostrino il proprio significato. L’equivoco è la mancanza di chiarezza, rispetto a se stessi, agli altri ed al mondo: tutto viene avvolto in una sorta di nebulosa vaghezza. Esso nasce dall’incapacità di fare riferimento a noi stessi e di cogliere ciò che siamo, al di là del “SI dice/SI pensa”.
L’inautenticità è quindi una fuga da se stessi.
Erich Fromm, si esprime a riguardo in modo ancora più netto: “La maggior parte della gente non si rende nemmeno conto del proprio bisogno di conformismo. Vive nell’illusione di seguire le proprie idee ed inclinazioni, di essere individualista, di aver raggiunto da sé le proprie convinzioni; e si dà il fatto che le sue idee siano le stesse della maggioranza. Il consenso generale serve come riprova della correttezza delle proprie idee.”
L’esistenza autentica è invece caratterizzata da uno scegliere a partire da se stessi, cioè scegliendo le possibilità che si considerano più proprie. Essa dunque sceglie nella solitudine: l’esserci, infatti, è posto come solo di fronte a se stesso.
Per Heidegger l’autenticità è consapevolezza.
Senza scomodare ulteriormente Heidegger, possiamo riscontrare nelle sue considerazioni filosofiche ciò che è comune al nostro piccolo mondo di uomini mediamente normali e banali.
Equivoco, chiacchiera, e dunque ipocrisia, pregiudizio e proiezione, sono alcuni degli strumenti con cui riusciamo a non vedere e restare nell’inconsapevolezza, nella modalità di vita inautentica di cui parla Heidegger.
È chiaro e piuttosto immediato il nesso che lega la mancanza di consapevolezza con la mancanza di una visione personale -ma comunque ampia- meno concettuale e più umana; così com’è chiaro che senza consapevolezza e senza una visione pulita e non inquinata da stereotipi e condizionamenti, è impossibile riconoscere l’altro, la cui visione sarà sempre filtrata da lenti distorte.
Tutto ciò non fa altro che aumentare l’incapacità di riconoscere il fondamento dell’esistenza dell’altro, con quelle sue qualità proprie e fondamentali, con quella sua differenza peculiare che lo contraddistingue, ovvero la sua essenza più profonda.
Cosa vediamo quando guardiamo un altro? Difficilmente lo vediamo per quel che è, col nostro sovraccarico di proiezioni. Eppure, all’altro appartiene la propria natura, un centro stabile da cui attinge energia ed a cui fa riferimento.. se ha la fortuna di riconoscerlo a sua volta in se stesso.
Possiamo essere piuttosto d’accordo con Heidegger quando dice che l’uomo nella maggior parte dei casi sceglie un modo di stare al mondo inautentico. E non solo l’uomo come essere singolo, ma anche l’umanità intesa come comunità, società, stati.
In questo caso ciò che accade nel piccolo accade anche nel grande: se nella vita singola di ognuno ritroviamo episodi di pregiudizi e schemi mentali, chiacchiere ed equivoci, anche nella vita politica ed umanitaria dei paesi assistiamo a queste dinamiche, che danno luogo ad intolleranza, barriere, e nella peggiore delle ipotesi a violenza e guerra.
In definitiva, ciò che non viene riconosciuta è l’essenza dell’altro, sia esso persona, gruppo o minoranza.
Solo per fare un esempio..spesso sono le donne a pagare un alto prezzo e ad essere immolate sull’altare del pregiudizio e delle proiezioni; tutt’oggi, in anni di progresso avanzato, esistono nei riguardi della donne luoghi comuni spesso irriducibili, radicati nell’intimo.
Per restare nello quotidiano: una bella donna nella migliore delle ipotesi è stupida, altrimenti una che guarda solo ai soldi; una donna intelligente sarà probabilmente una stronza castrante; una donna estroversa o socievole è una puttana; una donna timida è una che se la tira; se la natura non è stata tanto generosa, o sarà una vecchia zitella acida e cerebrale, oppure una vecchia porca. La solita, vecchia, dicotomia puttane/spose o gentiluomini/farabutti.
Ci sono poi, ovviamente i pregiudizi ed i luoghi comuni sulla politica, su gruppi locali o etnici (genovesi, napoletani, scozzesi, francesi, rom), persino sul cinema, sulla musica e sullo sport.
Ognuno di noi ha dei preconcetti e soffre di meccanismi proiettivi, ed anche questo fa parte di quelle “qualità” che accomunano gli esseri umani.
La mancanza di un proprio senso critico, basato sull’esperienza personale e non totalizzante, e l’accentuarsi delle difese nevrotiche, oltre a poter creare danni alla società può crearne di altrettanto gravi nelle nostre vite.
Come possono incontrarsi un uomo e una donna con un tale bagaglio nevrotico retrostante?
Senza occhi puri e liberi, come ci si può conoscere ed amare l’un l’altro?
Se tali marchingegni nevrotici esistono –ed hanno quindi una loro dignità, non solo difensiva- esiste un modo per superare i condizionamenti, le fissazioni, la paura, la mancanza di consapevolezza e l’incapacità di riconoscere l’altro?
Osho direbbe che senza libertà non si può amare. Quindi, prigionieri come siamo delle nostre proiezioni, non potendo riconoscere l’esistenza e l’essenza dell’altro, non possiamo vederlo, rispettarlo, amarlo.
Cesare Pavese scriveva, magnificamente, che amore è desiderio di conoscenza.
Fromm mette molto vicini i termini vedere, rispettare e conoscere: “Il rispetto non è timore né terrore; esso denota, nel vero senso della parola (respicere = guardare), la capacità di vedere una persona com’è, di conoscerne la vera individualità.
Rispetto significa desiderare che l’altra persona cresca e si sviluppi per quello che è.
Il rispetto, perciò, esclude lo sfruttamento; voglio che la persona amata cresca e si sviluppi secondo i suoi desideri, secondo i suoi mezzi, e non allo scopo di servirmi.
Se io amo questa persona mi sento uno con lei, ma con lei così com’è, e non come dovrebbe essere per adattarsi a me.
È chiaro che il rispetto è possibile solo se ho raggiunto l’indipendenza; se posso stare in piedi o camminare senza bisogno di stampelle, senza dover dominare o sfruttare un’altra persona.
Il rispetto esiste solo sulle basi della libertà: l’amore è figlio della libertà, mai del dominio.
Non è possibile rispettare una persona senza conoscerla e conoscere sarebbe una parola vuota se non fosse guidata dall’interesse.
Ci sono molti gradi di conoscenza; il conoscere, in quanto aspetto dell’amore, non si ferma alla superficie, ma penetra nell’intimo. È possibile solo se riesco ad annullarmi, a vedere l’altro per quel che veramente è. Il conoscere è intimamente legato al problema dell’amore.
Noi crediamo di conoscerci, eppure, ad onta dei nostri sforzi, non ci conosciamo affatto; crediamo di conoscere i nostri simili, eppure non li conosciamo, perché noi non siamo un oggetto, e neppure i nostri simili lo sono. Più penetriamo nel nostro intimo, o nell’intimo di un altro essere, più la mèta ci sfugge. Eppure non possiamo fare a meno di desiderare di penetrare nel segreto dell’animo umano, nel suo più profondo nucleo.
La via per conoscere il segreto è l’amore. Amore è penetrazione attiva nell’altra persona, nella quale il mio desiderio di conoscere è placato dall’unione.
Nell’atto della fusione io la conosco, conosco me stesso, conosco tutti, e non conosco niente.
Conosco nell’unica maniera possibile per l’uomo: attraverso l’esperienza dell’unione, non attraverso l’esperienza del pensiero.
L’amore è l’unico mezzo per conoscere, poiché nell’atto dell’unione è la risposta alla mia domanda. Nell’altro essere trovo me stesso, scopro me stesso, scopro tutti e due, scopro l’uomo.
“Conosci te stesso” è l’origine di tutta la psicologia. Ma poiché il desiderio è di conoscere tutto dell’uomo, il suo segreto più intimo, questo desiderio non può essere soddisfatto in modo banale, superficiale.
Anche se ci conoscessimo mille volte meglio non arriveremmo mai fino in fondo. Continueremmo a restare un enigma per noi stessi così come i nostri simili resterebbero un enigma per noi.
L’unico modo per conoscere profondamente un essere è l’atto di amore; questo atto supera il pensiero, supera le parole. È il tuffo ardito nell’esperienza dell’unione.
Ma per conoscere pienamente nell’atto di amore, devo vedere la persona amata obiettivamente, devo vederla qual è in realtà, abbandonare il quadro contorto che ho di lei.
Solo conoscendo obiettivamente un essere umano, sono in grado di penetrarne l’essenza più profonda nell’atto d’amore.
(…) L’amore erotico è spesso confuso con l’esperienza d’innamorarsi, l’improvvisa caduta delle barriere che esistevano fino a quel momento tra due estranei. Ma quest’esperienza d’improvvisa intimità è per sua stessa natura di breve durata.
Dopo che lo sconosciuto ci è diventato intimo, non ci sono più barriere da superare, né segreti da penetrare. La persona amata ci è nota come noi stessi. O, forse, farei meglio a dire altrettanto sconosciuta.
Se si potessero sondare le profondità dell’altra persona, se si riuscisse a penetrare interamente la sua personalità, essa non diventerebbe mai così familiare, e il miracolo di superare le barriere potrebbe rinnovarsi ogni giorno. Ma per la maggior parte della gente, la propria personalità, e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita.
L’amore erotico, per essere vero amore, richiede una condizione: che io ami dall’essenza del mio essere, e “senta” l’altra persona nell’essenza del suo essere. Nell’essenza, tutti gli esseri umani sono identici. Siamo tutti parte di Uno; siamo Uno.
Partendo da questo principio, non ha importanza chi amiamo. Tutti siamo uno, eppure ognuno di noi è un’entità unica, separata. Nei nostri rapporti col prossimo si ripete un paradosso: in quanto Uno, possiamo amare tutti nello stesso modo fraterno, ma in quanto esseri distinti, l’amore erotico esige prerogative strettamente individuali, che esistono tra determinate persone e non certo fra tutte.”
Fromm va direttamente al cuore del problema del vedere e della conoscenza, partendo dalla base, ed è riuscito, nella sua ricerca a mettere in relazione dialettica libertà, stato, uomo, donna, amore, distruttività, fede e nevrosi.
La fiducia che Fromm nutre verso quel nucleo solido -eppure non nichilisticamente immutabile- all’interno di ogni uomo, che va al di là delle proiezioni e della paura e guarda oltre la superficie, assume i connotati di una granitica realtà.
“Un’altra forma di amore nevrotico sta nell’uso del meccanismo proiettivo allo scopo di evitare i propri problemi, interessandosi invece dei difetti e delle debolezze della persona amata. Il soggetto si comporta in questo modo come fanno i clan, le nazioni, le religioni.
Hanno una grande percezione persino delle minime manchevolezze dell’altra persona, e tirano avanti ignorando le proprie, sempre occupati a vedere l’altro. Se tutti e due lo fanno (come spesso avviene) il rapporto d’amore viene trasformato in un rapporto di reciproca proiezione. Così entrambi riescono a ignorare i propri problemi, e di conseguenza ad evitare di muovere quei passi necessari al proprio sviluppo.
(…)C’è l’illusione che l’amore implichi necessariamente l’assenza del conflitto. Così come è opinione comune che il dolore e la tristezza dovrebbero essere evitati in tutte le circostanze, la gente spesso crede che l’amore significhi l’assenza di ogni conflitto. Ma la realtà è che i conflitti della maggior parte della gente sono in realtà tentativi per evitare veri conflitti. Sono disaccordi riguardo questioni secondarie e superficiali, che per loro stessa natura non si prestano a chiarificazioni e soluzioni. I veri conflitti tra due persone non sono mai distruttivi. Portano alla chiarificazione, producono una catarsi dalla quale entrambi i soggetti emergono con maggiore esperienza e maggiore forza.
L’amore è possibile solo se due persone comunicano tra di loro dal profondo del loro essere, vale a dire se ognuna delle due sente se stessa dal centro del proprio essere. Solo in questa esperienza profonda è la realtà umana, solo là è la vita, solo là è la base per l’amore.
L’amore, sentito così, è una sfida continua; non è un punto fermo, ma un insieme vivo, movimentato; anche se c’è armonia o conflitto, gioia o tristezza, è d’importanza secondaria dinanzi alla realtà fondamentale che due persone sentono se stesse nell’essenza della loro esistenza, che sono un unico essere essendo un uno unico con se stesse, anziché fuggire da se stesse.”
L’ostacolo maggiore al riconoscimento dell’altro ed alla conoscenza, è com’è ovvio, il narcisismo.
Ancora una volta è Fromm a darci il senso profondo del problema del narcisismo e dell’amore.
Quest’ultimo è per lui imprescindibile dal concetto di fede.
“La condizione essenziale per la conquista dell’amore è il superamento del proprio narcisismo. L’orientamento narcisistico serve a far sentire come realtà solo ciò che esiste dentro di noi, mentre i fenomeni del mondo esterno non hanno realtà in se stessi, ma sono considerati solo dal punto di vista dell’utilità o del pericolo che rappresentano per noi.
Il polo opposto del narcisismo è l’obiettività; è la facoltà di vedere la gente e le cose così come sono, obiettivamente, e di essere in grado di separare questo quadro obiettivo da un quadro formato dai propri timori e desideri.
Tutti noi abbiamo una visione personale del mondo, deformata dalla nostra tendenza narcisistica. C’è bisogno di fare esempi? Ognuno di noi può trovarli facilmente guardando se stesso, i propri parenti o amici, leggendo i giornali.
La facoltà di pensare obiettivamente è ragione; l’atteggiamento emotivo che va di pari passo alla ragione è quello di umiltà. Essere obiettivi, usare la propria ragione, è possibile solo se si è raggiunto un vero atteggiamento di umiltà, se ci si è staccati dai sogni di onniscienza e onnipotenza che si hanno da bambini.
L’amore, essendo subordinato all’assenza relativa del narcisismo, richiede lo sviluppo dell’umiltà, dell’obiettività e della ragione. L’umiltà e l’obiettività sono indissolubili.
Se voglio imparare l’arte di amare devo sforzarmi di essere obiettivo in qualsiasi situazione, e di diventare sensibile alle situazioni in cui non sono obiettivo. Devo cercare di vedere la differenza tra il mio ritratto di una persona e la persona qual è in realtà, senza tener conto dei miei interessi, bisogni e timori. Raggiungere la facoltà di essere obiettivi e ragionevoli significa aver percorso metà della strada per imparare l’arte d’amare.
La capacità di amare dipende dalla propria capacità di emergere dal narcisismo e dall’attaccamento incestuoso, dipende dalla propria capacità di crescere, di sviluppare un orientamento creativo nei rapporti col mondo e se stessi. Tale processo di evoluzione richiede una qualità, come condizione necessaria: la fede.
La pratica dell’arte di amare richiede la pratica della fede.
La fede razionale è una convinzione radicata nella propria esperienza di pensiero o di sentimento, la certezza e la fermezza delle nostre convinzioni.
Mentre la fede irrazionale è l’accettazione di qualche cosa che è vero solo perché un’autorità o la maggioranza lo dicono, la fede razionale è radicata in una libera convinzione che si basa sulle proprie osservazioni e idee produttive, ad onta dell’opinione generale.
Pensiero e giudizio critico non sono l’unico regno dell’esperienza in cui si manifesta la fede razionale.
Nella sfera delle relazioni umane, la fede è una condizione indispensabile per l’amicizia e per l’amore. Aver fede in un’altra persona significa aver fiducia nella stabilità delle sue qualità fondamentali, della sua indole, del suo amore.
Con ciò non voglio dire che una persona non possa cambiare le sue opinioni; l’importante è che resti salda nei suoi principi, nel suo rispetto per la vita e per la dignità umana.
Nello stesso modo abbiamo fede in noi stessi. Siamo consci dell’esistenza della nostra essenza, di quella parte intima della nostra personalità che resiste durante tutta la vita, ad onta delle circostanze e di ogni eventuale cambiamento d’opinione e di sentimenti.
È la parte intima, il vero significato della parola “me”, sulla quale si fonda la coscienza del nostro vero essere.
Solo colui che ha fede in se stesso è in grado di essere fedele agli altri, lui solo può avere la certezza di essere per loro, in un tempo futuro, com’è oggi e che, di conseguenza, sentirà e agirà come ora sente e agisce.
La fede in se stessi è una condizione della propria capacità di promettere e poiché, come Nietzsche disse, l’uomo può essere definito dalla sua capacità di promettere, la fede è una delle condizioni dell’esistenza umana.
Ciò che conta, in relazione all’amore, è la fede nel proprio amore e nella propria capacità di suscitare amore negli altri.
Aver fede in una persona è anche avere fede nelle potenzialità degli altri.
La fede negli altri ha al sua massima espressione nella fede per la specie umana.
Essa è basata sul concetto che le potenzialità dell’uomo sono tali che, in condizioni adatte, egli sarà in grado di costruire un ordine sociale governato dai principi dell’uguaglianza, della giustizia e dell’amore. L’uomo non ha ancora conquistato tale ordine e perciò la convinzione che riuscirà a farlo richiede fede. Come ogni fede razionale anche questa non è una vana speranza, bensì fondata sull’evidenza delle passate conquiste della razza umana, e sull’intima esperienza di ogni individuo, sulla propria esperienza di ragione e d’amore.
Abbiamo fede in un’idea perché è il risultato del nostro spirito di osservazione e del nostro pensiero. Abbiamo fede nelle potenzialità degli altri, in noi stessi e nella specie umana perché abbiamo sperimentato lo sviluppo della nostra potenzialità, la forza del nostro potere di ragione e d’amore.
Avere fede richiede coraggio, capacità di correre un rischio e di accettare perfino il dolore e la delusione. Chiunque insista sulla sicurezza e sul potere come mezzi principali non può avere fede; chiunque si rinchiuda in un sistema di difesa, in cui distacco e possesso siano i suoi mezzi di sicurezza, si rende prigioniero. Amare ed essere amati significa avere il coraggio di giudicare certi valori e di aver fede in essi.
Esiste una pratica riguardo alla fede e al coraggio? In verità, la fede può essere praticata in ogni momento della vita. Chiunque non l’abbia soffre di ansia o d’incapacità di fare qualsiasi cosa che sia attiva, produttiva per se stesso, o è ipocondriaco, o incapace di fare piani per il futuro.
Conservare il proprio giudizio su una persona, anche se la pubblica opinione o le circostanze sembrano minarla, rimanere fedeli alle proprie convinzioni anche se esse sono impopolari – tutto ciò richiede fede e coraggio.
La pratica della fede e del coraggio comincia con i piccoli particolari della vita quotidiana. Il primo passo è quello di notare come e perché si perde la fede, di studiare le ragioni con cui si giustifica tale perdita, di riconoscere se ci si è comportati da vigliacchi, e perché.
Riconoscere come ogni tradimento indebolisca e come la crescente debolezza porti a nuovi tradimenti, in una catena senza fine.
Allora si riconoscerà anche che mentre si è coscientemente timorosi di non essere amati, il vero, sebbene inconscio timore, è quello d’amare.
Amare significa affidarsi completamente, incondizionatamente, nella speranza che il nostro amore desterà amore nell’altro. Amare è un atto di fede, e chiunque abbia poca fede avrà anche poco amore.
Non esiste scissione tra l’amore per la propria gente e l’amore per lo straniero. Accettare questo principio significa apportare un cambiamento radicale nei propri rapporti umani. Mentre per la maggior parte della gente l’amore per il prossimo non è altro che ipocrisia, i nostri rapporti devono basarsi sul principio della sincerità.
La gente capace di amare, nel nostro sistema attuale, è l’eccezione; l’amore è per necessità un fenomeno marginale nella società occidentale moderna. Non tanto perché molte occupazioni non permettono un’attitudine ad amare, ma perché lo spirito della società basata sulla produzione è tale, che solo l’anticonformista può difendersi con efficacia contro di essa.
Aver fede nelle possibilità dell’amore come fenomeno sociale, oltre che individuale, è fede razionale che si fonda sull’essenza intima dell’uomo.”
Si può amare solo tenendo gli occhi, il cuore e la mente ben aperti, dunque provando ad andare oltre il nostro naso.
Per Lowen il primo diritto fondamentale è il diritto di esistere, che si lega indissolubilmente agli altri quattro, fino ad arrivare all’ultimo: il diritto di essere amato.
Essere riconosciuti nella nostra essenza, esistenza e differenza, affermando il nostro diritto di esistere, andando oltre le proiezioni ed i condizionamenti, ci "rassicura" riguardo al nostro essere amati.
Vedere l’altro, non violentarlo per conformarlo ai nostri bisogni nevrotici, è il primo sintomo d’amore ed una delle sue più alte espressioni.
Bibliografia
M. Heidegger – Essere e tempo
E. Fromm – L’arte di amare











