
Photo by Denis Roche
“Devi imparare a nasconderti e a mostrarti deliberatamente. Per come va la tua vita adesso, tu sei sempre inconsapevolmente esposto in ogni momento. […] Nascondersi non significa essere riservati ma inaccessibili”
Carlos Castaneda, da Viaggio a Ixtlan
Quando, dopo anni, ho riletto queste parole che Don Juan rivolge a Carlos, non ho potuto evitare di pensare al modo in cui nascono e si strutturano le relazioni interpersonali nell’epoca digitale in cui siamo immersi scandita dal tempo della comunicazione indistinta, più simile ad un soliloquio che ad un dialogo: il tempo della vetrina in cui tutto è visibile sebbene nulla sia davvero visto. Mi appare sempre più chiaro, osservando i miei stessi comportamenti e quelli degli altri, che anche la fruizione degli strumenti tecnologici (il Web in generale, i social network e le chat, in particolare, ma anche i telefoni cellulari ormai multifunzionali) sia diventata più simile ad un consumo che ad un uso consapevole e costruttivo, quale dovrebbe essere il destino degli oggetti tecnologici che ci circondano: consumiamo l’energia per usare i nostri PC, consumiamo batterie, consumiamo la Rete , consumiamo la comunicazione nei “t.v.b.” o nelle faccine sorridenti che mai però potranno sostituire il tono incrinato di una voce emozionata, né un’espressione accorata del viso. Consumiamo questo nostro limitato tempo seduti immobili a guardare la vita scorrere davanti agli schermi; consumiamo le relazioni in distanze dal sapore di un sogno romantico piuttosto che di un amore calato nella dimensione del presente.

Non è vero che si sogna solo quando si dorme. La mente umana
è capace di creare mondi paralleli soltanto immaginati ma riprodotti
esattamente secondo le leggi della realtà concreta, dove si sentono i sapori,
si respirano gli odori, si toccano corpi e si ascoltano voci. E’ quando ci dissociamo
dal momento presente e ci spingiamo verso altri luoghi; è quando, mentre siamo
immersi in un’occupazione quotidiana e il corpo continua a lavorare, cucinare,
camminare, la mente fugge altrove; è quando qualcuno ci parla, ma noi non
ascoltiamo; e nel momento in cui il cervello registra il tono della domanda
nella voce, avviene come un risveglio e un ritorno all’al di qua da lande
sconfinate, dove l’altro che ci chiede vorrebbe anche, al limite, prenderci per
un braccio e scuoterci perché non lo stavamo ascoltando.





